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Quando il denaro non diventa più consenso

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07/11/2026

da Il Manifesto

Francesco Strazzari

La disfatta Le destre hanno imparato a condividere linguaggi e denaro oltre i confini, mentre le forze progressiste continuano a pensarsi dentro i propri. Se lo spazio resta vuoto, la malattia troverà un altro corpo

Non fu una valanga a riportare Donald Trump alla Casa bianca due anni fa. Ottenne il 49,8% del voto popolare contro il 48,3% di Kamala Harris: un punto e mezzo, neppure la maggioranza assoluta. Quel margine si tradusse in 312 grandi elettori contro 226 e nel controllo delle due camere.

La valanga, piuttosto, fu nella conversione dei voti in potere. Il Collegio elettorale, i collegi ritoccati a tavolino, un Senato in cui il Wyoming pesa quanto la California: la meccanica americana amplifica vantaggi minimi, e chi conquista le istituzioni moltiplica la rendita con nomine, sentenze, regole riscritte. Trump vi ha sommato le piattaforme, il capitale tecnologico, la saturazione dello spazio pubblico. Il racconto della valanga è diventato strumento di governo. A Bruxelles come a Roma molti si sono adeguati in anticipo.

Martedì le proporzioni si sono rovesciate. A spoglio aperto, soprattutto in California, i democratici sono al 55,3 per cento del voto per la Camera contro il 43,3 repubblicano: il margine più ampio in un’elezione di metà mandato dal 1974, all’indomani del Watergate. Alla Camera puntano a 260 seggi, al Senato ne hanno già 54 e potrebbero salire a 56. In Mississippi Scott Colom conduce di stretta misura sulla senatrice che nel 2023 gli aveva sbarrato la nomina a giudice federale: sarebbe il primo senatore nero dello Stato dal 1881. In Alaska Mary Peltola conduce di un soffio, mentre Trump chiede che i voti andati al secondo Dan Sullivan in scheda, omonimo del senatore uscente, vengano girati al primo.

Il Texas, repubblicano dal 1995, è il caso più eloquente. Gina Hinojosa ha battuto Greg Abbott, che aveva speso in pubblicità quattro volte più della sfidante; James Talarico ha sconfitto Ken Paxton per il Senato, primo democratico eletto dal 1988; la camera statale cambia colore dopo oltre vent’anni. Lì la destra ha sperimentato le sue politiche su immigrazione, scuola, aborto, rapporto fra governo e grandi interessi privati: quando una macchina simile smette di convertire il denaro in consenso, il problema va oltre il candidato. Ron DeSantis, che ha tenuto la Florida e il cui nome circolava già nel 2024 per il posto di Hegseth, ha parlato di un evento «vicino all’estinzione»: senza il Texas il partito non è competitivo a livello nazionale.

Cautela: nel 2018 i democratici vinsero la Camera con 8,6 punti di scarto, e sei anni dopo Trump tornava alla Casa bianca con più voti di prima. La crisi del consenso è già nei numeri, la crisi delle aspettative è in corso; la crisi di egemonia, nel senso gramsciano di chi conserva la forza ma perde la capacità di dirigere, resta una possibilità. Presidenza, Corte suprema, flussi di denaro e buona parte dell’infrastruttura comunicativa restano in mano al trumpismo.

Conviene allora distogliere lo sguardo dal leader. A Washington è già partita la caccia al capro espiatorio: molti repubblicani addossano la disfatta a Pete Hegseth e alla guerra all’Iran. Trump stesso ne ammette il costo elettorale, ma rivendica la scelta militare. Rito rassicurante: basterebbe togliere la mela marcia. Ma l’analisi va fondata leggendo Trump come sintomo, prima che come causa. Nel 1990 il Gopac di Newt Gingrich distribuiva ai candidati un glossario per descrivere gli avversari: malati, patetici, traditori. Poi la svolta del 1994, il Tea Party, la campagna sul certificato di nascita di Obama. Trump ha trovato un partito già radicalizzato, ne ha disattivato i meccanismi di correzione e lo ha ridotto a veicolo personale. Dopo di lui resterà la rete di dirigenti, finanziatori e famigliari che con lui ha prosperato. Gingrich, per inciso, oggi codirige con Musk il progetto Meridian del Pentagono, quello che domani ci dirà quali armi comprargli.

Colpisce che il capogruppo dei democratici alla Camera Hakeem Jeffries abbia detto all’indomani del voto che gli americani «non vogliono che pareggiamo i conti», ma che si pensi al carovita. In aprile, contro il gerrymandering repubblicano, lo stesso Jeffries prometteva «guerra massima, ovunque, sempre». A gennaio siederà al Congresso una pattuglia di socialisti mai così numerosa, ma pur sempre esigua minoranza in un gruppo guidato da Jeffries e Schumer: più larga la maggioranza, minore il loro peso. Il rischio è che l’establishment legga la vittoria come ritorno alla normalità: quella che nel 2024 rivelò come la parentesi fosse stata Biden, non Trump.

La posta va oltre l’Atlantico. Un ciclo elettorale transnazionale prende forma quando gli attori leggono risultati in paesi diversi come segnali di una tendenza comune e vi adeguano strategie, alleanze, investimenti. Così il trumpismo è diventato il riferimento di destre prive di un centro unico, ma ricche di consulenti, circuiti finanziari e infrastrutture digitali condivise, mentre i padroni delle piattaforme, senza comandare il voto, ne fissano le condizioni distribuendo un senso di inevitabilità. Il governo italiano ha venduto l’allineamento a Washington come adattamento preventivo: oggi la scommessa appare precaria. Dal Brasile alla Serbia, i segnali recenti non fanno un’ondata progressista, ma dicono che l’avanzata delle destre segna il passo.

Ma tradurre il mutamento in capacità organizzata richiede una coalizione sociale prima che elettorale e infrastrutture comunicative sottratte ai padroni delle piattaforme. Le destre hanno imparato a condividere linguaggi e denaro oltre i confini, mentre le forze progressiste continuano a pensarsi dentro i propri. Se lo spazio resta vuoto, la malattia troverà un altro corpo.

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