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Quanto ci costa la crisi climatica?

Quanto ci costa la crisi climatica?

Ambiente 

10/10/2026

da Valori

Dossier

L’estate 2026 è stata la più calda mai registrata nell’Europa occidentale. E ha reso evidente ciò che gli studi dicono da anni: la crisi climatica non è un costo rimandato al futuro. La paghiamo già. In bolletta, al supermercato, nei premi assicurativi, nelle risorse pubbliche che servono a ricostruire dopo alluvioni e frane. Quantificarla non è semplice. Non ogni evento meteorologico è attribuibile al riscaldamento globale, e le stime divergono anche molto. Ma puntano tutte nella stessa direzione. In questo dossier proviamo a fare i conti con studi, dati ufficiali e testimonianze, guardando a chi paga: le famiglie, le imprese, lo Stato. E a voi, che in 312 avete risposto al nostro questionario raccontandoci quanto vi è costato il clima nell’ultimo anno.

1) Il conto della crisi climatica per le famiglie italiane  di Lorenzo Tecleme

Nelle ondate di caldo la bolletta sale fino a 100 euro al mese. E il 95% dei danni da eventi estremi non è assicurato

Nelle ondate di caldo la bolletta sale fino a 100 euro al mese. E il 95% dei danni da eventi estremi non è assicurato

Una casa in cui non c’è mai stato bisogno dell’aria condizionata e, ora, viene installata. Un’altra in cui la grandine obbliga a sostituire le imposte. Un’altra ancora in cui un’alluvione ha inondato il garage e messo fuori uso la macchina. E poi la spesa che costa di più, l’assicurazione della casa che aumenta di prezzo, le spese mediche. Sono solo alcuni dei modi in cui la crisi climatica può avere un impatto sull’economia delle persone e delle famiglie.

Calcolare gli effetti economici e finanziari del riscaldamento globale è una delle attività più complesse per gli esperti. Farlo a livello di famiglie o singoli cittadini lo è a maggior ragione. Ciononostante, da anni esistono studi che cercano di fare stime quanto più accurate possibile. E i risultati sono notevoli.

Caldo e bollette: il costo di raffreddare la casa cresce

«Non ho mai avuto l’aria condizionata in casa. Di solito non mi pesava, se non per quei pochi giorni estivi di caldo estremo. Da alcuni anni, però, l’estate è sempre più difficile. Nel 2026 ho ceduto e ho installato un’unità nel salone», ci dice Clara, 66 anni, dalla Sardegna. «Non è stato facile, peraltro, in pieno luglio, con l’ondata di caldo. Dal negozio mi hanno spiegato che tutti stavano comprando pinguini e unità da muro, e così i magazzini erano vuoti». La sua testimonianza non è isolata. «Vivo in affitto a Milano, in un appartamento molto mal isolato e senza aria condizionata. Quest’estate è stata difficilissima. Ho chiesto al padrone di casa di installare un sistema di raffreddamento, ma non sembra intenzionato. Credo che cambierò casa», ci dice invece Giulia, 25 anni.

Le spese legate al caldo sono quelle più discusse negli ultimi mesi. Secondo il servizio europeo Copernicus, l’estate 2026 è stata la più calda mai registrata a livello globale, alla pari con quella del 2024. La più calda di sempre nell’Europa occidentale, dove ha superato il record del 2003. E le conseguenze si notano. Non c’è solo il costo per l’acquisto del condizionatore: nei mesi successivi arrivano bollette più alte e, a volte, i lavori di efficientamento energetico dell’edificio.

Durante le ondate di caldo dell’estate appena finita, secondo una stima di Assoutenti, la bolletta elettrica di una famiglia è cresciuta tra i 50 e i 100 euro al mese. Il tutto, ovviamente, a patto di poterselo permettere. Si stima che in Italia circa 5,3 milioni di persone vivano in condizione di povertà energetica, cioè non riescano a permettersi l’energia necessaria per scaldare o raffrescare adeguatamente la casa. Il dato, elaborato dall’Ufficio studi della Cgia di Mestre e ripreso dal rapporto Rischio climatico in Italia del Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici (Cmcc), corrisponde a circa il 9% delle famiglie: 2,4 milioni di nuclei. 

È anche per questo che il costo della transizione pesa in modo diverso a seconda del reddito. Dal 2028 entrerà in vigore l’Ets2, il nuovo sistema europeo di scambio delle quote di emissione che mette un prezzo alla CO2 prodotta da carburanti e riscaldamento degli edifici. Secondo lo studio del Cmcc, rischia di colpire in modo sproporzionato le famiglie a basso reddito, che hanno meno margini per adattarsi nel breve periodo. Molto dipenderà dalle misure di compensazione previste a livello europeo, che attraverso il Piano sociale per il clima destineranno all’Italia 7,02 miliardi di euro.

