26/01/2026
da L'Antidiplomatico
All'uscita dall'Assemblea Nazionale, dove la presidente incaricata Delcy Rodríguez ha presentato la sua Memoria y Cuenta, conversiamo con Nahum Fernández, Capo del Governo di Caracas e responsabile della mobilitazione del Bureau Politico della Rivoluzione Bolivariana.
Tra foto e richieste dei cittadini di Caracas che gli si avvicinano con affetto, Nahum analizza per noi il complesso scenario che vive il paese dopo il 3 gennaio.
Come ha vissuto e analizzato ciò che è accaduto il 3 gennaio, quando Trump ha attaccato militarmente il Venezuela sequestrando il suo presidente, Nicolás Maduro, e la "primera combatiente" Cilia Flores?
Il 3 gennaio siamo stati vittime di un attacco inedito, suprematista, da parte della forza bellica degli Stati Uniti. Hanno sequestrato il presidente della Repubblica avvalendosi di una forza asimmetrica e di una follia tecnologica di ultima generazione. Noi non siamo un paese bellicista; non abbiamo costruito bombe atomiche né armi di distruzione di massa. Non è la nostra strada. Non spendiamo risorse nella guerra, come fa l’Europa, ma nella pace e nel costruire le condizioni affinché il nostro popolo possa vivere in pace. C'è una grande ingiustizia nel mondo. Il mondo è scosso, persino nauseato. Guarda cosa è successo con l’Europa, inginocchiata per tutta la vita davanti alla NATO. Il Nord ha detto sì alla guerra e le navi sono già lì, minacciando un conflitto mondiale che non lascerà nulla all’umanità. Siamo ancora in tempo per fermare questa follia che genera solo pianto e morte per il capriccio di alcuni soggetti che vogliono dimostrare chi è più forte. A noi interessa che l’essere umano si sviluppi, che i bambini crescano, che si preservino l’acqua e il pianeta. Abbiamo bisogno di più scuole e ospedali, di più amore per il prossimo.
Dove si trovava quando è successo e come ha reagito?
Ero a Caracas. Non pensavamo che fossero capaci di entrare con aerei ed elicotteri, con commando specializzati e armi in grado di isolare istallazioni e popolazione. Abbiamo visto diverse zone di Caracas andare in fiamme a causa dei bombardamenti. La gente correva terrorizzata davanti al rumore assordante dei missili Tomahawk e di quegli aerei tecnologici che stordiscono. Hanno attaccato le principali sottostazioni elettriche e provocato una tempesta magnetica totale per lasciarci al buio e alla cieca. Poi si sono vantati del fatto che fosse un attacco "intelligente" per dimostrare la loro forza. Non abbiamo mai messo in dubbio che gli Stati Uniti avessero tecnologia militare, ma usarla così contro un popolo in pace è un'atrocità.
Come ha reagito il popolo davanti a tale aggressione?
Nonostante la superiorità militare, il popolo è sceso in strada per difendere Nicolás Maduro. È l’ultimo anello della difesa territoriale: dare la vita per mantenere l’indipendenza. Con questo attacco hanno vinto solo l’odio e il rancore seminati dal discorso di María Corina Machado. Qui non vince nessuno, al contrario; c'è una macchia nella nostra storia: un paese che non era mai stato invaso né bombardato ha subito un attacco fulminante per generare paura e inquietudine collettiva. Ma non hanno vinto e non vinceranno, perché l’odio non vince mai. Il popolo oggi è in piedi, a testa alta.
Lei menziona che il paese era in pace prima del bombardamento, com'era la situazione in quei giorni?
