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Quasi 50 morti vicino all’isola di Lampedusa. Ma il governo tace

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Migranti. Il naufragio è avvenuto martedì pomeriggio. La prima, e unica, comunicazione ufficiale solo ieri dalla guardia costiera. Dieci i superstiti, che hanno raccontato di essere fuggiti dalle violenze in Tunisia

Tra l’arrivo dei cadaveri al molo Favaloro e la diffusione di notizie dalle autorità italiane è passato quasi un giorno. Eppure l’ultimo naufragio avvenuto martedì a sud-ovest di Lampedusa è costato la vita a ben 46 persone. Sei i corpi recuperati, quaranta quelli dispersi. Cinque uomini e cinque donne di Costa d’Avorio, Camerun, Mali e Guinea Conakry sono sopravvissuti.

Due persone erano state trasferite sull’isola con urgenza da una motovedetta della guardia costiera. «Un ragazzo del Camerun di 18 anni, che ha perso il fratello di 12, sostiene fossero a meno di 20 chilometri dall’isola. Ci ha raccontato che avevano provato a chiamare i soccorsi ma nessuno è arrivato in tempo. In mare sono rimasti cinque giorni», afferma Francesca Saccomandi, operatrice di Mediterranea Hope, progetto della Federazione delle chiese evangeliche valdesi che offre assistenza al molo. Il barcone era partito dalle coste tunisine di Sfax.

«HA DETTO che non aveva scelta. Sapeva che il meteo sarebbe potuto peggiorare [è successo solo ieri, ndr] ma la situazione in Tunisia è talmente violenta e le partenze così ridotte che si trattava dell’unica possibilità di raggiungere l’Europa, lasciando la zona di El Amra, vicino Sfax, dove era rimasto intrappolato 11 mesi con altre migliaia di migranti», riferisce Saccomandi. La storia riassume bene gli effetti dell’accordo tra l’Ue e il presidente tunisino Kais Saied: maggiore razzismo e violenza contro i cittadini stranieri, traversate più difficili e pericolose. Il ragazzo è arrivato al poliambulatorio dell’isola in stato di choc, con un braccio gonfio ed evidenti difficoltà a camminare.

Le altre otto persone sono state sbarcate successivamente da una motovedetta della guardia di finanza. Erano circa le 16.30 di martedì pomeriggio. La prima, e unica, comunicazione ufficiale è arrivata alle 12.26 di mercoledì con un comunicato della guardia costiera: «Sono in corso le operazioni di ricerca coordinate dalla Guardia Costiera di Palermo al largo di Lampedusa, avviate a seguito della segnalazione, nella giornata di ieri, di un gommone con migranti a bordo in precario stato di galleggiabilità». Nessuna coordinata del ritrovamento, nessun orario, nessuna immagine, nessuna informazione su chi e come ha segnalato le persone in pericolo. Così la dinamica esatta, su cui indaga la polizia, resta tutta da chiarire.

IL SILENZIO delle autorità è stato accompagnato dal silenzio politico. Gli esponenti del governo non hanno rilasciato dichiarazioni. Del resto basta che i corpi non si vedano, non siano trascinati a riva o fotografati sul molo perché le istituzioni nazionali facciano finta di nulla. L’unico a parlare è stato il sindaco di Lampedusa Filippo Mannino che ha citato il «dramma affrontato e gestito» ma ci ha tenuto soprattutto a ringraziare la destra per l’impegno verso l’isola, dove da domenica sono arrivate 470 persone, e il miglioramento del sistema di sbarco, ricezione e trasferimento dei migranti.

Ad alzare la voce solo alcune organizzazioni umanitarie. «I morti in mare sono un dito puntato contro la nostra incapacità di immaginare un futuro in grado di dare speranza e orizzonti di vita a tutti», ha detto don Marco Pagniello, direttore Caritas. «Non possiamo abituarci a queste morti – ha affermato Giorgia D’Errico, direttrice Relazioni istituzionali di Save the Children – Rinnoviamo l’appello per l’attivazione di un sistema coordinato e strutturato di ricerca e soccorso». L’Unicef sottolinea che tra i dispersi ci sono anche minori, mentre il Comitato 3 ottobre, nato dopo la strage del 2011, chiede che ai morti sia prelevato il dna per identificarli «come avverrebbe se il naufragio avesse visto coinvolti dei turisti e non delle persone migranti».

20/03/2025

da Il Manifesto

Giansandro Merli

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