Costi della crisi climatica per le famiglie: le stime a confronto

Le stime sono molte e in parte divergenti. Nel suo ultimo Libro Bianco, The European House Ambrosetti calcola ad esempio perdite economiche legate al clima pari in media a 227 euro per abitante l’anno tra il 2022 e il 2024, con un picco di 284 euro nel 2022. È il doppio della media europea, pari a 112 euro: tra i Paesi dell’Unione solo Slovenia e Spagna fanno peggio. Non si tratta di una spesa sostenuta direttamente dalle famiglie, ma del totale dei danni diviso per il numero di abitanti.

Assoutenti è molto più pessimista, e nell’estate 2025 parlava di 550 euro al mese per famiglia, saliti a circa 600 nel 2026. Questa seconda valutazione, va detto, include molte più voci di spesa. Dalle creme solari alle vacanze al mare fino all’uso in eccesso dell’auto nei giorni di gran caldo. E riguarda solo i mesi delle ondate di caldo, non tutto l’anno.

Il calcolo medio nasconde comunque grandi differenze territoriali e di classe. La desertificazione, ad esempio, è un fenomeno molto localizzato. Quasi nessun terreno in Valle d’Aosta è classificato come a rischio, mentre in Sicilia lo è il 70% dei terreni. Questo significa che un agricoltore siciliano è, potenzialmente, colpito nelle sue finanze personali in modo sproporzionato. Il divario emerge anche dalle stime di lungo periodo. Secondo la letteratura raccolta nel rapporto del Cmcc, in uno scenario ad alte emissioni il Pil pro capite italiano potrebbe ridursi in media del 3,7% entro il 2050, con perdite tra il 5% e il 15% nelle regioni meridionali e nelle isole. E i danni climatici, osservano gli autori, sono regressivi: colpiscono di più i redditi più bassi.

Assicurazioni e salute: i costi che ricadono sulle famiglie

C’è poi il capitolo assicurazioni. Nel 2023, solo il 5,3% delle abitazioni, pari a 1,3 milioni di case, era assicurato contro gli eventi meteorologici estremi, pur essendo oltre l’80% esposto a rischio medio-alto. Secondo i dati dell’Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni (Ivass) e dell’Agenzia europea dell’ambiente citati dal Cmcc, circa il 95% dei danni causati da eventi estremi in Italia non è assicurato: nella maggior parte dei casi i costi ricadono direttamente su famiglie, imprese e finanza pubblica. Di nuovo, pesano le disuguaglianze. Chi non può assicurarsi, pur spendendo meno su base mensile, è sottoposto ad un rischio enorme in caso di incendio o alluvione provocato dal riscaldamento globale.

C’è poi la salute. Secondo gli studi raccolti nel rapporto del Cmcc, l’Italia è il Paese europeo con la quota più alta di mortalità legata alla temperatura, circa il 10% dei decessi totali. Oggi questa quota dipende soprattutto dal freddo, ma le proiezioni indicano che in tutti gli scenari l’aumento dei decessi per il caldo supererà la riduzione di quelli per il freddo.

Climateflation, la crisi climatica nel carrello della spesa

Infine, un elemento che pesa molto sulle nostre vite e che raramente associamo alla crisi climatica è l’inflazione. Nel 2022 un pessimo raccolto per il grano canadese, dovuto alle condizioni climatiche eccezionali del Paese, si sommò allo stop alle esportazioni di grano ucraino per via della guerra. Il risultato fu l’aumento dei costi di un bene essenziale alla sopravvivenza di buona parte dell’umanità. Gli esperti hanno coniato un termine per descrivere fenomeni simili: climateflation. E, anche se non ne parliamo, la paghiamo tutti.

Gli effetti si possono misurare. Uno studio del Potsdam Institute for Climate Impact Research e della Banca centrale europea (Bce) ha stimato che il caldo eccezionale dell’estate 2022 abbia fatto salire l’inflazione alimentare in Europa di 0,67 punti percentuali. Senza un intervento deciso di adattamento, secondo gli autori, il riscaldamento atteso al 2035 potrebbe aggiungere ogni anno tra 0,9 e 3,2 punti all’inflazione alimentare a livello globale. Anche l’estate appena conclusa lascerà il segno: secondo la società di analisi Oxford Economics, il solo effetto del meteo potrebbe aggiungere fino a un punto percentuale all’inflazione alimentare dell’area euro nel prossimo anno.

 

2) Il conto della crisi climatica per lo Stato: costa più della transizione di Lorenzo Tecleme

Le ultradestre attaccano il costo della transizione. Ma secondo il Cmcc i danni climatici potrebbero ridurre il Pil italiano fino al 6% entro il 2050

Quanto ci costa la crisi climatica? Tra i temi della nuova ondata di movimenti di ultradestra, da Fratelli d’Italia ad Alternative für Deutschland, c’è quello dei costi della transizione. Le forze più ostili all’abbandono dei combustibili fossili insistono sul peso che questo processo sta avendo sulle casse pubbliche. Molto meno spazio trova, però, la questione opposta: quanto spendono gli Stati per rimediare ai danni della mancata transizione?

