23/04/2026
da Remocontro
Trump voleva un cambio di regime in Iran e lo ha avuto: in peggio. Mojtaba Khamenei è più estremista del padre, la cui uccisione ‘mirata’ è stato un formidabile errore, avendo trasformato un duro scontro politico in una sanguinosa guerra di religione.
Un omicidio sbagliato
Ignoranza e arroganza sono una miscela esplosiva. E se le usi in politica estera, pensando che il mondo segua solo le tue leggi (che ritieni siano quelle giuste) allora hai perso prima ancora di cominciare a giocare. Avere ucciso, con un omicidio mirato, Alì Khamenei, la Guida Suprema iraniana, è stata una sciocchezza formidabile. Gli americani e gli israeliani hanno trasformato, in un colpo solo, un complicato scontro politico in una vera e propria sanguinosa guerra di religione. Perché Khamenei non era solo il leader, a tutti gli effetti, dell’Iran, ma incarnava soprattutto, per decine di milioni di fedeli, il rappresentante sulla Terra del tanto atteso Mahdi, il Messia degli sciiti. Qualsiasi possa essere stato il motivo e al di là del personaggio, uccidere il Grande Ayatollah ha significato oltraggiare lo sciismo. E darsi la zappa sui piedi. Non è un discorso estremistico, ma è quello che invece dovrebbero fare i diplomatici occidentali, quando trattano con i negoziatori islamici: cercare, per un attimo, di pensare con la loro testa. Si chiama Teoria dei giochi, è una cosa seria e non ha niente a che vedere con i traccheggi organizzati da Donald Trump e dalla sua corte dei miracoli.
Mojtaba è più estremista
Non avremmo, di sicuro, i problemi di comunicazione e convivenza con Teheran che stiamo vivendo in questo momento e che stanno costando, all’intero pianeta, un occhio della testa, se l’approccio alla crisi fosse più razionale. Trump dice che gli sforzi fatti hanno portato un cambio di regime in Iran? Questo è sicuro. Ma quello che abbiamo ora è peggio di ciò che c’era prima. Dice Fox News: «Con l’ascesa di una nuova generazione di comandanti all’interno del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, a seguito delle recenti sconfitte militari subite nell’ambito dell’Operazione Epic Fury, gli analisti avvertono che questa ideologia potrebbe radicarsi ancora di più. Figure come Mohammad Bagher Ghalibaf e Ahmad Vahidi vengono spesso citate come appartenenti a una generazione plasmata da anni di conflitto in Iraq e in tutta la regione, una generazione che considera religione, sicurezza e sopravvivenza inscindibili». Insomma, paradossalmente, al contrario di quello che si prefiggeva la Casa Bianca, il regime è cambiato in peggio. E gli ‘intransigenti’, grazie alle devastanti bombe israeliane e statunitensi, hanno guadagnato posizioni e adesso, senza ombra di dubbio, comandano il Paese. Probabilmente, l’effetto più immediato dell’attacco voluto da Trump e Netanyahu, è stato quello di fondere la potenza delle Guardie Rivoluzionarie con la forza del messaggio religioso sciita. Un cocktail messianico-nazionalista, che nessuna bomba da duemila libbre riuscirà a sotterrare. Con l’aggravante che, adesso, la nuova Guida suprema, Mojtaba Khamenei, è sicuramente più estremista del padre assassinato.
La profezia di Stratfor
È stato l’autorevole think-tank americano Stratfor a ipotizzare, all’inizio dell’attacco contro l’Iran, la possibile evoluzione dei rapporti di forza dentro il regime degli ayatollah. Gli esperti di relazioni internazionali non fanno politica, ma elaborano modelli predittivi sugli scenari futuri, senza farsi condizionare da influenze ideologiche preconcette. Nessuno, tra i veri esperti, pensava che fosse possibile indurre un ‘cambio di regime’ puntando su massicci bombardamenti e su una insurrezione popolare ‘pilotata’. Anche i Servizi di intelligence Usa ne erano convinti e Tulsi Gabbard, la ‘capa’ del Direttorato aveva avvertito la Casa Bianca. Ecco cosa ha scritto nel suo ‘dossier Iran’ Strafor, proprio su questo argomento.’
I ‘falchi’ si rafforzano
«I cosiddetti ‘falchi’ del regime potrebbero prendere più controllo: molto probabilmente, gli attacchi statunitensi e israeliani, che in Iran saranno considerati un’aggressione non provocata, li porteranno ad assumere un controllo più forte del Paese. Questi individui potrebbero provenire dalle fila del clero iraniano, che annovera molte figure più intransigenti di Khamenei o dell’IRGC (il Corpo delle Guardie Ruvoluzionarie). Userebbero gli attacchi per giustificare l’emarginazione o il silenzio di chi chiede colloqui significativi con gli Stati Uniti, che includano concessioni su questioni chiave come il programma nucleare e missilistico. Se una versione più intransigente del regime dovesse sopravvivere intatta – è l’ipotesi di Stratfor – probabilmente considererebbe questi programmi ancora più essenziali per la propria sopravvivenza, poiché in futuro sarebbero previsti ulteriori attacchi israeliani e statunitensi».
Uno scenario irrealistico
Una seconda ipotesi, definita in partenza ‘assai improbabile’, vedeva invece una crescita della capacità contrattuale dei ‘moderati’ di Teheran, con la possibilità di puntare sulla progressiva comparsa di manifestazioni popolari. In questo caso, non ci sarebbe stato un ‘cambio di regime’, ma un suo ‘riorientamento’, verso un percorso fatto di tappe diplomatiche, di rinunce (magari parziali, al nucleare), ma anche di cospicui guadagni sul fronte delle sanzioni e, dunque, della stabilizzazione finanziaria del Paese. Come sappiamo, non c’è stato nulla da fare.
Tanto peggio, tanto meglio?
Infine, parliamo dello scenario che intrigava maggiormente Netanyahu e che Israele ha perseguito fin dal primo momento: il crollo di schianto di tutto l’Iran come sistema-Paese. Il chiodo fisso di Tel Aviv, di tutte le forze politiche dello Stato ebraico (e non solo del Likud) è infatti quello di eliminare una volta per tutte la ‘minaccia persiana’. Non è solo politica, è anche storia, cultura e soprattutto religione. Ci hanno tentato, «per arrivare – dice Stratfor – a un vuoto di potere, che ponesse le premesse per un colpo di stato. Che avrebbe dovuto essere giocato dall’esercito contro le Guardie rivoluzionarie. Un simile esito – aggiunge Stratfor – sembra essere l’obiettivo di Israele, dato il suo attacco a Pezeshkian».
- «Ma rischia anche un collasso totale dello Stato, che potrebbe estendersi all’Iraq e all’Afghanistan. Questo scenario potrebbe anche ostacolare gli sforzi per negoziare, se la catena di comando in Iran diventasse poco chiara o non venisse rispettata durante il conflitto in corso». Cioè, per spiegarci meglio, se gli israeliani continuassero a eliminare a uno a uno tutti i possibili negoziatori iraniani, come fanno, spesso, il giorno prima di cominciare le trattative.

