24/07/2026
da Il Manifesto
Venti di guerra La guerra di Usa e Israele contro l'Iran, che si estende dal Libano al Mar Rosso. Ma come abbiamo visto è sempre la stessa guerra. L'Ucraina, intanto, è in corso dal 2014, quella del Sudan dura da non si sa quanto
Fine guerra mai? Il terribile sospetto, corroborato da diversi indizi, coglie in questo periodo più di qualche esperto.
Lawrence Freedman, professore emerito in studi sulla guerra al King’s College di Londra, nel 2025 ha scritto un articolo significativo su Foreign Affairs. Intitolato “The age of forever wars” (“L’epoca delle guerre infinite”). Un saggio di incombente attualità.
Nessuna guerra del Medio Oriente è mai finita negli ultimi 45 anni. Ero in Iran per la guerra scatenata dall’Iraq nel 1980 che è continuata in Kuwait nel ’91 e nello stesso Iraq per poi estendersi in Somalia, quindi in Afghanistan nel 2001, tornare in Iraq nel 2003 e in Siria nel 2011, aggiungendo, per infinite volte, i conflitti in Libano e tra Israele-Palestina fino al massacro di Hamas del 7 ottobre 2023 e a un genocidio degli arabi che secondo il professore israeliano Omer Bartov rischia di restare del tutto impunito e diventare – in una prospettiva terrificante – persino “legittimo”.
ORA ABBIAMO la guerra di Usa e Israele contro l’Iran, che si estende dal Libano al Mar Rosso. Ma come abbiamo visto è sempre la stessa guerra. L’Ucraina, intanto, è in corso dal 2014, quella del Sudan dura da non si sa quanto. In Europa una legione di sonnambuli celebra ancora 80 anni di pace dalla seconda guerra mondiale dimenticando sempre un decennio di guerre balcaniche negli anni ‘90 (ho fatto pure quelle come le precedenti), come se si fossero dipanate tra massacri come quello di Srebrenica del ‘95 – altro genocidio – in un continente diverso, in un’ “altra Europa”.
Eppure ogni giorno qualcuno chiede quando finirà questa guerra di Hormuz, che si è allargata allo Stretto gemello di Bab el Mandeb dove gli Houthi yemeniti stanno attaccando le petroliere saudite: “Mai, è ovvio”, una risposta che nessuno vorrebbe sentire. Non lo vorremmo sentire noi come pacifisti, opinione pubblica e consumatori di petrolio, ma anche coloro che questa guerra l’hanno iniziata il 28 febbraio, Stati uniti e Israele, che sulla scorta delle menzogne di Netanyahu avevano promesso di abbattere il regime della repubblica islamica inventandosi l’ex presidente iraniano Ahmadinejad come “quinta colonna” di un fantasioso colpo di stato. Ahmadinejad lo abbiamo visto con aria dimessa e contrita dietro al feretro di Ali Khamenei.
Sul New York Times Steven Erlanger fa notare che dai tempi del Vietnam i presidenti Usa sono ripetutamente entrati in conflitti che sembravano durare all’infinito, almeno fino a quando il presidente successivo – o quello dopo ancora – non decideva che il gioco non valeva la candela dal punto di vista economico e politico, dichiarava vittoria e tornava a casa.
Con l’Iran Donald Trump sembra caduto nella stessa trappola. Nella sua campagna elettorale aveva promesso di mettere fine ai conflitti e aveva garantito che non si sarebbe mai infilato in una guerra infinita, tanto più in Medio Oriente. Eppure è questo che rischia in Iran. Al punto che la scena al Congresso per i collaboratori di Trump assume contorni quasi ridicoli, se non fossero penosi e tragici.
NELLA SUA audizione al Senato dal capo del Pentagono Pete Hegseth abbiamo appreso che questa guerra è già costata quasi 38 miliardi di dollari, che ne servono subito 70 per rifare le scorte di armi e che il prossimo bilancio della difesa passerà da 1000 a 1500 miliardi di dollari. Ma il cerone di Hegseth ha cominciato vistosamente a colare – è noto che questo machista convinto si trucca per le telecamere – quando il senatore repubblicano John Neely Kennedy gli ha chiesto a bruciapelo se il nucleare iraniano era finalmente neutralizzato o fosse pericoloso. «Se lo sia ancora non è non chiaro ma siamo comunque in grado di neutralizzarlo», ha balbettato il capo della Difesa Usa.
I leader potenti che hanno grandi eserciti tendono a cadere «nell’inganno della guerra breve», scrive Lawrence Freedman. Come Trump in Iran e il russo Putin in Ucraina, questi leader «non si rendono conto dei limiti della forza militare e quindi si pongono degli obiettivi raggiungibili (sempre ammesso che lo siano) solo attraverso un lungo conflitto», sostiene Freedman su Foreign Affairs. E i media, in maniera acritica, vanno dietro scrivendo balordaggini come nel 2001 quando i giornali occidentali – New York Times compreso – sostenevano che presto tutte le donne afghane avrebbero buttato il burqa: i talebani quando protestano spargono ancora il loro sangue sull’asfalto.
COSÌ I CAPI, impantanati in guerre infinite, trovano dei diversivi. Anche un po’ puerili se non facessero paura. Dopo avere annunciato un accordo sul nucleare civile con i sauditi, Trump ha affermato che è subordinato all’adesione del regno wahabita agli accordi di Abramo con Israele, subito intervenuto per ridurre la Casa Bianca a più miti consigli, ma i sauditi hanno ripetutamente affermato che non riconosceranno Israele (potenza atomica) senza la creazione di uno Stato palestinese.
Trump ha ancora la possibilità di vendere al suo elettorato questa guerra impopolare come una specie di vittoria e ritirarsi. Ma invece di trovare una via di uscita minaccia di allargare il conflitto. Anzi adesso vorrebbe intraprendere la “sua” nuova guerra al terrorismo intervenendo contro una filiale di Al Qaeda in Mali, dove su fronti opposti ci sono già russi e ucraini. Da qualche parte bisogna pur “vincerne” una delle guerre infinite.