La comunità scientifica prova a rispondere da tempo. Negli anni è nato un filone di studi a cavallo tra economia e fisica dell’atmosfera. I risultati sono vari e con ampi margini d’incertezza, ma puntano nella stessa direzione: la transizione ecologica è più economica della crisi climatica. 

Il riscaldamento globale diventa un problema di bilancio pubblico

Romagna, 2023. Tra il 2 e il 17 maggio un ciclone mediterraneo scarica una quantità di acqua senza precedenti sulle città, i campi, le montagne. L’evento meteorologico arriva a toccare anche l’Emilia, la Toscana e le Marche. Ma è tra le province di Rimini, Forlì, Cesena e Ravenna che le conseguenze sono peggiori. Muoiono diciassette persone, annegate in scantinati, mentre scappano in auto o si spostano in bicicletta. I danni economici ammontano, secondo l’Unione europea, a 8,5 miliardi di euro. Ci sono allevatori che hanno perso il bestiame, fabbriche che hanno dovuto buttare prodotti e macchinari, cittadini che si sono trovati senza una casa, comuni senza più una scuola o una palestra.

Molti di questi costi finirono col gravare sulla collettività. Nel 2025, la Regione Emilia-Romagna annunciò che gli interventi per la ricostruzione avevano raggiunto i 2,7 miliardi. È uno dei modi in cui la crisi climatica diventa una voce di spesa sempre più rilevante per gli Stati. Gli eventi meteorologici estremi portano con sé la necessità di aiutare i cittadini colpiti, ricostruire infrastrutture, rimettere a posto scuole e ospedali. E non sempre serve arrivare ad una tempesta o un incendio. Le ondate di caldo estive, ad esempio, si pagano in termini di interventi di adattamento (come l’aumento del verde urbano e la climatizzazione delle scuole) e in termini di spesa sanitaria. Le difficoltà del settore privato, poi, finiscono col pesare indirettamente sul pubblico – in termini di introiti fiscali che calano e stabilità dell’economia nel suo complesso.

Le difficoltà nel conteggio e il tema dello spread climatico

Calcolare quanto costi già oggi la crisi climatica è difficile. Ancora più difficile è calcolare quanto costerà in futuro. All’incertezza che inevitabilmente si accompagna alle proiezioni, si aggiunge il tema dell’attribuzione. Non ogni danno dovuto al meteo è necessariamente attribuibile al riscaldamento globale, e tracciare la linea è complesso. William Nordhaus ha vinto il Nobel per l’economia nel 2018. Una sua celebre frase recita che, in confronto agli studi sul clima, determinare l’impatto economico dell’inquinamento atmosferico «è una sciocchezza». «Il cambiamento climatico sta influenzando l’economia. Ma dimostrarlo è una sfida» è il titolo di un articolo dell’analista Alice C. Hill per il Council on Foreign Relations.

L’Ipcc, il Gruppo intergovernativo delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico, l’organo scientifico dedicato al clima, parla di «impatti significativi» sul Pil e sul welfare a livello globale. Il Network for Greening the Financial System (Ngfs) è un gruppo di 127 banche centrali e autorità di vigilanza finanziaria, e si occupa di gestire rischi climatici e promuovere gli investimenti verdi. Il Fondo monetario internazionale (Fmi), basandosi su dati Ngfs del 2023, ha calcolato che una transizione ordinata verso le emissioni nette zero entro il 2050 potrebbe portare il prodotto interno lordo globale a essere superiore del 7% rispetto a quanto accadrebbe con le politiche attuali.

Secondo il Centro euro-mediterraneo per i cambiamenti climatici (Cmcc), che riprende i dati dell’Agenzia europea dell’ambiente (Eea), dal 1980 al 2024 gli eventi estremi hanno causato nell’Unione europea 822 miliardi di euro di perdite. Un quarto di queste solo tra 2021 e 2024. Il calcolo tiene conto delle perdite della società nel suo insieme, non solo di quelle subite dal settore pubblico. Ma nello stesso report, i ricercatori spiegano come questi dati si trasformino in un problema per le casse statali. Il Cmcc parla di spread climatico. Stati particolarmente colpiti dal riscaldamento globale rischiano di avere più difficoltà a finanziarsi sui mercati internazionali. «Per un Paese come l’Italia, esposto sia agli impatti climatici sia a vincoli di finanza pubblica, ritardare l’azione significa aumentare il costo economico del riscaldamento globale», spiega Matteo Calcaterra, uno degli autori.

Il rischio climatico per i conti pubblici italiani da qui al 2050

Il rapporto completo, «Rischio climatico in Italia: scenari, costi e opzioni di risposta», firmato da Calcaterra con Jacopo Cammeo, Simone Borghesi, Carlo Carraro e Massimo Tavoni, quantifica per la prima volta questo rischio per i conti pubblici italiani. Secondo i modelli degli autori, nel 2050 il Pil italiano potrebbe essere tra l’1,6% e il 6% più basso rispetto a uno scenario senza danni climatici. Nello scenario tendenziale la crescita potenziale del Paese si ridurrebbe di circa un settimo: dallo 0,61% allo 0,52% l’anno.

