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Propaganda sulla Costituzione. Ora diventa un lasciapassare

Propaganda sulla Costituzione. Ora diventa un lasciapassare

Politica estera 

18/02/2026

da La Notizia

Raffaella Malito

L'Italia ora giustifica la sua presenza nel Board di Trump con la Costituzione, piegandola a suo uso e consumo. Il Vaticano perplesso

È incredibile come le destre riescano a piegare la Costituzione a uso e consumo della propaganda. Ieri l’ingresso nel Board of Peace per Gaza voluto da Donald Trump era presentato come incompatibile con l’articolo 11. Oggi, per il governo Meloni, sarebbe addirittura la stessa Carta a “suggerire” la presenza italiana: non da membro, certo, ma da osservatore. Un ribaltamento che sa di arrampicata sugli specchi: quando serve, la Costituzione diventa un muro; quando conviene, un lasciapassare. A mettere la firma politica su questa giravolta è il ministro degli Esteri Antonio Tajani, che in Aula ha sostenuto che l’assenza dell’Italia da quel tavolo sarebbe “politicamente incomprensibile” e persino “contraria alla lettera e allo spirito” dell’articolo 11, perché la Repubblica ripudia la guerra.

Propaganda sulla Costituzione. Ora diventa un lasciapassare

Peccato che qui non si discuta di un consesso multilaterale neutrale e condiviso, ma di un’iniziativa già marchiata dall’amministrazione Trump: un “board” partorito a Washington e calato nel Mediterraneo come se la diplomazia fosse un marchio registrato. E l’Italia, che Meloni vendeva come “ponte” e “mediatrice”, si accontenta del posto in fondo alla sala, da spettatrice, sperando che qualcuno a Washington le rivolga la parola. E infatti il paradosso è tutto qui: la destra che sventola la “sovranità” si infila in un organismo disegnato altrove e pretende pure di far passare l’operazione come un dovere costituzionale. Non è sovranità, è subordinazione. E quando Tajani parla di “spirito” dell’articolo 11, sembra interessato a salvare la linea politica che a rispettare davvero lo spirito della Carta.

I big europei si sfilano, l’Italia con autocrati e sovranisti

Tajani prova a rivestire tutto di rispettabilità: il governo avrebbe accettato l’invito Usa “in qualità di Paese osservatore”, definendolo un compromesso “equilibrato” e “rispettoso dei vincoli costituzionali”. Per rafforzare la narrazione, cita l’Unione europea e un elenco di Paesi della regione (Egitto, Giordania, Arabia Saudita, Qatar, Indonesia) e chiede retoricamente: come potrebbe l’Italia non esserci “dove si discute e si costruisce la pace”? Ma è proprio qui che il castello scricchiola: i principali partner europei non sembrano entusiasti di salire su quel treno. E se i “big” da Londra a Parigi, da Madrid a Berlino si sfilano, la domanda diventa un’altra: perché Roma corre a farsi fotografare, anche solo da osservatrice, in un’operazione che altri giudicano indigesta?

Opposizioni compatte contro qualsiasi forma di partecipazione

Le opposizioni, in un raro scatto unitario, hanno contestato duramente la partecipazione italiana in qualunque forma e lo hanno messo nero su bianco in una risoluzione firmata da Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni, Angelo Bonelli, Matteo Richetti, Maria Elena Boschi e Riccardo Magi. Conte ha parlato di Meloni che “elemosina un predellino” nel Board e ha sottolineato l’imbarazzo di un’Europa assente, con Orbán tra i pochi presenti. Carmela Auriemma (M5S) ha denunciato il rischio di spacciare “la più grande operazione coloniale del XXI secolo” per un’operazione di pace.

Schlein ha affondato: Meloni non riesce a dire no a Trump, voleva fare la pontiera e “si è rivelata spettatrice”; la preoccupazione non è l’interesse nazionale, ma non scontentare Washington. Avs, con Fratoianni, ha definito il Board “un comitato d’affari”, “un’accolita di speculatori”, moralmente inaccettabile dopo il genocidio e con una pulizia etnica ancora in corso. Davide Faraone di Iv ha chiesto se ci andiamo per fare “i guardoni”.

La replica di Tajani non convince. Il Vaticano perplesso

La replica di Tajani è tutta difensiva: l’Italia non “scodinzola” dietro nessuno e in Aula non avrebbe sentito proposte alternative al piano di Trump. “Il Vaticano non parteciperà al Board of Peace per Gaza. Poi abbiamo preso nota che l’Italia parteciperà come osservatore, evidentemente ci sono punti che lasciano perplessi, punti critici che avrebbero bisogno di trovare delle spiegazioni”, ha detto il segretario di stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, lasciando palazzo Borromeo dopo il bilaterale con l’Italia con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e la premier Giorgia Meloni.

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