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Quale garantismo? Meloni butta giù la maschera

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30/07/2026

da Il Manifesto

Andrea Colombo

Il partito dei Pm La regina è nuda e a scoprire l’altarino è un alleato. Il capogruppo Fi in commissione Giustizia Zanettin trasforma il voto sul dl giustizia in un atto d’accusa: «Si colgono gli strascichi negativi del referendum»

La regina è nuda e a scoprire l’altarino è un alleato. Il capogruppo Fi in commissione Giustizia Zanettin trasforma il voto sul dl giustizia in un atto d’accusa: «Si colgono gli strascichi negativi del referendum».

«Qualcuno sembra aver cambiato opinione. Qualcuno ha dimenticato i 13 milioni di sì al referendum. Noi no». Si riferisce all’emendamento sulle intercettazioni a strascico, opportunamente eliminato dal comprensivo presidente del Senato ancor prima che dal voto di fiducia e in predicato di riproposizione a settembre. Ma in tutta evidenza la denuncia del voltafaccia di FdI, cioè della premier, non è limitata a una singola norma.

Giorgia Meloni si è spogliata dei panni garantisti che del resto le erano sempre andati strettissimi. Aveva iniziato a farlo già in campagna referendaria, provando a rivendersi la separazione delle carriere come norma squisitamente forcaiola da brandire contro il lassismo delle toghe. Esercizio spericolato nel quale la leader di FdI si trovava comunque molto più a suo agio che nel fingersi schierata a difesa delle garanzie.

Sconfitta in un referendum che le era in realtà estraneo, consapevole di aver perso qualche milione di voti tra la sua stessa gente sempre e comunque schierata per chi tutela l’ordine, meglio se in divisa ma se del caso anche in toga, Meloni ha buttato alle ortiche ogni parvenza liberal. Sforna idee, suggestioni e proposte da fare invidia a Trump e Rubio col ritmo di una catena di montaggio.

Patteggia da donna di potere con l’uomo di potere del «partito dei giudici», il procuratore antimafia Giovanni Melillo, e gli promette la norma sulle intercettazioni che tira pazzi gli eredi di re Silvio. Fa silenziosamente muro contro ogni timido passetto richiesto dai forzisti sulla odiosa via dei diritti civili, incluso quel fine vita che i difensori della vera fede annidati in FdI considerano una bestemmia.

È una scelta che l’ex missina avrebbe fatto comunque, perché quella è la sua cultura politica e quello reclamano i suoi elettori. Ma è costretta a farlo anche più drasticamente, mettendo da parte l’elementare prudenza necessaria per tenere insieme la sua coalizione, dalla sfida di Vannacci. La Russa mette in guardia dall’ingaggiare una gara a chi è più di destra: desiderio tanto pio quanto irrealizzabile che Vannacci ha commentato con aperta derisione. Piaccia o meno a La Russa, la sfida è quella. Sommata alle numerose traversie del momento, la brusca riconversione confonde menti già non lucidissime, ingenera effetti da pochade. Il guardasigilli si sbugiarda e trasferisce alla Procura le carte sul torturatore Almasri con un anno e mezzo di ritardo. Tempestivo.

La conseguenza che tutti, negando l’evidenza, si affannano a smentire, è che oggi a Marina Berlusconi, che di Fi è non la leader ma la padrona, il centrodestra va sempre più stretto. Lo ha sempre trovato scomodo: ora è soffocante. Si è impossessata dei gruppi parlamentari e li ha spediti allo scontro su innumerevoli fronti. Antonio Tajani, mai minaccioso per la premier, è un leader di nome ma non di fatto. Contestato e quasi irriso dai suoi parlamentari, smentito e delegittimato nella trattativa sulla legge elettorale dalla capogruppo Stefania Craxi, alter ego di Marina, sostituito in quel tavolo da un azzurro di stretta confessione mariniana come Roberto Rosso.

Lo scontro che dilania il centrodestra non è trascurabile come le inoffensive baruffe con Salvini, dettate solo da esigenze di visibilità, e non è recuperabile perché chiama in causa i fondamentali: opposti e inconciliabili orizzonti strategici. Però non può neppure arrivare alle ovvie ed estreme conseguenze, perché la tolda di comando di Fi, che in ultima analisi è come sempre un cda padronale, non ha sponde né margini di gioco. Meloni e Marina Berlusconi sono costrette allo stallo, condizione poco invidiabile in fase di «intempestiva campagna elettorale», come la definisce Mattarella. Se Meloni insiste tanto sulla sua legge elettorale, pur consapevole degli immensi rischi che comporta, è perché quelle sono le corde destinate a legare gli inquieti alleati e a scoraggiare ogni tentativo di fuga.

Ma le leggi elettorali sono brutte bestie. Spesso si divertono a beffare i loro artefici. Se nessuno arrivasse a conquistare il premio di maggioranza, esito improbabile ma non che impossibile, e anche in caso di vittoria del campo largo, del centrodestra oggi al governo non resterebbero neppure le macerie.

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