Per un Paese con un debito pubblico di oltre 3mila miliardi di euro, è una differenza pesante. Senza danni climatici, il rapporto tra debito e Pil potrebbe tornare verso il 100% a metà secolo; con danni elevati resterebbe vicino ai livelli attuali. La probabilità che il debito superi il 200% del Pil, una soglia di forte criticità fiscale, quasi raddoppierebbe: dal 21-24% al 39-44%. E lo spread climatico, negli scenari a danni elevati, varrebbe in media 42-46 punti base.

La transizione ecologica costa meno dei danni climatici

Anche la transizione, però, ha un prezzo, ed è possibile stimarlo. Secondo il Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (Pniec) aggiornato nel 2024, raggiungere gli obiettivi al 2030 richiede 824,7 miliardi di euro di investimenti tra il 2024 e il 2030, contro i 650,3 miliardi previsti con le politiche attuali. La differenza è di 174,4 miliardi: quasi 25 miliardi l’anno, tra pubblico e privato. La voce più pesante è quella dei trasporti. All’adattamento, secondo una valutazione della Commissione europea citata dal Cmcc, l’Italia dovrebbe destinare 10,08 miliardi di euro l’anno, lo 0,4% del Pil: il secondo fabbisogno più alto dell’Unione in valore assoluto, dopo quello della Francia.

Si tratta però di investimenti, non di spese a fondo perduto: generano infrastrutture, impianti, risparmi energetici. E la prevenzione si ripaga: secondo la Banca mondiale, citata dallo stesso rapporto, ogni euro investito può evitare tra 4 e 7 euro di danni. Per avere un termine di paragone, nel 2025 lo Stato italiano ha speso 22,4 miliardi di euro in sussidi ambientalmente dannosi, secondo l’ultimo Catalogo del ministero dell’Ambiente: una cifra vicina all’investimento aggiuntivo annuo che il Pniec chiede per la transizione, anche se quest’ultimo è in parte a carico dei privati.

C’è infine il capitolo assicurativo. Storicamente, ricorda il Cmcc, il 95% delle perdite da disastri naturali in Italia non era assicurato, con un costo per le casse pubbliche stimato in circa 4 miliardi di euro l’anno. L’obbligo di assicurarsi contro le catastrofi naturali, introdotto per le imprese con la legge di Bilancio 2024, punta a spostare parte di questo rischio sul mercato.

L’Italia, tra l’adattamento che c’è e quello che servirebbe

L’ong Greenpeace parla di 19 miliardi di danni solo in frane e alluvioni tra 2015 e 2024. Nel 2021 l’Ispra stimava che il 94,5% dei Comuni sia esposto a rischi legati a frane, alluvioni, valanghe ed erosione costiera. La spesa annua per riparare i danni è salita da un miliardo prima del 2009 a 3,3 miliardi nel periodo 2009-2023.

Nelle ultime settimane, a causa dell’estate eccezionalmente calda appena conclusa, in Italia si è tornati a parlare della climatizzazione delle scuole. Il calendario scolastico, che inizia a metà settembre e si conclude a metà giugno, con lo strascico di esami e riunioni, è stato pensato in un’epoca dove le estati erano più miti. Ma per raffreddare gli istituti italiani servirebbero cifre importanti. Sky Tg24 stima, su dati del sindacato Cgil e del think-tank Tortuga, almeno 1,75 miliardi di euro. Numeri sottostimati, scrive la testata stessa, perché negli edifici antichi la spesa aumenta. Il governo, però, ha messo a disposizione appena 20 milioni. «Utili per un ventilatore in ogni classe al massimo» dice sempre la Cgil.

Interventi di questo tipo rientrano nella categoria dell’adattamento. Quelle spese cioè che servono non a rimediare ai danni già causati né a ridurre le emissioni. Bensì, ad adattare città, campagne ed industrie al clima che cambia. E la distanza tra ciò che lo Stato italiano fa e ciò che dovrebbe fare è abissale. Sul solo dissesto idrogeologico la Fondazione Earth and Water Agenda stima necessità pari a 29 miliardi all’anno, contro gli 8,8 davvero stanziati. «Gli studi dicono che per ogni euro investito in adattamento ne tornano tre alle casse pubbliche» dice Eleonora Cogo, analista del think-tank Ecco. Un altro tema enorme e che, però, difficilmente troverà spazio nella sempre più imminente campagna elettorale.

3) Il conto della crisi climatica per le imprese, anche in Italia di Lorenzo Tecleme

Polizze catastrofali ora obbligatorie, cantieri fermi per il caldo, infrastrutture danneggiate. E solo il 14% delle microimprese è assicurato

Fabio Ognibeni è un artigiano del Nord-Est. La sua piccola azienda si occupa di un prodotto molto specifico: gli strumenti musicali. Il legno delle tavole armoniche per pianoforti e violini viene dalla Val di Fiemme, in Trentino. Da quella stessa valle viene il legno dei celebri violini di Stradivari.

