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Pace? Il Golfo Persico messo a ferro e fuoco

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Politica estera

30/07/2026

da Remocontro

Piero Orteca

 

Trump è ormai dichiaratamente incapace di gestire la  guerra che ha scatenato assieme a Netanyahu contro l’Iran. Le sue ambiguità diplomatiche e i suoi sbalzi umorali contribuiscono alla gravissima escalation della crisi. Ieri si sono registrati attacchi e contrattacchi che hanno coinvolto anche la Giordania, l’Iraq e le petroliere che rischiano il transito nello Stretto di Hormuz.

Pasdaran all’assalto

L’attacco a sorpresa condotto ieri con missili balistici da Teheran contro le basi americane in Giordania. Nessuno se l’aspettava. Finora il regime degli ayatollah aveva sempre replicato, ma solo dopo avere incassato colpi di tutti i tipi. Questa volta, prendendo alla sprovvista il Comando centrale Usa, ha giocato d’anticipo. Anche se i missili (dice una nota del Pentagono) sono stati tutti intercettati. Ma questa è un’altra storia, che riguarda la eventuale “dezinformacja” all’americana, sulla quale, tra le altre cose, il Guardian ha fatto un’inchiesta. Il nodo cruciale è un altro: chi ha lanciato i missili e perché? In Iran, il controllo del settore aerospaziale spetta alle Guardie rivoluzionarie che stanno scegliendo i loro bersagli in piena autonomia dal potere politico. Dunque, non bisogna avere studiato affari strategici, per capire che c’è un’ala dura del regime che punta a massimizzare i danni collaterali. Vogliono una “guerra di logoramento a bassa intensità”, convinti che prima o dopo Trump, sfinito e sotterrato dai sondaggi, dica “basta”. Lo ribadiamo per l’ennesima volta. La chiave di lettura della crisi che vive il Golfo Persico è assai più complicata di quanto ci raccontano. L’Iran non è un monolite politico, che si muove seguendo delle direttive lineari, che arrivano dai suoi centri di comando. Anche perché, in questa fase, diventa difficile la stessa conoscenza della effettiva divisione dei poteri del regime. Insomma, chi comanda oggi in Iran? Il Paese appare disarticolato, soprattutto ai vertici e, dopo il trauma dello stato di guerra e la uccisione di molti vertici, certamente sono cambiate molte cose. Per questo ciò che gli esperti (gli “iranologi”) pensavano fino a ieri, oggi non va più bene.

Attacco e contrattacco

Ieri sono successe, in concomitanza, alcune cose. L’agenzia Tashim ha reso noto che i Pasdaran hanno “colpito e fermato tre petroliere” nello Stretto di Hormuz il motivo? Seguivano, alla chetichella, la rotta “illegale” suggerita da Trump. E già questo basta e avanza per capire lo stato dell’arte. A ruota: “L’Iran ha lanciato un attacco missilistico a sorpresa – scrive il Wall Street Journal – contro le forze americane in Giordania, in una escalation che aumenta la pressione sul Presidente Trump. Secondo quanto dichiarato dall’esercito statunitense, tutti i missili sono stati intercettati con successo. Tuttavia, l’attacco ha sollevato la prospettiva di una possibile risposta da parte delle forze americane, proprio mentre i negoziati per la riapertura dello Stretto di Hormuz e per dare impulso a colloqui di pace più ampi stavano accelerando. L’attacco – sottolinea il Journal – ha segnato una svolta per l’Iran, che fino ad ora aveva generalmente preso di mira le forze statunitensi in risposta ai raid aerei americani sul proprio territorio. Con l’attacco missilistico non provocato, l’Iran ha dimostrato di essere disposto a portare la guerra agli Stati Uniti alle proprie condizioni, nel tentativo di costringere Trump a prendere una posizione. Poco dopo gli attacchi iraniani contro la Giordania, l’esercito americano ha dichiarato che caccia statunitensi e sauditi avevano lanciato attacchi in Iraq, martedì, contro gruppi sostenuti dall’Iran, che il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche aveva incaricato di attaccare le truppe americane e le infrastrutture energetiche saudite”. 

Sauditi contro Iraq

Allora, funziona così: gli Usa hanno già le mappe, con le crocette che indicano i bersagli da colpire quando a Trump vengono i cinque minuti. In questo caso, parliamo delle basi di miliziani sciiti, sostenuti da Teheran, ma, stiamo bene attenti, formalmente inquadrati nell’esercito iracheno. Dunque, dal punto di vista del diritto internazionale, un attacco contro le “Forze di Mobilitazione Popolare” può essere equiparato, né più né meno, all’aggressione a un Paese neutrale. Perché bombardare le “PMF” equivale ad attaccare le forze armate di Baghdad. Ora, lasciando da parte il diritto internazionale, che Trump si mette regolarmente sotto la suola delle scarpe, c’è però in ballo un “rischio geopolitico”. Che in questo caso vede esposta l’Arabia Saudita. Avere agito in prima persona e averlo rivendicato potrebbe generare delle conseguenze nel lungo periodo, perché i guerriglieri sciiti non amano molto i sunniti moderati di Riad, che fanno affari milionari con l’Occidente. Ad esempio, i sauditi potrebbero essere sottoposti a una minaccia “a tenaglia”, con gli Houthi yemeniti a sud e gli sciiti iracheni a nord, pronti a devastare le loro pipelines o le loro raffinerie. Intanto, secondo la britannica BBC, “un portavoce del Ministero della Difesa saudita, il generale di divisione Turki al-Maliki, ha accusato ‘milizie terroristiche sostenute dall’Iran’ di aver lanciato droni dal territorio iracheno contro impianti petroliferi nelle regioni orientali e di Riad. Ha affermato che l’Arabia Saudita, in virtù del suo ‘diritto all’autodifesa’, ha risposto conducendo attacchi ‘contro obiettivi specifici appartenenti a quelle milizie’. In un’altra dichiarazione, invece, le Forze di Mobilitazione Popolare hanno affermato che almeno 20 dei loro combattenti sono stati uccisi e altri 32 feriti negli attacchi congiunti tra Stati Uniti e Arabia Saudita contro diverse sedi nelle province di Baghdad, Wasit, Ninive, Bassora, Kirkuk, Karbala e Diyala”.

Crisi diplomatica Riad-Baghdad

  • Gli attacchi sauditi in territorio iracheno non potevano restare senza conseguenze essendo arrivati, tra l’altro, alla vigilia di una visita di Stato importante. Il Primo ministro iracheno Alì al-Zaidi, che oggi avrebbe dovuto recarsi in Arabia Saudita per un incontro ufficiale, ha annullato improvvisamente l’impegno. Reuters ha riferito che la decisione “è stata presa dal Consiglio di Sicurezza Nazionale iracheno, a seguito degli attacchi statunitensi e sauditi e della situazione di sicurezza in rapida evoluzione”. “L’annullamento del viaggio – sostiene il think tank al-Monitor – ha rappresentato un duro colpo per gli sforzi di Zaidi volti a riorientare l’Iraq, allontanandolo dalla morsa di Teheran e avvicinandolo a legami diplomatici e commerciali più stretti con gli Stati Uniti e i Paesi del Golfo”.
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