22/05/2026
da Il Manifesto
Onda anomala Dopo gli abusi Israele rilascia i 430 membri degli equipaggi della Flotilla. Tra loro anche i cittadini italiani rapiti in mare
«La prima impressione è che questa volta gli israeliani siano stati assai più violenti che in passato. Ho parlato con molti compagni, e devo dire che tanti di loro erano parecchio malconci dal punto di vista fisico. Non conosco il numero esatto dei feriti, ma posso assicurarvi che quasi tutti hanno riportato dei danni fisici». Gorkem Duru è uno degli attivisti turchi che ieri hanno accolto all’aeroporto di Istanbul i prigionieri Global Sumud Flotilla che erano stati sequestrati, tra lunedì e martedì, in piene acque internazionali, dalle forze militari israeliane.

Le prime immagini – girate nell’area vip dello scalo internazionale turco – li mostrano con ancora indosso le divise grigie del famigerato carcere di Ketziot, l’immensa struttura di detenzione dove i membri della spedizione umanitaria erano stati deportati nel pomeriggio di mercoledì, prima di essere accompagnati all’aeroporto Ramon di Elat e caricati su tre voli della Turkish Airlines. Ad attenderli a Istanbul, una piccola folla di attivisti e diversi reporter provenienti da tutto il mondo. Molti ex prigionieri sono apparsi decisamente provati, alcuni camminavano con fatica, toccandosi gli arti o zoppicando – evidentemente, in seguito ai tanti maltrattamenti subiti durante la detenzione.
DEL RESTO, GLI AVVOCATI dell’Ong Adalah, che si sono occupati di fornire assistenza ai membri della Flotilla nel porto di Ashdod, hanno subito parlato di «violenze estreme, umiliazioni sessuali e gravi ferite da parte delle forze israeliane», aggiungendo che ci sarebbero «decine di partecipanti con sospette fratture alle costole e conseguenti difficoltà respiratorie» e altri con ferite varie, causate sia «dall’uso frequente di taser» che «dai proiettili di gomma impiegati durante l’intercettazione».
Nella serata di ieri – come annunciato da Global Sumud Italia – i 27 attivisti della delegazione italiana sono stati imbarcati su altri due voli, che sono atterrati, rispettivamente alle 23.30 e alle 23.45, a Roma Ciampino e Milano Malpensa. «La mobilitazione e la pressione di Global Sumud Italia prosegue – fanno sapere i portavoce dell’organizzazione -, e andrà avanti fino a quando non si interromperà la nostra complicità con Israele, fino a quando non saranno interrotti i rapporti militari, commerciali, accademici, fino a quando non saranno liberi tutti i prigionieri politici palestinesi, in Italia e nei territori occupati, fino a quando l’occupazione non avrà fine».
ARRIVANO INTANTO le prime voci degli ex prigionieri, ai quali, come da prassi consolidata, sono stati sottratti tutti gli effetti personali – dalle carte di credito ai telefonini – e che sono dunque sbarcati a Istanbul con in mano il solo passaporto.
«Pochi minuti fa ho ricevuto finalmente la chiamata che aspettavo con angoscia – ha scritto ieri pomeriggio al manifesto la madre di uno degli attivisti italiani rilasciati -. Mio figlio è a Istanbul e sta bene, lui e gli altri ragazzi sono stati accolti da centinaia di persone. Mi ha detto che lui ha preso pochi pugni, e che c’è chi se l’è vista molto più brutta. Hanno sofferto la fame e la sete».
I 430 ATTIVISTI ARRESTATI si trovavano a bordo dei cinquanta velieri che la scorsa settimana – dopo aver attraversato il Mediterraneo, da Barcellona a Creta, passando per la Sicilia – erano salpati dal porto turco di Marmaris alla volta di Gaza. La loro intercettazione da parte delle forze speciali di Tel Aviv è iniziata nella mattinata di lunedì, per poi concludersi martedì pomeriggio, quando l’Idf ha preso d’assalto gli ultimi dieci scafi ancora in navigazione, a circa 80 miglia dalle coste della Striscia. Tutti i prigionieri sono stati caricati su navi-cargo trasformate in carceri galleggianti, a bordo delle quali hanno subìto la deportazione nel porto di Ashdod, dove – come noto – li attendevano i sadici siparietti del ministro Itamar Ben-Gvir.
«AVEVO LE FASCETTE AI POLSI e un’altra fascetta che mi teneva legato a una struttura di ferro – ha detto l’inviato del Fatto quotidiano Alessandro Mantovani, atterrato ieri mattina all’aeroporto di Fiumicino insieme al deputato del M5S Dario Carotenuto, entrambi rapiti da Israele – Ma lì tutto sommato non era ancora niente». Il peggio è arrivato quando sono stati portati in quella che definiscono come una «nave prigione» piena di container. «Io ho preso calci ovunque e anche un pugno nell’occhio, pensavo di non vederci più», è il racconto del deputato M5S, del tutto simile a quello del giornalista.
ALL’ARRIVO A FIUMICINO, i due italiani indossavano ancora ai polsi il braccialetto rosso con matricola numerata, che nelle ore della detenzione era diventata la loro identità. Con quel numero venivano chiamati dai militari con un mitra puntato addosso.
«MENTRE NOI SUBIVAMO tutto questo, il nostro pensiero era sempre a Gaza, dove è molto peggio. Il governo deve fare di tutto affinché il genocidio finisca», ha detto Carotenuto. E proprio sui governi ha puntato il dito Mantovani: «Tutto questo succede perché Israele è protetto dai governi di mezza Europa, compreso il nostro».
*Ha collaborato Bianca Caramelli