La storia di Fabio Ognibeni l’ha raccolta lo scrittore Roberto Mezzalama nel libro Il clima che cambia l’Italia (Einaudi, 2021). Mezzalama ha intervistato Ognibeni poco dopo la tempesta Vaia, una tempesta di vento eccezionale che nel 2018 abbatté nel solo Nord Italia circa 14 milioni di alberi. Alcuni di quegli alberi erano abeti rossi con «legno da risonanza». Cioè, fusti con le precise (e rare) caratteristiche che li rendono adatti all’uso per strumenti musicali di alta qualità.

«Queste condizioni di crescita si realizzano solo in luoghi a quote alte (1400-1800 m) nei quali la velocità di crescita è lenta, tipicamente perché la permanenza al suolo della neve riduce la lunghezza della stagione vegetativa», spiega Mezzalama. Queste condizioni, però, potrebbero sparire. La crisi climatica, infatti, mette potenzialmente a rischio anche questo genere di attività. Rendendo più frequenti tempeste come Vaia o, appunto, facendo sparire le condizioni ambientali che fanno crescere quel legno così speciale.

Si tratta solo di uno dei molti modi in cui il riscaldamento globale diventa un costo per le imprese. Anche in Italia.

Crisi climatica e imprese, un costo difficile da misurare

La crisi climatica è il progressivo deterioramento delle condizioni climatiche del Pianeta. Dipende dalle attività umane, in particolare dalla combustione di combustibili fossili come petrolio, gas e carbone. Nel 2015 con l’Accordo di Parigi i governi di tutto il mondo si erano impegnati a mantenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto dei 2 gradi centigradi rispetto ai livelli preindustriali, cercando di limitarlo a +1,5 gradi centigradi. Oggi la comunità scientifica dà per scontato che la supereremo entro pochi anni.

La crisi climatica viene chiamata anche riscaldamento globale perché consiste, appunto, in una media della temperatura mano a mano più alta. Ma gli effetti vanno oltre il caldo eccezionale (che pure esiste, come ha dimostrato l’estate appena conclusa). L’atmosfera è infatti un sistema complesso, e il termometro che sale può portare anche a tempeste e periodi di freddo improvviso. Per questo, calcolarne il costo economico per le imprese è così complesso. Non solo attribuire un determinato fenomeno meteorologico alla crisi climatica è difficile. La tentacolarità del problema rende difficilissimo valutare ogni impatto.

Costi della crisi climatica per le imprese: i numeri in Italia

Nonostante le difficoltà, un buon punto di partenza per il nostro Paese è il rapporto sui rischi da catastrofi naturali e di sostenibilità dell’Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni (Ivass), pubblicato nel 2026. Come riassume Wwf Italia nel suo commento al rapporto, nel 2024 la raccolta premi per le coperture dei rischi climatici ha raggiunto 2,7 miliardi di euro. Sono 347 milioni in più rispetto al 2023, pari al 5,8% dei premi danni lordi complessivi. Le coperture riguardano soprattutto grandine (67,8%), tempeste (19,6%) e inondazioni (11%). Guardare alle assicurazioni è un modo efficace per capire quanto il settore privato sia colpito. Più i danni per le imprese aumentano, più la finanza reagisce aumentando i premi.

Henri de Castries, ex amministratore delegato della compagnia Axa, spiegò il concetto in un incontro pubblico del 2015, a margine della Cop21 che portò all’Accordo di Parigi: «Un aumento della temperatura media globale di 2 gradi potrebbe essere ancora assicurabile, ma un mondo più caldo di 4 gradi sicuramente non lo sarà». Le attuali proiezioni stimano una temperatura a fine secolo attorno ai +3 gradi centigradi. Gli scenari usati dal Cmcc vanno da +2,7 a +3,6 gradi centigradi.

A livello globale, poi, non diminuire le emissioni indirette delle aziende lungo tutta la catena del valore, dai fornitori all’uso dei prodotti venduti (le cosiddette scope 3) avrebbe effetti pesantissimi sull’economia. Secondo il Carbon Action Report 2025 di EcoVadis e Boston Consulting Group, pubblicato nel 2025, si rischiano passività annuali pari a 500 miliardi di dollari. I modi in cui la crisi climatica può impattare sul lavoro delle aziende, in ogni caso, sono molti. Le alluvioni provocano danni che lo Stato riesce a coprire solo in parte, come abbiamo spiegato in un altro articolo di questo stesso dossier. La desertificazione dei terreni è un grande problema per l’agricoltura. In Italia circa un quinto del territorio è a rischio, con un picco del 70% in Sicilia.  Lo stesso caldo, infine, influisce sulla produttività. Secondo un report di Allianz, cala del 3% per ogni grado sopra i 30 gradi centigradi.