Era un paese in pace. Noi venezuelani stavamo celebrando il Natale e le festività di Capodanno. L’attacco ci ha colti in famiglia, mentre finivamo di mangiare il tradizionale pernil dei giorni 1, 2 e 3 gennaio. Così ci hanno sorpresi. Tuttavia, già il giorno 4 il popolo era in strada a protestare contro un atto giuridicamente illegale. È stato violato il diritto internazionale, e la Carta delle Nazioni Unite. Oggi il popolo chiede il ripristino dell’ordine perché l’umanità è in uno stato di nervosismo totale per questa scommessa sulla guerra nucleare. Bisogna fermare questa follia
La presidente incaricata ha presentato un bilancio economico in crescita, impressionante nonostante l’assedio. Cosa ne devono pensare quelli che negavano l'esistenza del blocco economico-finanziario, i cui effetti sono oggi ammessi dallo stesso Trump?
Coloro che dicevano che non c’erano sanzioni oggi restano senza argomenti. Era vero: il blocco esisteva ed era feroce. Il presidente Maduro lo ha sempre detto. Ogni volta che abbiamo cercato di avere migliori relazioni con gli Stati Uniti, l’ultradestra si è messa di mezzo con menzogne per rompere il canale diplomatico e generare una guerra.
La presidente incaricata ha annunciato alcune misure importanti, come il Fondo Sociale Speciale, cosa ne pensa a riguardo?
Tutto il paese aspettava queste misure relative al miglioramento del potere acquisitivo. Se cesseranno le “sanzioni”, le risorse che entreranno andranno direttamente ai lavoratori, ai servizi e al sociale. Il potere d’acquisto della nostra gente si alzerà. Per quanto riguarda le relazioni con gli Stati Uniti, devono essere normali, di rispetto. Hugo Chávez le ebbe, persino con le compagnie petrolifere dei Bush che lavoravano nella Fascia dell’Orinoco. Il presidente Maduro è sempre stato disposto al dialogo in condizioni di rispetto. La nostra frase è sempre stata: "Qui c'è il petrolio, ma per portarselo via devono pagarlo".
Qual è la sfida principale della presidente incaricata in questo periodo?
La sfida principale è normalizzare il sistema economico e la questione del dollaro per migliorare il potere d'acquisto delle famiglie venezuelane. Arriveranno momenti migliori grazie alla resistenza di questi 12 anni. Maduro è un presidente assediato, ma oggi possono rinascere relazioni con gli Stati Uniti basate sul rispetto, che è quello che abbiamo sempre voluto.
La presidente incaricata ha annunciato che si deve riformare la Legge Antiblocco. Come risponde a chi dice che il petrolio è già nelle mani degli Stati Uniti?
Gli Stati Uniti sono sempre stati il nostro principale partner commerciale perché hanno l’infrastruttura per trattare il petrolio pesante venezuelano. Aziende come Chevron lavorano qui da 60 o 70 anni; persino durante il blocco, Chevron è rimasta. Ora che si prospettano nuove relazioni, gli stessi petrolieri statunitensi hanno detto a Trump in una riunione che le “sanzioni” hanno fatto perdere loro miliardi di dollari. Il commercio è semplice: loro ci comprano il petrolio, noi glielo diamo e loro ce lo pagano. Quel denaro va a stipendi, salari e aiuti sociali. Donald Trump ha le sue dinamiche, ma la realtà è che noi siamo il governo. Loro stessi lo hanno ammesso parlando con un governo incaricato, pur sapendo che il presidente continua a essere Nicolás Maduro. Sotto questo schema della diplomazia di pace, noi lotteremo per fare la cosa giusta: arrivare alla liberazione di Cilia Flores e Nicolás Maduro.
Geraldina Colotti
Giornalista e scrittrice, cura la versione italiana del mensile di politica internazionale Le Monde diplomatique. Esperta di America Latina, scrive per diversi quotidiani e riviste internazionali. È corrispondente per l’Europa di Resumen Latinoamericano e del Cuatro F, la rivista del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV). Fa parte della segreteria internazionale del Consejo Nacional y Internacional de la comunicación Popular (CONAICOP), delle Brigate Internazionali della Comunicazione Solidale (BRICS-PSUV), della Rete Europea di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana e della Rete degli Intellettuali in difesa dell’Umanità.

