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Petrolio, o finisce la guerra all’Iran o salta il banco

Petrolio, o finisce la guerra all’Iran o salta il banco

Politica estera

12/03/2026

da Remocontro

Piero Orteca

La guerra all’Iran si va complicando e da Hormuz, in pratica, non si passa più. Così, ai mercati mondiali manca oltre il 10% di petrolio (per ora), ma si arriverà al 25 per cento. Un buco che sta già facendo esplodere i prezzi. Proprio per questo, l’Associazione Internazionale dell’Energia (AIE) ha deciso un gigantesco rilascio di riserve strategiche. Una mossa obbligata, che spiega la drammaticità della situazione nella quale ci hanno messo Trump e Netanyahu.

L’AIE brucia le riserve

«I 32 Paesi membri dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE) hanno concordato all’unanimità di mettere a disposizione del mercato 400 milioni di barili di petrolio provenienti dalle loro riserve di emergenza per far fronte alle perturbazioni dei mercati petroliferi causate dalla guerra in Medio Oriente». Comincia così il comunicato dell’AIE, i cui rappresentanti si sono riuniti d’urgenza, dopo la brutta piega presa dai mercati del greggio per l’escalation bellica nel Golfo Persico. Se prima c’era preoccupazione, adesso nelle segrete stanze delle Cancellerie siamo quasi all’allarme rosso. E, di conseguenza, grave, quasi cupo, è stato il tono dell’intervento del direttore esecutivo AIE, Fatih Birol. «Le sfide che stiamo affrontando sul mercato petrolifero sono di portata senza precedenti, quindi sono molto lieto che i Paesi membri dell’AIE abbiano risposto con un’azione collettiva di emergenza di dimensioni senza precedenti», ha detto Birol, aggiungendo che i mercati petroliferi «sono globali, quindi anche la risposta alle principali perturbazioni deve essere globale». «I membri dell’AIE – chiarisce la nota – detengono scorte di emergenza per oltre 1,2 miliardi di barili, a cui si aggiungono altri 600 milioni di barili di scorte industriali detenute sotto obbligo governativo. Il rilascio coordinato delle scorte è il sesto nella storia dell’AIE, creata nel 1974. Precedenti azioni collettive sono state intraprese nel 1991, 2005, 2011 e due volte nel 2022. Il conflitto in Medio Oriente, iniziato il 28 febbraio 2026, ha ostacolato i flussi di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz, con volumi di esportazione di greggio e prodotti raffinati attualmente inferiori al 10% rispetto ai livelli pre-conflitto. Ciò sta costringendo gli operatori della regione a chiudere o ridurre una parte sostanziale della produzione. Nel 2025, una media di 20 milioni di barili al giorno di petrolio greggio e prodotti petroliferi hanno transitato attraverso lo Stretto di Hormuz, pari a circa il 25% del commercio mondiale di petrolio via mare. Le possibilità per i flussi di petrolio di bypassare lo Stretto di Hormuz – conclude il comunicato ufficiale dell’AIE – sono limitate».

Puntata massima obbligata

Quella decisa nella riunione dell’AIE, ha proprio il sapore di una mossa ‘all in’, come fa un pokerista quando si gioca una buona parte della sua dote. Però, andando a ben vedere, 400 milioni di barili sono, è vero, una quantità molto consistente, ma in termini di autonomia energetica garantita, quanto tempo in effetti assicurano? È stata la BBC, col suo ottimo servizio ‘Verify’, a proporre una convincente (e deprimente) analisi comparativa. Dunque, scrive Jonathan Josephs, con quale velocità il mondo arriverà a consumare 400 milioni di barili di greggio? «Si tratta di un intervento significativo dell’AIE – sostiene il giornalista economico britannico – ma rilasciare un terzo delle scorte detenute dai suoi governi, non è qualcosa che può ripetere frequentemente. Quei 400 milioni di barili di petrolio corrispondono più o meno alla quantità che il mondo consuma in quattro giorni, o alla quantità che, in circostanze normali, scorre attraverso lo Stretto di Hormuz in 20 giorni. Si tratta di un segnale d’intenti da parte dei 32 governi che compongono l’AIE: vogliono limitare le conseguenze sull’economia globale. Tuttavia – prosegue graffiante Josephs – restano in balia dei mercati e gli operatori del settore energetico sembrano non aver tenuto conto dell’intervento. L’AIE ha descritto le ‘sfide del mercato petrolifero’ come ‘di portata senza precedenti’, un termine che normalmente indica prezzi più elevati. Come annunciato, si è verificato un piccolo calo nei prezzi del petrolio, ma questi sono rapidamente risaliti perché non è ancora chiaro quando finiranno i combattimenti e quando le forniture di petrolio, e non le scorte, torneranno a fluire liberamente». E lo specialista ribadisce una verità antica, assoluta, ma sempre attualissima: l’economia è fatta essenzialmente di ‘aspettative’, figlie dei fatti attuali e della loro proiezione sugli eventi futuri. Ma, soprattutto, della credibilità delle persone che li influenzano. Nel caso specifico, Trump e Netanyahu.