Per l’Italia, il rapporto del Cmcc stima anche i danni alle infrastrutture, che pesano su logistica e catene di fornitura. I soli danni diretti potrebbero passare dai circa 0,4 miliardi di euro l’anno del periodo 1981-2000 a 5 miliardi nel 2050. Considerando anche le interruzioni dei servizi e gli effetti a cascata, il costo totale salirebbe a 11,5-18 miliardi l’anno.

Le ondate di caldo riducono occupazione e sicurezza sul lavoro

Possiamo misurare anche l’effetto del caldo sul lavoro nel nostro Paese. Secondo uno studio di Valerio Intraligi e Marco Biagetti pubblicato nel 2026, dopo il terzo giorno consecutivo di ondata di caldo ogni giornata in più con temperature pari o superiori a 30 gradi centigradi si associa a un calo di 0,56 punti percentuali dei tassi di occupazione. A ritirarsi dal lavoro sono soprattutto le persone impiegate in edilizia, agricoltura, ospitalità e servizi pubblici, settori in cui sono diffusi i contratti flessibili. Nei giorni di caldo estremo, inoltre, il rischio di infortunio nei cantieri cresce di oltre il 20%.

Quando il caldo rende il lavoro pericoloso, le imprese possono sospendere l’attività e chiedere la cassa integrazione ordinaria: l’Istituto nazionale della previdenza sociale (Inps) la riconosce quando le temperature, anche solo percepite, superano i 35 gradi centigradi. Per l’estate 2026 il governo ha approvato un decreto che, tra il 1° luglio e il 31 dicembre, esclude queste settimane dal limite massimo di 52 settimane di cassa integrazione nel biennio.

La polizza catastrofale obbligatoria copre poco le microimprese

Finora il conto delle catastrofi lo ha pagato in larga parte lo Stato. Secondo il Cmcc, storicamente il 95% delle perdite da disastri naturali in Italia non era assicurato, con un costo pubblico stimato in circa 4 miliardi di euro l’anno. Per questo la legge di Bilancio 2024 ha introdotto l’obbligo, per tutte le imprese, di assicurarsi contro alluvioni, frane e terremoti. L’obbligo è entrato in vigore a scaglioni: dal 1° aprile 2025 per le grandi imprese, dal 1° gennaio 2026 per micro e piccole imprese, dal 31 marzo 2026 per le attività turistico-ricettive e della ristorazione. Pesca e acquacoltura hanno tempo fino al 31 dicembre 2026, mentre le imprese agricole restano escluse.

La copertura, però, è ancora molto diseguale. Secondo le stime dell’Associazione nazionale fra le imprese assicuratrici (Ania), riportate nella guida pubblicata con Confindustria a fine settembre, è assicurato il 97% delle grandi imprese ma solo il 14% delle microimprese. Chi non si adegua non riceve sanzioni dirette, ma rischia di perdere l’accesso a contributi e agevolazioni pubbliche.

4) Il conto della crisi climatica raccontato da chi legge Valori di Lorenzo Tecleme

In 312 avete partecipato alla nostra rilevazione. Sei su dieci dicono di aver speso per il clima almeno 500 euro nell’ultimo anno

 

Ho subito l’allagamento di garage e cantina, con 95 cm di acqua», scrive un utente. «Sono agricoltore e quindi tutti i cali di produzione delle colture possono essere considerati “spese” in quanto mancate entrate», scrive un altro. «Ho installato schermature solari per ridurre l’insolazione (facciata interamente esposta a sud)», è il commento di un terzo. E poi macchine danneggiate dalle alluvioni, acquisto di ventilatori e sistemi di aria condizionata, persino chi si trasferisce per fuggire dal caldo. Soprattutto, bollette più care per tenere le temperature di casa entro limiti sopportabili.

Sono un riassunto delle risposte che avete dato al nostro questionario sui costi della crisi climatica. Un questionario che, ovviamente, non ha nessun valore statistico. Ma che ci permette di conoscere l’esperienza delle lettrici e dei lettori di Valori.it. E apre un oblò sulle difficoltà economiche che già oggi in molti affrontano a causa del riscaldamento globale. Un dato spicca su tutti. Quasi un terzo del campione stima la sua spesa climatica tra i 500 e i 2mila euro negli ultimi dodici mesi. Il 23% al di sotto dei 500, e il 20% tra i 2mila e i 5mila. Un altro 12% supera i 5mila euro, e sei persone dichiarano più di 15mila euro. Il 15%, invece, non sa stimarla. In tutto, sei persone su dieci dicono di aver speso almeno 500 euro. Cifre importanti, e destinate a crescere.

Sondaggio sui costi della crisi climatica: il profilo di chi ha risposto

Le oltre 300 persone che hanno compilato il questionario sono in grande maggioranza lettrici di Valori.it, in forma abitudinaria o saltuaria (72%). Più di una su quattro, però, non ci aveva mai letto prima o quasi. Non è un campione rappresentativo della popolazione italiana. Il Nord, le aree periferiche e i proprietari di casa sono sovrarappresentati. La gran parte, il 71%, viene dal Nord Italia. La metà vive in un appartamento di proprietà, un altro 33% in una casa indipendente di proprietà, mentre il 13% è in affitto. La maggioranza relativa, il 33%, viene da un piccolo paese o una zona rurale. Gli abitanti di cittadine o capoluoghi di provincia sono il 31%, mentre il 32% viene da una grande città – soprattutto dalle periferie.

