02/02/2026
da Remocontro
Il ‘caso Baud’, giallo internazionale, spionaggio e la guerra delle menzogne tra Unione europea anti russa, Svizzera ed i suoi servizi segreti, Trump e i suoi rapporti con Putin. Una potenziale super giallo o più probabilmente una delle tante storiacce a margine della politichetta di piccoli personaggi posti in ruoli fuori misura.

Svizzera sotto accusa Ue
«Jacques Baud è un colonnello in pensione dello Stato Maggiore dell’Esercito svizzero ed ex analista strategico specializzato in intelligence e antiterrorismo. L’UE ha sanzionato l’ex colonnello svizzero Jacques Baud per aver promosso sui media russi narrazioni cospirative e false affermazioni sulla guerra in Ucraina. Sanzioni che Baud ha deciso di contestare», scrive Elena Servettaz su ‘suwissinfo.ch’. La Gazzetta ufficiale dell’UE afferma che Baud ha agito «come portavoce della propaganda filorussa e fautore di teorie cospirative». Tra le persone prese di mira dall’UE ci sono cinque esperti associati al Valdai Club, un forum internazionale con sede in Russia a cui Vladimir Putin interviene annualmente.
Valdai Club e sovversivi alla Prodi
Il think tank ‘Valdai Club’, ospita regolarmente figure politiche, analisti e giornalisti internazionali, ma le ricerche più recenti indicano partecipanti stranieri sanzionati dall’UE per propaganda, suggerendo che gli ospiti italiani non sono centrali delle notizie attuali, sebbene la partecipazione italiana esista (spesso di esponenti di centro-destra o esperti di relazioni Russia-Italia) in eventi passati e attuali, come conferenze e dibattiti sulla geopolitica. Ad esempio Romano Prodi che stato un ospite regolare partecipando attivamente a discussioni e forum, soprattutto in contesti italo-russi. ‘Prodi sovversivo’ e chi lo sostiene si qualifica.
Svizzera e Unione europea
Finora la Svizzera ha seguito la linea dell’UE sulle sanzioni contro la Russia, che si applicano a oltre 2’600 persone ed entità. La Svizzera, tuttavia, non adotta le misure dell’UE che riguardano le cosiddette ‘attività destabilizzanti’, e quindi non applicherà sanzioni a Baud. A complicare il pasticcio internazionale, non è chiaro neppure se Baud sia residente in Svizzera. Secondo il sito media svizzero ‘24 heures’, Baud vive a Bruxelles e il suo attuale editore principale, è francese. Ilya Shumanov, socio dirigente di TriTrace Investigations ed ex capo di Transparency International Russia, afferma che Baud è residente in Svizzera, e ciò renderebbe difficile il monitoraggio dei suoi spostamenti nei Paesi limitrofi, i confini con Francia, Italia e Germania.
Dai servizi segreti a commentatore controverso
Dal 1983 al 1990, Baud ha lavorato per il Servizio di intelligence strategica svizzero, monitorando le forze militari in Europa orientale e in altre regioni durante l’epoca della Guerra fredda, quando l’Europa era divisa tra Est e Ovest. Le sue analisi sugli affari correnti ‘sono sempre state controverse’, nella versione ufficiale svizzera. Pochi giorni prima della pubblicazione della nuova lista di sanzioni, Baud ha sostenuto che «l’Europa non ha ancora capito che il conflitto ucraino finirà alle condizioni della Russia». Una opinione molto diffusa anche nei dintorno della Casa Bianca. A fine dicembre Jacques Baud ha comunicato che contesterà all’Unione europea le sanzioni che gli sono state inflitte sul conflitto in Ucraina.
Alla scoperta delle ragioni dell’Europa
Le sanzioni europee dunque contro Jacques Baud, segnano di fatto un passaggio decisivo molto forte. Per la prima volta, un’analisi viene trattata come una minaccia alla sicurezza di un Paese terzo. Non attraverso l’uso di falsità comunque da definire, ma perché giudicata ‘ideologicamente deviante’. Sotto accusa le opinioni! E peggio, la decisione non nasce da un tribunale, ma da un atto politico-amministrativo sostenuto dalle istituzioni europee sotto l’impulso di Kaja Kallas. Il messaggio è esplicito: non si puniscono gli errori, ma le interpretazioni non allineate. Fine dell’Europa di Diritto.
Il silenzio della stampa italiana
Ancora più significativo è stato il comportamento dei media italiani di fronte a questo caso. Salvo rare eccezioni, ha prevalso il silenzio. Pochissimi giornali si sono interrogati sui modi delle valutazioni trasformare in sentenze, sulla legittimità delle sanzioni, sulla loro compatibilità con la libertà di espressione o sul precedente che creano. La maggior parte si è limitata a riprendere le versioni ufficiali, rinunciando a qualsiasi analisi critica. L’accettazione passiva di un meccanismo di chiara e clamorosa censura politica. Una informazione non come contropotere, ma parte dell’ingranaggio, denunciano in pochi.
Televisione ‘tribunale morale’
La deriva non riguarda solo la stampa scritta. Peggio i talk show televisivi italiani «che hanno contribuito a creare un clima di sospetto permanente», denuncia Giuseppe Gagliano. «Gli stessi ‘esperti autorizzati’ occupano stabilmente i palinsesti, mentre le voci discordanti vengono interrotte, messe sotto accusa, costrette a giustificare non le proprie argomentazioni, ma le proprie intenzioni. Il confronto viene sostituito dall’interrogatorio morale». Che questi personaggi vengano proposti impunemente al grande pubblico senza neanche una nota a margine perché si sappia che il loro giudizio è viziato dalla propaganda e la loro opinione può dunque essere manipolatoria è un’anomalia tutta italiana.
- Così come è difficile trovare esempi in altri paesi civili di una così massiccia presenza in talk show e trasmissioni varie di propalatori di verità alternative, alterate e plateali falsi storici, diffusi e ripetuti senza uno straccio contraddittorio, in virtù di un presunto diritto di parola universale, trasformato per l’occasione in un italianissimo diritto alla menzogna.
Uniformità informativa ad alto costo
Difficile trovare esempi in altri paesi civili di una così massiccia presenza in talk show e trasmissioni alterate e plateali falsi storici, diffusi e ripetuti senza uno straccio contraddittorio, in virtù di un presunto diritto di parola universale, trasformato per l’occasione in un italianissimo diritto alla menzogna. Sul piano militare, la ripetizione dell’idea di un nemico al collasso confonde il desiderio con l’intelligence. L’editoriale prende il posto dell’analisi strategica, con il rischio di decisioni fondate su percezioni distorte. «Ma il punto più inquietante è il paradosso finale», sottolinea InsideOver.
Difendere la democrazia rinunciando ad applicarla
- Nel tentativo di difendere la democrazia, l’Unione europea adotta pratiche sempre più illiberali. E una parte rilevante dell’informazione italiana, invece di interrogare questa deriva, la accompagna per conformismo, militanza o timore dell’isolamento professionale. A forza di voler vincere la guerra delle narrazioni, l’Europa rischia di perdere quella della credibilità. E senza credibilità, nessuna strategia – militare, economica o politica – può reggere a lungo.

