02/04/2026
da Valori
I luoghi abbandonati dall'economia urbana si ribellano: le disuguaglianze territoriali come carburante del voto populista
Londa chiama, Londra risponde: Andrés Rodriguez-Pose è titolare della Cátedra Princesa de Asturias e professore di Geografia economica alla London School of Economics and Political Science. Da anni, le sue ricerche si concentrano sulle disuguaglianze territoriali, analizzando il modo in cui le differenze nella qualità di istituzioni e processi di sviluppo economico influenzano le traiettorie regionali e – come conseguenza – anche il “voto di protesta”.
Giovedì 2 aprile alle 17:30 si collegherà da Londra con Londa – il paese della montagna fiorentina dov’è nata nel 2025 la Londa School of Economics – e prenderà parte all’open day della scuola, “Oltre i margini: l’Economia che rigenera i Luoghi”. «Il limite dell’economia urbana è pensare che il successo di poche “città vincenti” possa compensare l’abbandono di intere nazioni», sostiene Rodriguez-Pose, che porterà nel dibattito le riflessioni sviluppate nel libro “La vendetta dei luoghi che non contano”, pubblicato in Italia da Donzelli, a cura di Filippo Barbera, professore di Sociologia economica e del lavoro all’Università di Torino e fellow presso il Collegio Carlo Alberto e membro del comitato scientifico della Londa School of Economics.
Nel libro scrive che «decenni di riforme istituzionali “cieche ai luoghi”, di progressiva disintermediazione politica, marginalizzazione economica dei territori, chiusura dei servizi essenziali e contrazione dell’economia fondamentale, hanno creato il brodo di coltura perfetto per la crescita del voto anti-establishment. I divari territoriali hanno messo in sinergia il malcontento popolo-classi dirigenti con quello centri-periferie». Di fronte a questo scenario, perché può essere efficace ripensare l’economia dai luoghi marginalizzati?
Per anni abbiamo trattato l’economia come se fosse un esperimento di laboratorio condotto esclusivamente in eleganti uffici di vetro a Londra o Milano, ignorando che il resto del mondo non vive di soli algoritmi e caffè artigianali. Abbiamo detto agli abitanti di Liverpool, di Sunderland o delle aree intermedie in Italia: «Ci dispiace, ma il vostro tempo è passato. Se volete un futuro, fate le valigie e trasferitevi a Londra (o a New York, a Parigi, a Milano, …)». Perciò, ripensare l’economia dai luoghi marginalizzati non è solo un atto di carità cristiana, ma una necessità sistemica.
Il “voto di protesta” è la prova che ignorare il potenziale inespresso di queste aree è pericoloso. Se non attiviamo le opportunità latenti nei “luoghi che non contano”, la stabilità stessa delle aree prosperose verrà travolta da questa ondata di risentimento territoriale. Non si tratta di distribuire sussidi a pioggia – che spesso creano solo dipendenza – ma di adottare politiche “sensibili ai luoghi” che valorizzino le capacità locali. Altrimenti, il mattone che questi territori hanno lanciato contro la finestra del sistema sarà solo il primo di una lunga serie.
Perché l’economia urbana non sa rispondere alle esigenze emergenti nelle regioni periferiche nei diversi Paesi europei?
L’economia urbana classica soffre di una sorta di “miopia da grattacielo”. Si basa sull’assunto che le economie di agglomerazione (ovvero, stipare quante più persone e aziende possibili in un unico spazio) siano l’unico motore della crescita. È una teoria affascinante, finché non ti accorgi che metà del Continente è rimasta bloccata in quella che io e miei colleghi chiamiamo la “trappola dello sviluppo regionale”.
In Europa, molte regioni di medio o alto reddito hanno smesso di crescere, vedendo calare produttività e occupazione rispetto al proprio passato. L’approccio urbano standard suggerisce la mobilità del lavoro: «Se non c’è lavoro a Limoges, vai a Parigi». Ma le persone non sono semplici unità produttive intercambiabili. Hanno radici, famiglie e, comprensibilmente, un certo attaccamento alla propria casa. Quando il sistema ignora questo legame, le regioni periferiche non si limitano a declinare in silenzio: si trasformano in focolai di resistenza, di reazione, di euroscetticismo.
Il voto diventa la dimostrazione di questo fallimento. Perché gli abitanti finiscono con il fidarsi dei partiti populisti e di estrema destra che non hanno mai difeso, in realtà, gli interessi delle classi subalterne?
È il paradosso del naufrago: se la nave su cui ti trovi sta affondando e l’equipaggio ufficiale continua a spiegarti che i protocolli di sicurezza sono stati rispettati perfettamente, finirai per dare ascolto a chiunque ti offra un gommone, anche se è visibilmente bucato e il capitano sembra un po’ troppo propenso ai monologhi incendiari. Il voto populista non è necessariamente una scelta d’amore per i programmi della destra radicale, ma un grido di rabbia contro un’élite percepita come distante e indifferente. Queste persone si sentono “sacrificabili” in nome della globalizzazione. I partiti populisti offrono qualcosa che i tecnocrati hanno dimenticato: il riconoscimento.
La nostra ricerca mostra che il risentimento non nasce tanto dalla disuguaglianza tra singoli individui (il classico ricco contro povero), quanto dal declino a lungo termine del luogo in cui si vive. Quando senti che il tuo territorio “non conta più”, votare per chi promette di ribaltare il tavolo non è un errore di calcolo economico, ma un atto di vendetta politica. Gli abitanti delle aree “lasciate indietro” preferiscono un salto nel buio con un populista piuttosto che continuare a scivolare lentamente nell’oblio con un sistema che ha smesso di vederli e di valorizzarli.