Abbiamo chiesto agli intervistati se, nel loro nucleo familiare, è presente una persona (o un animale) potenzialmente particolarmente esposta agli effetti negativi della crisi climatica. Il 27% ha risposto di avere un animale domestico, il 15% di avere nel proprio nucleo familiare una persona anziana sopra i 75 anni, il 12% una persona con patologie sensibili al clima, il 4% un bambino sotto i sei anni.

Climatizzazione e schermature solari, le spese più frequenti

Ciò che unisce in molti, in ogni caso, è l’aver dovuto affrontare spese nuove legate al clima. Il 46% ha investito in climatizzazione della propria casa nel corso degli ultimi dodici mesi. Il 39% afferma lo stesso in relazione alle schermature solari, il 22% in lavori straordinari per affrontare meglio il clima che cambia. Il 26%, poi, ha dovuto spendere per riparare a danni provocati da eventi meteorologici. Il quanto varia molto in base alla tipologia. Chi ha speso in climatizzazione, ad esempio, quantifica l’esborso soprattutto nella fascia 200-800 euro (31%). Con però una minoranza significativa (28%) sotto i 200, e una quasi uguale (26%) che invece si situa nella fascia 800-2.500 euro. E il 15% ha speso più di 2.500 euro.

Tra chi ha speso in schermature solari la spesa media è più bassa: quattro su dieci sono rimasti sotto i 200 euro, mentre la fascia più selezionata tra chi ha speso in interventi strutturali sugli edifici è quella oltre i 2.500 euro, indicata da due persone su tre. Chi ha dovuto riparare danni da eventi meteo, invece, se l’è cavata nella maggior parte dei casi con meno di 500 euro. Ma dodici persone hanno speso più di 2mila euro, e tre oltre 10mila. Il 12,5% del campione ha avuto danni anche a beni mobili: in più della metà dei casi all’auto o alla moto.

Bollette, assicurazioni, salute e viaggi: le spese nascoste

Le spese che affrontiamo in relazione alla crisi climatica non sono solo quelle che vengono subito in mente. Non c’è bisogno di un’alluvione che devasta il garage o della grandine che danneggia il raccolto. Basta un’estate eccezionalmente calda come quella appena conclusa, e la bolletta della luce aumenta. Rispetto all’estate precedente, il 42% del campione dichiara di aver visto la propria salire «leggermente», e il 27% «sensibilmente». Il 21% ha affrontato spese condominiali straordinarie legate al clima (il 30% tra chi vive in condominio), con la quota più comune tra i 200 e gli 800 euro.

Anche le assicurazioni lievitano col caldo – e con gli eventi meteorologici estremi, ovviamente. Il 38% di coloro che, nel campione, hanno una polizza sulla casa hanno visto il premio salire «leggermente», e il 20% «sensibilmente». Solo una minoranza ha stipulato una nuova assicurazione o ha chiesto risarcimenti. Tra chi li ha chiesti, poi, solo il 26% ha ricevuto integralmente quanto aveva provato ad ottenere. Il 45% ha ricevuto solo una parte, per franchigie o esclusioni, e a uno su sei il risarcimento è stato negato. Va detto che quattro persone su dieci, nel campione, non hanno alcuna polizza sulla casa. E cinque hanno rinunciato a una nuova copertura perché troppo costosa.

Un altro set di quesiti era relativo alle spese sanitarie. Il 27% del campione spiega di aver sofferto di problemi di salute, negli ultimi mesi, riconducibili a riscaldamento globale o inquinamento – o che ad averne sofferto è un familiare. Tra loro, quasi la metà ha dovuto affrontare spese tra i 100 e i 500 euro. La quota sale nelle famiglie in cui vive una persona con patologie sensibili al caldo o all’inquinamento: qui quasi la metà (44%) delle 38 famiglie tra chi ha risposto ha avuto spese sanitarie legate al clima, contro il 19% delle famiglie senza persone particolarmente esposte. Un 11% di coloro che hanno risposto, infine, dice di aver cancellato o modificato piani di viaggio per ragioni legate al clima, con una spesa in maggioranza nella fascia fino a 200 euro.

Rimborsi e bonus fiscali: per metà del campione quasi nulla

Abbiamo chiesto anche quanta parte di queste spese sia stata recuperata, tra rimborsi assicurativi, bonus fiscali e sussidi. La risposta più frequente, per più di metà del campione (52%), è «praticamente nulla». Un altro 21% parla di «una piccola parte». Solo cinque persone su 312 dicono di averne recuperata una buona parte. È la versione domestica di un dato nazionale: secondo il Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici (Cmcc), circa il 95% dei danni da eventi estremi in Italia non è assicurato, e il conto ricade su famiglie, imprese e finanza pubblica. Un lettore lo racconta così: un temporale «con grandine e vento ha praticamente devastato il tetto dell’edificio (30mila euro di danni e l’assicurazione ne ha rimborsati 6mila)».

