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Petrolio, grandi fondi e guerra: cosa c’è dietro l’intervento degli Stati Uniti in Venezuela

Petrolio, grandi fondi e guerra: cosa c’è dietro l’intervento degli Stati Uniti in Venezuela

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14/01/2026

da Valori

Alessandro Volpi

Dopo l’attacco in Venezuela, Trump riunisce le major del petrolio e i grandi fondi: così guerra, finanza e debito si intrecciano

Il presidente Trump non ha perso tempo. Pochissimi giorni dopo l’attacco in Venezuela, e prima ancora di ricevere Marina Corona Machado – a cui sembra abbia chiesto di consegnarli il Nobel per la pace – e Delcy Rodriguez, il comandante in capo ha messo intorno a un tavolo gli amministratori delegati di 17 società interessate al petrolio venezuelano.

Le 17 società del petrolio e il ruolo dei grandi fondi

Si tratta delle major statunitensi: Chevron, ExxonMobil e ConocoPhillips, ovviamente. Ma anche Halliburton – leader nei servizi petroliferi, necessaria per riparare i pozzi degradati –, Valero Energy, una delle principali società di raffinazione negli Stati Uniti, progettata per lavorare il greggio pesante venezuelano, Marathon Petroleum, altro colosso della raffinazione statunitense, e Phillips 66, coinvolta nella catena di distribuzione e raffinazione.

Accanto a queste realtà con sede a stelle e strisce, Trump ha allargato l’invito a Eni, Repsol e Trafigura. Il quadro è completato da Continental Resources, il cui fondatore Harold Hamm è un alleato stretto di Trump, Occidental Petroleum, EOG Resources, Venture Global LNG, Targa Resources ed Enterprise Products Partners.

Cosa hanno in comune queste 17 società? Hanno come azionisti principali i grandi fondi, a cominciare da BlackRock, Vanguard e State Street, a cui si associano soggetti finanziari più direttamente legati a Trump. In pratica, Trump usa il potere militare per ricompattare il quadro finanziario americano – che gestisce il risparmio dell’Occidente – e per fornire a questi attori occasioni di speculazione finanziaria e di investimento, in cambio di un pieno sostegno alla sua assolutizzazione del potere presidenziale. Naturalmente, al gioco possono partecipare anche “gli stranieri”, come Eni, Shell, Repsol e Trafigura, a condizione che non ostacolino la centralità statunitense, del resto già garantita dalla presenza nel loro azionariato delle stesse Big Three.

Espansionismo militare e potere finanziario negli Stati Uniti

Trump, con l’espansionismo militare in chiave economica, vuole garantire i poteri forti, a cominciare dai grandi fondi, che peraltro sono gli azionisti di maggioranza di tutta la filiera produttiva delle armi, da Raytheon a Lockheed Martin e Boeing, e dalla finanza a lui vicina, da Thiel a Ellison e Musk. L’obiettivo è avere una solida base per la definitiva cancellazione dei residui di democrazia negli Stati Uniti.

Immaginare una spesa militare da 1.500 miliardi l’anno, coperta con un debito federale americanizzato nelle mani dei grandi fondi, capaci di dirottarvi tutto il risparmio europeo, significa pensare non solo a uno strumento di aggressione internazionale. Significa anche dotarsi di un mezzo per esercitare una pressione politica fortissima contro ogni ipotesi di opposizione interna e contro le fastidiose pastoie del “balance of power” di matrice liberale. Ma per i liberali italiani e per la premier Meloni, insieme all’ineffabile Tajani, l’operazione Venezuela è servita ad abbattere un dittatore in nome della libertà.

Il debito venezuelano come leva finanziaria del cambio di regime

C’è un aspetto dell’occupazione militare americana in Venezuela che rischia di essere trascurato, ma che ha invece un grande rilievo per il peso che può avere nel convincere i grandi fondi a difendere le mosse politiche – e le violenze interne – trumpiane. Si stima che circa il 35-45% dell’intero debito estero venezuelano, composto da bond sovrani e bond Pdvsa, la società petrolifera di Stato, sia detenuto da fondi e banche con sede negli Stati Uniti. Si tratta di circa 100 miliardi di dollari, posseduti in larga prevalenza da Fidelity Investments, BlackRock, Goldman Sachs Asset Management, T. Rowe Price ed Eaton Vance.

I bond venezuelani sono stati acquistati negli ultimissimi anni con uno scopo preciso: in caso di un “cambio di regime” guidato dagli Stati Uniti, questi titoli, comprati a prezzi stracciati, conosceranno una ristrutturazione. Per questo gli stessi fondi e le banche statunitensi stanno già preparando piani per scambiare i vecchi bond con nuovi titoli garantiti dalle future entrate petrolifere del Venezuela.

Dal debito al petrolio: la conquista finanziaria del Venezuela

Si ipotizza che una parte del debito detenuto dalle banche americane possa essere convertita in partecipazioni azionarie o in concessioni nei giacimenti petroliferi del bacino dell’Orinoco. Questo permetterebbe alle major energetiche americane, di cui i fondi e le banche sono grandi azionisti, di rientrare nel settore energetico venezuelano senza un esborso immediato di contanti.

Peraltro, dopo la rimozione totale delle sanzioni commerciali avvenuta nelle ultime ore, JPMorgan sta accelerando il reinserimento dei bond venezuelani nei suoi indici Embi (Emerging Market Bond Index), con l’obiettivo di indurre altri fondi passivi americani a comprare miliardi di dollari di questi titoli. Oltre alla detenzione diretta, banche come JPMorgan e Bank of America gestiscono oggi la quasi totalità degli scambi sul mercato secondario. Nelle ultime giornate, il volume degli scambi di bond venezuelani a New York ha superato i livelli dell’intero anno 2024, con prezzi balzati da 12-15 centesimi a oltre 45-50 centesimi in una sola sessione.

In estrema sintesi, il debito del Venezuela è stato utilizzato come un biglietto di ingresso, molto economico, nell’economia del Paese, di cui si immaginava una presa di possesso da parte degli Stati Uniti in tempi brevi.

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