11/03/2026
da Valori
Numeri, fatti e scienza vanno in direzione opposta alla narrazione dominante: il gas non ha nulla di pulito e va progressivamente eliminato
Il mainstream sostiene che il gas sia “pulito”, o quasi, e che rappresenti il combustibile “ponte” a cui affidarsi per traghettare l’umanità dall’era delle fossili a quella delle rinnovabili. I fatti, i numeri, la scienza, dicono invece che il gas fossile rientra a pieno titolo fra le false soluzioni alla crisi climatica.
Quale gas “pulito”? Nel breve periodo, il metano è peggio della CO2
Pur emettendo meno CO2 rispetto a carbone e petrolio, il gas fossile, principalmente metano, è anch’esso prima di tutto – pare ovvio ribadirlo, ma è necessario – una fonte di energia fossile. Il che vuol dire evidentemente che contiene carbonio e, quando bruciato, libera CO2. Anche le fughe di metano non combusto hanno un forte effetto climalterante.
Nel medio periodo, inoltre, l’impatto climatico del metano è persino più devastante di quello dell’anidride carbonica. Rilasciato in atmosfera, infatti, il metano ha una capacità 80 volte maggiore rispetto alla CO2 di tenere intrappolato il calore. Anche se ciò vale per un periodo di tempo molto inferiore, circa vent’anni, rispetto alle migliaia di anni della CO2. La pericolosità delle emissioni di metano nella prospettiva del riscaldamento globale, quindi, è acclarata.
Le emissioni di metano sono in aumento e minacciano il clima
Si aggiunga che, similmente a quelle della CO2, invece di ridursi queste emissioni sono in crescita: lo confermano vari rapporti, tra cui il Global Methane Budget. Anche le previsioni per il futuro non lasciano ben sperare. Secondo il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep), se non si interviene in modo adeguato ed efficace, a livello globale le emissioni di metano di origine antropica sono stimate in aumento fino al 13%, nel periodo dal 2020 al 2030.
Per centrare gli obiettivi più sfidanti dell’Accordo di Parigi (1,5 °C di aumento delle temperature entro fine secolo rispetto all’epoca preindustriale), entro il 2030 le emissioni di metano invece dovrebbero calare del 30-60% rispetto al 2020. Dove si dovrebbe intervenire per produrre questo calo? In primo luogo ovviamente sui settori che ne causano la maggior parte: agricoltura, rifiuti e industria fossile. Quest’ultima nel mirino anche per il fenomeno del flaring, la combustione del gas estratto in eccesso.
Con il gas naturale liquefatto va anche peggio
L’impatto climatico del gas fossile è ancora maggiore quando si parla di gas naturale liquefatto (gnl). In particolare di quello che anche l’Italia sta comprando a mani basse dagli Stati Uniti, fra i maggiori produttori al mondo insieme ad esempio al Qatar. Il motivo è legato al processo che va dall’estrazione all’utilizzo finale del gnl: una catena molto lunga e articolata che moltiplica i rischi di emissioni fuggitive, è assai energivora e altamente impattante in termini climatici.
Dopo l’estrazione, il gas viene raffreddato a temperature molto basse, liquefatto e trasportato – attraverso l’oceano Atlantico, se proviene dagli Stati Uniti – in enormi navi cisterna chiamate metaniere. Una volta giunto a destinazione viene stoccato nei terminali di rigassificazione, quindi riportato allo stato gassoso e distribuito nelle reti per essere utilizzato, cioè bruciato. Il gnl proveniente dagli Stati Uniti ha un impatto climatico due volte e mezza maggiore di quello che arriva dalla Russia via gasdotto. Alcuni studi arrivano ad affermare che la sua impronta complessiva in termini di emissioni di gas serra sia persino maggiore di quella del carbone.
Fracking, “zone di sacrificio” e guerre: il costo sociale del gas fossile
Bisogna anche considerare che il Gnl made in Usa si estrae principalmente con le famigerate, perché contestatissime, tecniche di fratturazione idraulica (fracking). Clima a parte, hanno di per sé impatti ambientali e sociali devastanti. Riguardo alle aree in cui il fracking è più praticato, quali gli Stati che si affacciano sul Golfo del Messico (Louisiana, Texas), si parla addirittura di zone di sacrificio. Cioè zone così degradate e inquinate da essere incompatibili con la tutela di diritti umani fondamentali come quello a un ambiente pulito e sano. Come Taranto, in Italia, riconosciuta come zona di sacrificio per l’inquinamento dell’ex-Ilva.
Ancora, quando si parla di Gnl bisogna mettere sul piatto le incandescenti questioni geopolitiche che lo circondano, emerse in modo dirompente con la guerra in Medio Oriente innescata dall’aggressione di Usa e Israele all’Iran in palese violazione dei principi basilari della Carta delle Nazioni Unite. Basti dire che Qatar Energy, società di proprietà dello Stato del Qatar e colosso mondiale del gas naturale liquefatto, a causa del conflitto ha fermato la produzione. Contribuendo a far impennare il prezzo del gas sui mercati internazionali.
Le parole che alimentano la falsa narrazione del gas “pulito”
Architrave della narrazione dominante che racconta la favola di un gas “pulito” è anche la scelta terminologica. Perché le parole, si sa, sono importanti. Dire gas naturale, infatti, è una precisa scelta. C’è chi la considera una delle operazioni di marketing, ma possiamo anche dire di greenwashing, di maggiore successo nella storia. Immaginate invece se ad esempio sulle bollette fosse scritto “gas fossile”, oppure “fonte fossile climalterante”. Potrebbe fare la differenza a livello di consapevolezza della necessità di consegnare il gas fossile alla storia il prima possibile.
E allora, per restare sulle parole, vale la pena ricordare quelle del Club di Roma, ente fra i più autorevoli sui temi di sostenibilità. Nel 1972 l’organizzazione commissionò al Mit di Boston il celeberrimo studio The Limits to Growth (tradotto in italiano in modo fuorviante, a proposito di parole, come “I limiti dello sviluppo”). Quando a fine 2021 la Commissione europea, in seguito a forti pressioni politiche, annunciò l’intenzione di inserire il gas e il nucleare nella tassonomia delle attività in cui investire in modo sostenibile, il Club di Roma tuonò: «Nessun investimento nel gas naturale può essere classificato come un contributo significativo alla mitigazione e all’adattamento climatico».