In affitto si spende meno. Ma non per scelta

Incrociando le risposte emergono anche alcune differenze. Tra chi vive in affitto in un condominio, la metà dichiara una spesa climatica sotto i 500 euro, contro circa un proprietario su cinque. Non significa che il clima pesi meno. Chi è in affitto, spesso, non può decidere di investire sulla casa: «Se avessi casa di proprietà probabilmente avrei fatto altri interventi spendendo di più, ma essendo in affitto non dipende da me», scrive una delle persone che hanno risposto. E c’è chi racconta spese che, in famiglia, qualcuno non può proprio permettersi: «Uno dei figli – il più fragile economicamente – avrebbe bisogno di zanzariere e climatizzatore (a cui non può assolutamente far fronte)». 

Le spese che non avreste chiamato «climatiche»

All’ultima domanda molti hanno indicato voci che, all’inizio, non avrebbero attribuito al clima. Il prezzo di frutta e verdura, «troppo alto, a fronte poi di una qualità quasi sempre scadente». Le zanzare, che in alcune zone ormai restano sei mesi l’anno, da maggio a ottobre. L’acqua per l’orto e il giardino, irrigati più spesso e più a lungo. Il carburante, perché c’è chi usa «più la macchina per spostamenti anche relativamente brevi per evitare il caldo eccessivo». Sono gli stessi meccanismi che gli economisti chiamano climateflation.

Stimare il costo del riscaldamento globale nelle nostre vite è difficile. Non sempre è chiara la linea che divide un’alluvione che sarebbe avvenuta comunque, e una riconducibile al clima che cambia. Non sempre è possibile sapere se e quanto avremmo usato il condizionatore, in un mondo dove abbiamo smesso di modificare la composizione dell’atmosfera. Ma sondaggi come questo, pur senza valore statistico, ci iniziano a restituire un pezzo di realtà. La crisi climatica non sarà un costo per il futuro. Lo è già, per la gran parte delle persone, nel presente.

Grandine e alluvioni, gli episodi più citati da chi ha risposto

Abbiamo concluso il questionario chiedendovi se c’è stato, nella vostra vita, un episodio specifico che vi ha fatto realizzare che il clima stava, letteralmente, chiedendo il conto. Ci avete risposto in oltre 200. «Una passeggiata nel quartiere: mi sono sentita male per un improvviso malessere da pressione bassa», è una risposta. «L’ansia che creano le continue ondate di caldo di quest’estate, vivo ogni giorno consultando le app meteo compulsivamente». «Il caldo estremo che rende più difficile gestire la mia sclerosi multipla», un’altra ancora. 

L’episodio citato più spesso è la grandine: ne parla circa una risposta su cinque. Poi alluvioni, trombe d’aria, temporali sempre più violenti. «Non credevo che sarei stato così avvinto dalla paura come quando ho visto l’acqua progressivamente salire dal garage e dal piazzale condominiale», scrive un lettore. Un’altra persona racconta che le piogge «hanno fatto franare la strada per raggiungere la casa in collina. Questo evento ha cambiato le abitudini della mia famiglia e siamo tornati a vivere in città».

E poi ci sono i costi che non si misurano in euro. «Più che a una spesa mi viene in mente una limitazione – scrive qualcuno –. Nei 3 mesi estivi cerco di limitare ogni attività non indispensabile per non espormi al caldo». C’è chi parla del tempo perso a riparare i danni, «tempo che devi tagliare agli altri aspetti della vita quotidiana». E chi del «costo psicologico di sapere che lascio un sistema sbagliato alle fondamenta in eredità ai miei figli».

I dati del questionario

Il questionario online è stato aperto dal 4 giugno al 18 settembre 2026, diffuso da Valori.it.
Hanno risposto 312 persone, in maggioranza lettrici e lettori di Valori.it.
Il campione NON è rappresentativo della popolazione italiana: Nord e proprietari di casa sono sovrarappresentati.
I risultati non hanno valore statistico e non possono essere estesi alla popolazione.
Le spese sono stime dichiarate da chi ha risposto, raccolte per fasce.

Come abbiamo reso anonimi i dati:

  • Eliminati: identificativi della piattaforma, data e ora esatte (sostituite dal mese), indirizzi email,
    disponibilità a essere ricontattati e tutte le risposte aperte (testo libero).
  • Aggregate in categorie più ampie: area di residenza, tipo di luogo, abitazione, composizione del nucleo familiare.
  • Dove una combinazione di queste caratteristiche riguardava meno di tre persone, uno o più campi
    sono stati sostituiti con «Non pubblicato».
  • Sette persone hanno compilato il questionario più volte (15 risposte): sono segnalate nella colonna
    compilazione_ripetuta e mantenute, coerentemente con gli articoli pubblicati.
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