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Perché non ci preoccupa la crisi climatica?

Perché non ci preoccupa la crisi climatica?

Ambiente

25/03/2026

da Valori

Lorenzo Tecleme

Crediamo alla crisi climatica, ma non che possa colpire noi. Il bias dell'ottimismo spiegato da uno studio su Nature

Il riscaldamento globale è un fenomeno noto e, soprattutto nell’ultimo decennio, raccontato su grande scala. Media e istituzioni, pur non sempre con il necessario senso di urgenza, hanno spiegato sia le cause sia gli effetti dell’aumento delle temperature medie dell’atmosfera terrestre. E d’altronde alcune delle conseguenze abbiamo ormai modo di vederle anche nella nostra esperienza personale. Dalle estati eccezionalmente calde alla ritirata dei ghiacciai alpini fino alle alluvioni continue in Emilia-Romagna. Eppure, il tema preoccupa solo relativamente le persone. Diversi sondaggi rilevano come altre questioni – immigrazione, sicurezza, salari, guerra – siano ben più in alto nella lista delle priorità dell’europeo medio. 

Attivisti, psicologi e sociologi si interrogano da tempo sul fenomeno. Le ragioni ipotizzate sono molte: dalla distanza temporale con le peggiori conseguenze della crisi climatica alla difficoltà di visualizzare un problema così complesso fino agli effetti della propaganda negazionista. Un nuovo studio pubblicato su Nature da un gruppo di ricercatori svedesi aggiunge un nuovo tassello. Crediamo alla crisi climatica, ma non al fatto che possa colpire noi.

Cos’è il bias dell’ottimismo e perché ci rende ciechi alla crisi climatica

La ricerca è stata resa pubblica a gennaio ed è stata condotta da psicologi delle università di Gävle e Gothenburg. Tecnicamente è una meta-analisi, ovvero lo studio incrociato di altri lavori già condotti sullo stesso tema, alla ricerca di trend comuni. Gli scienziati svedesi hanno messo assieme 83 studi, che hanno coinvolto un totale di oltre 70mila persone provenienti da 17 Paesi. A tutti loro era stato chiesto di stimare la percezione che avevano dei rischi legati al riscaldamento globale per sé e per gli altri.

Il dato sorprendente è che quasi tutti gli intervistati – indipendentemente da età, professione, reddito, nazionalità – tendono a pensare che i rischi ci siano, ma di esserne coinvolti meno della media. «Quello che abbiamo scoperto è che la stragrande maggioranza delle persone, in tutto il mondo, si aspetta che gli altri abbiano più probabilità di subire tali conseguenze rispetto a loro stessi», ha spiegato Magnus Bergquist, uno dei membri del team di ricerca, ad Antropochene Magazine. Gli psicologi parlano di bias dell’eccessivo ottimismo. Lo stesso che può portarci a comportamenti che sappiamo essere rischiosi – fumare, guidare in stato di ebbrezza – nell’irrazionale convinzione che quel rischio non si applichi a noi.

Il 68 per cento degli intervistati si sente meno a rischio degli altri: i dati dello studio su Nature

Secondo quanto si legge nello studio, il 68 per cento degli intervistati ritiene che il proprio rischio personale legato al cambiamento climatico sia inferiore a quello altrui. Questa tendenza è più marcata in Europa e meno in Asia, osservano però i ricercatori, e varia a seconda della formulazione dei quesiti. Il bias si osserva maggiormente quando si chiede alle persone di valutare la percezione del rischio proprio paragonandola a quella del resto dell’umanità o dei loro concittadini. Ma diminuisce quando gli si chiede di paragonare il proprio livello di rischio con quello dei parenti o dei vicini di casa. In solo due studi su 83 non si è osservato questo fenomeno. Entrambi riguardavano agricoltori asiatici che avevano già sperimentato gli effetti della crisi climatica sul proprio lavoro.

La meta-analisi non permette di confrontare le risposte degli intervistati con una valutazione oggettiva della pericolosità della loro condizione personale. In altre parole, sicuramente almeno una parte del gruppo che si è detto meno a rischio degli altri lo è per davvero. Ma il bias, nell’insieme, appare chiaro. Secondo gli psicologi svedesi, c’è una lezione da imparare per chi comunica la crisi climatica. Meglio parlare dei rischi delle temperature che aumentano non in generale, sull’umanità o su grandi gruppi, ma in relazione a specifiche categorie professionali, territoriali, di età. In altre parole, avvicinare la questione alla vita delle persone. Parlando sempre ad Antropochene Magazine, Magnus Bergquist ha promesso che presto faranno degli studi per testare questa strategia.

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