08/04/2026
da Il Manifesto
Sul filo Pesano i due voltafaccia recenti di Washington durante le trattative per il nucleare. E per gli ayatollah mostrare debolezza può essere più pericoloso delle sanzioni
Perché l’Iran si è esposto all’attacco del più grande esercito del mondo e ha resistito non volendo accettare la proposta statunitense in 15 punti? L’offerta era basata sull’idea che l’Iran fosse pronto a scambiare sicurezza strategica con un sollievo economico immediato.
Un errore di valutazione che ha provocato il rifiuto di Teheran, netto, prevedibile e – molto probabilmente – inevitabile. Gli Stati uniti per i negoziati non intendono il complesso di trattative che precedono la stipulazione di un accordo diplomatico, bensì l’accettazione di un quadro completo già confezionato che l’avversario può solo prendere o lasciare.
L’architettura del piano americano è semplice quanto radicale: smantellamento del programma nucleare e missilistico, rinuncia all’arricchimento dell’uranio, fine della rete di alleanze regionali, apertura totale dello Stretto di Hormuz. In cambio, un cessate il fuoco temporaneo e la promessa – non la garanzia – di un alleggerimento delle sanzioni e di assistenza economica.
È una proposta che a Washington può apparire generosa, ma che a Teheran suona come una resa.
Accettare un cessate il fuoco di 30/45 giorni, senza garanzie di pace permanente, equivarrebbe a esporsi alle nuove offensive, dopo aver già rinunciato ai principali strumenti di deterrenza. In altre parole, disarmarsi oggi significa essere più vulnerabili domani e lasciarsi il paese scoperto alle escursioni aeree israeliane ogni qual volta ci sarà qualcosa che non è allineato con la loro «sicurezza». È una logica che né l’establishment politico né quello militare iraniano sono disposti ad accettare.
Sicuramente la memoria recente pesa. L’uscita unilaterale degli Stati uniti dal Jcpoa, l’accodo sul nucleare iraniano, l’attacco al Paese mentre i negoziati erano in corso per ben due volte, hanno lasciato una cicatrice profonda nella percezione iraniana dell’affidabilità americana. Ogni promessa, oggi, viene letta alla luce di quelle rotture: perché credere a un negoziato e a un nuovo accordo se i precedenti sono stati traditi? La diffidenza non è retorica ideologica, ma calcolo politico.
Poi ci sono le questioni di sovranità e dignità. Le richieste americane, di fatto, dettano le scelte strategiche iraniane: controllo del programma nucleare, limitazioni missilistiche, accesso ispettivo esteso, rinuncia al sostegno ai proxy regionali. Teheran percepisce tutto questo come un’ingerenza straniera per rimodellare la propria politica di difesa e il proprio ruolo nel Medio Oriente.
Non è meno rilevante il vincolo interno. Le condizioni percepite come umilianti potrebbero avere costi politici altissimi. La resistenza all’Occidente è una parte fondante della Repubblica islamica, su cui si acquisisce la sua legittimità: cedere ora significherebbe incrinare quella narrativa, con il rischio di tensioni interne difficili da controllare. In un sistema dove sicurezza e consenso sono strettamente intrecciati, la percezione di debolezza può essere più pericolosa delle sanzioni.
Sul piano economico, infine, la proposta ambigua americana non convince. Teheran ha bisogno di certezze, non promesse: rimozione effettiva delle sanzioni, accesso stabile ai mercati, garanzie di ricostruzione. Anche i benefici più rilevanti rischiano di apparire reversibili in assenza di meccanismi vincolanti.
Ecco che arriva la controproposta iraniana: meno concessioni unilaterali, più enfasi su una pace definitiva, garanzie di non aggressione e sicurezza energetica. Potrebbe sembrare una mossa negoziale, ma è un cambio di paradigma: dal cessate il fuoco come pausa tattica alla pace come condizione strutturale.
E così si è arrivati a uno stallo che va oltre il negoziato. Trump batte i pugni e vuole tempi brevi e condizioni stringenti; l’Iran risponde chiedendo garanzie solide e tempi giusti per arrivarci. Due logiche che sembrano incompatibili, almeno nel breve periodo.
Le conseguenze sono sotto occhi di tutti. L’inflessibilità americana e il rifiuto iraniano mantengono alta la tensione militare e allontanano una soluzione diplomatica, ma evitano anche, dal punto di vista di Teheran, un accordo percepito come sbilanciato e pericoloso. Accettarlo avrebbe forse fermato la guerra, ma al prezzo di aprire una fase di instabilità interna e vulnerabilità esterna.
Esiste uno spazio intermedio? È la domanda inevitabile: sicuramente sì, ma non dentro la cornice attuale. Senza un cambio di approccio, il confronto continuerà a muoversi lungo la linea dello scontro. Meno ultimatum, più garanzie reciproche potrebbe aiutare la soluzione.
Per ora, rimane sul terreno la realtà più dura: gli Stati uniti offrono una tregua condizionata, l’Iran pretende una pace garantita. Finché queste due parole non coincideranno, ogni piano, anche il più articolato, è destinato a restare lettera morta.