Uno scenario da incubo

L’AIE ha cercato di correre subito ai ripari, spinta anche da alcune valutazioni fatte dagli operatori finanziari più esperti. Quelli che, in situazioni di questo tipo, cioè di crisi geopolitiche complesse, più e meglio dei politici hanno esperienza, competenze e una rete di informazioni tale da rendere le loro previsioni assolutamente più affidabili di quelle elaborate invece da molti governi. E ora, le ultime notizie che contano, il prezzo più importante del greggio e le prospettive dei ‘futures’ riportate dal Wall Street Journal questa notte: «I ‘future’ sul petrolio statunitense sono saliti di circa 6 dollari al barile nelle contrattazioni serali, dopo che il Dipartimento dell’Energia ha dichiarato che attingerà alla Riserva Petrolifera Strategica, in concomitanza con misure simili a sostegno del mercato annunciate in precedenza da alleati tra cui Germania e Giappone. I ‘future’ con consegna ad aprile, che mercoledì si sono attestati a 87,25 dollari al barile, sono saliti di un altro 7%, superando i 93 dollari nelle contrattazioni dopo la chiusura delle borse. I future sul greggio Brent, sono tornati a salire verso i 100 dollari. Il Segretario all’Energia Chris Wright ha dichiarato che il petrolio del governo inizierà ad arrivare sul mercato la prossima settimana e che ci vorranno circa 120 giorni per scaricare i 172 milioni di barili autorizzati, suggerendo agli operatori che la Casa Bianca si sta preparando a una prolungata interruzione nel Golfo Persico».

La Marina Usa? Non c’è

La cronaca e le fibrillazioni dei mercati sono figlie di quest’approccio più che ondivago, schizoide, della Casa Bianca, alla crisi iraniana. Gli americani si sono fatti trascinare in guerra senza un piano preciso. O, peggio, se ne hanno mai avuto uno, lo possono pure stracciare, perché dopo la botta dei dazi doganali, ora stanno finendo di destabilizzare il pianeta. Ieri, nelle acque del Golfo è successo di tutto e di più, sembrava di essere del Pacifico durante la Seconda guerra mondiale. Sono state attaccate e incendiate due petroliere davanti alle coste dell’Irak, tanto che il Wall Street Journal ha aperto la sua edizione con il titolo «L’escalation della crisi di Hormuz solleva lo spettro di una chiusura prolungata» e spiegando: «Le speranze di una rapida ripresa del commercio attraverso lo Stretto si stanno affievolendo senza la scorta navale statunitense mentre l’Iran intensifica gli attacchi». Solo che Trump aveva promesso una scorta di navi americane, che però finora non si sono viste. Si era anche offerto di finanziare i premi assicurativi, il cui costo è salito alle stelle, dato il rischio che le petroliere (ma vale anche per il gas liquido) devono affrontare. Ma nessuno si azzarda a fare contratti di questo tipo, né armatori e manco assicuratori, perché la situazione è fuori controllo. E lo denuncia chiaramente il WSJ: «Gli Stati Uniti – dice il giornale – hanno respinto le ripetute richieste di scorta per le petroliere da parte delle compagnie petrolifere, hanno affermato funzionari dei Paesi del Golfo. I funzionari della Difesa affermano che è troppo rischioso inviare navi da guerra nelle acque ristrette dello Stretto – che è largo circa 21 miglia nel punto in cui si restringe – finché il rischio di fuoco iraniano non sarà diminuito. Le forze americane hanno attaccato la marina iraniana e i suoi equipaggi di droni e missili nel tentativo di arginare la minaccia. Ma l’Iran continua a colpire. A ciò si aggiungono i rischi delle mine navali e dei sottomarini iraniani in agguato».

‘Da Hormuz nemmeno un goccio’

Il messaggio, molto stringato ma terribilmente eloquente, postato su ‘X’ dal Comando delle Guardie rivoluzionarie iraniane (IRGC) non lascia dubbi: «dice che dallo Stretto di Hormuz loro non faranno più passare manco un goccio di greggio». La minaccia è accompagnata da un filmato, dove si vede in lontananza una sagoma di quella che sembra una petroliera (ferma) mentre il barchino dei pasdaran sfreccia velocissimo sull’acqua. Spacconate? Per niente. Intanto, arrivano altre notizie (confermate) che parlano della posa di un numero imprecisato di mine vaganti all’imboccatura del Golfo Persico, anche se Trump ha cercato di smentire la cosa. Per ora, gli americani hanno reagito affondando un numero imprecisato di posamine di Teheran. Ma a parte i ripetuti attacchi alle navi, registratisi in questi giorni, con l’uso di droni e missili, l’attenzione delle Guardie rivoluzionarie iraniane si è concentrata su raffinerie e oleodotti della regione. Dopo avere preso di mira impianti petroliferi nel Kurdistan iracheno, ieri è stata la volta anche dell’Oman, che ha subito un bombardamento mirato forse inaspettato. Secondo quanto riporta il quotidiano israeliano Haaretz, citando l’agenzia di stampa statale Oman News Agency, «l’Iran ha colpito con droni gli impianti di stoccaggio del petrolio dell’Oman nella città portuale meridionale di Salalah. Anche la società di sicurezza marittima britannica Ambrey ha riferito dell’incidente. Le difese aeree dell’Oman hanno intercettato alcuni droni, mentre altri hanno colpito le petroliere nel porto, ha riferito un funzionario della sicurezza all’emittente statale».

  • Abbiamo volutamente evitato di dare troppi numeri, entrando nei dettagli delle previsioni veramente fosche sull’economia, fatte dagli esperti. Inutile, in questo momento, seminare il panico, anche perché c’è sempre la speranza che qualcuno possa avere un attacco di intelligenza. La lezione per i guerrafondai di tutte le latitudini, per coloro che pensano, come Trasimaco nella Repubblica di Platone, che il più forte ‘faccia il diritto’, è che prima o dopo ogni guerra si ritorce anche contro di loro.
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