23/08/2026
da Remocontro
Ogni volta che si parla di sanzioni economiche si scatena la consueta polemica sulla loro utilità o meno. Il punto vero non è tanto l’efficacia – che comunque sul medio-lungo periodo si manifesta sempre –, quanto la reale applicazione delle stesse e la volontà di farlo. Il caso classico più citato sono le sanzioni economiche decretate nel 1935 dalla Società delle Nazioni contro l’Italia fascista che aveva aggredito l’Etiopia caso contradditorio e controverso, utile sempre da ricordare.
L’Etiopia e le ‘inique sanzioni’
Il 7 ottobre 1935 la Società delle Nazioni condannò l’aggressione italiana all’Etiopia iniziata quattro giorni prima. A nulla valsero le giustificazioni italiane, che parlavano disinvoltamente di ‘legittima difesa’ addossando all’Etiopia la responsabilità della guerra, e il successivo 9 novembre la stessa assemblea votò le sanzioni economiche vere e proprie: fu vietata l’esportazione all’estero di merci italiane e fu vietata la fornitura all’Italia di materiali utili alla guerra, come pure il divieto di prestiti internazionali al governo italiano, alle banche e alle imprese. Nonostante dipendesse completamente dall’estero per petrolio e carbone, l’Italia non subì invece serie limitazioni in questo settore e continuò a ricevere forniture. Dietro la maggioranza che si era espressa con il voto esisteva però una molteplicità di posizioni tale da non rendere affatto granitica questa decisione. Francia e Inghilterra ad esempio – che si erano accordate segretamente – avrebbero consentito all’Italia una moderata espansione in Etiopia. A sua volta la Francia riconobbe che l’Italia, anche se sanzionata, avrebbe comunque potuto ancora acquistare da paesi non aderenti alla Società delle Nazioni come la Germania, gli Stati Uniti o l’Unione Sovietica. Soprattutto non furono imposte limitazioni alla navigazione italiana tanto che le navi con i soldati e i materiali per la guerra transitarono liberamente per il Canale di Suez, pure controllato all’epoca da una società anglo-francese.
Le conseguenze
Le prime sanzioni produssero scarso effetto perché, in previsione delle stesse, erano state accumulate delle ingenti scorte, operazione però che – per effetto della domanda – aveva provocato un aumento dei prezzi: nel periodo in esame le importazioni calarono complessivamente di circa il 20% per la riduzione dei consumi a causa degli aumenti e per la priorità data invece alle industrie strategiche. Il problema insomma non venne dalla carenza di beni importati, ma dalle difficoltà su come pagarli. Infatti, oltre alla già citata limitazione di prestiti esteri, a diminuire drasticamente furono anche le esportazioni (circa il 35%) che consentivano di acquisire valute straniere con cui effettuare i pagamenti. Emersero insomma le difficoltà strutturali della bilancia commerciale italiana perennemente in deficit verso l’estero. Nonostante l’atteggiamento politicamente ambiguo di Francia e Inghilterra, i mercati internazionali che pure risiedevano a Parigi o Londra, se ne guardarono bene dall’assumere un atteggiamento conciliante nei confronti dell’Italia. Perfino la banca di stato tedesca, la poderosa Reichsbank presieduta dal potente Hjalmar Schacht – anche se la Germania cercava di sfruttare a proprio vantaggio le carenze italiane –, bloccò temporaneamente l’afflusso di carbone in Italia fino a quando l’Istituto nazionale per i cambi, ovvero l’autorità di controllo sui acquisti e vendite internazionali, non fece a Berlino una robusta rimessa in sterline.
L’embargo petrolifero
Come si è visto un vero e proprio embargo petrolifero non ci fu e continuarono, sebbene in quantità ridotta, le consuete forniture, anche se aumentarono di poco quelle provenienti dagli Stati Uniti: sebbene il paese non facesse parte della Società delle Nazioni, Roosevelt avrebbe potuto applicare una legge che vietava l’esportazione a paesi in guerra (e l’Italia lo era), ma non lo fece. All’epoca tuttavia le scorte di carbone – in caso di interruzione – avrebbero assicurato al massimo un anno di funzionamento dell’industria, mentre quelle di petrolio o derivati si sarebbero esaurite in quattro o cinque mesi. Grazie al carbone funzionava tutta l’industria nazionale: in particolare i trasporti e le comunicazioni ne assorbivano circa il trenta per cento (ovvero le ferrovie e anche i trasporti marittimi), mentre poco più del dieci per cento era assegnato alla metallurgia. Per quanto riguarda invece il petrolio, vale la pena di ricordare che per un breve periodo si poté contare anche sui modesti giacimenti albanesi, grazie al protettorato esercitato dall’Italia sul paese balcanico e alla successiva annessione nel 1939. Il greggio estratto era però di qualità non eccezionale e richiedeva un processo di raffinazione oneroso. Quanto alle scorte di petrolio e benzina dell’esercito la guerra in Etiopia ne assottigliò una parte che non era ancora stata completamente ripianata al momento dell’ingresso in guerra nel giugno 1940, aspetto esiziale per le operazioni navali di un paese in mezzo al Mediterraneo.
- Come ebbe ad affermare il primo ministro inglese Anthony Eden, la perdita di credibilità della Società delle Nazioni avvenne nel momento in cui le sanzioni non trovarono applicazione e fu un passo verso la Seconda guerra mondiale, anche se lo stesso Eden ne portava una discreta responsabilità.

