16/10/2026
da il Manifesto
Melonomics Dopo vari tentativi falliti, a fine 2026 il deficit pubblico dovrebbe finalmente andare sotto il fatidico 3% del Pil. Ma il ministro ammette che negli anni successivi il disavanzo oltrepasserà di nuovo la soglia
«Vedo nuvoloni all’orizzonte», avverte Giorgetti. Omettendo che le danze sue e di Meloni stanno contribuendo non poco a incupire i cieli. Dopo vari tentativi falliti, a fine 2026 il deficit pubblico dovrebbe finalmente andare sotto il fatidico 3% del Pil.
Ma il ministro ammette che negli anni successivi il disavanzo oltrepasserà di nuovo la soglia. L’uscita dalla procedura di infrazione dunque si allontana. Scomodo lascito per il governo prossimo venturo.
È uno dei pochi punti fermi della manovra di bilancio, per altri versi ancora avvolta nelle nebbie. I singoli provvedimenti non sono definiti, il governo attende il confronto con Bruxelles prima di dettagliare. L’unica certezza è che i margini di spesa si restringono. Dell’annunciata «manovra elettorale» resta poco.
A ricevere i fondi disponibili rimasti saranno i soliti noti. Soprattutto, altri 4,6 miliardi alla difesa e 3,4 miliardi alle imprese. Il residuo alle famiglie e gli ultimi scampoli a infrastrutture e sanità, semplicemente a copertura della maggiore inflazione. Per i tagli fiscali si annunciano solo 2,2 miliardi. Da verificare.
Sul versante delle coperture, 5 miliardi dovrebbero arrivare da banche e assicurazioni, 1,2 da altri tagli ai ministeri, 700 milioni da giochi e altre voci sparse. In totale, circa dieci miliardi. Altri tredici e mezzo saranno finanziati in deficit, facendo leva soprattutto sulle deroghe europee per difesa e sicurezza energetica. Indulgenza guerresca niente affatto gratuita: il riarmo aumenterà il debito e la futura spesa per interessi, che ormai ha raggiunto percentuali da crisi economica. All’orizzonte si intravedono fulmini, oltre che nuvole.
Non un bel vedere. E non è finita. Perché l’azione di governo non si può giudicare dalla sola manovra annuale. Quella modifica i saldi netti, ossia la punta dell’iceberg. Ma sotto c’è l’intero bilancio dello Stato: oltre un migliaio di miliardi distribuito tra una miriade di voci di entrata e uscita. È solo esaminando il mutare delle loro proporzioni che si riconosce l’impronta complessiva della politica di governo.
A tale scopo, è interessante confrontare le variazioni delle principali voci del bilancio statale nel quadriennio meloniano, dal 2023 al 2026. Come era facile prevedere, balza agli occhi il boom della quota di spesa destinata al riarmo, che cresce del 7,2 percento. Di contro, la quota per la protezione sociale resta ferma, l’istruzione cade del 7,4 percento, la sanità crolla del 7,5 percento, la cultura precipita del 22,4 percento. La quota destinata all’ambiente sprofonda del 72 percento, anche per l’esaurimento delle misure straordinarie.
Poi ci sono le imprese. In questi anni, la spesa statale denominata «competitività e sviluppo» ha segnato un’esplosione superiore al 100 percento. Un incremento che rafforza la posizione dell’Italia ai vertici della classifica Ocse in tema di sussidi, prestiti e garanzie al capitale privato.
Non tutti regali, certo. Ma la cifra è enorme, e il governo insiste con nuove agevolazioni agli imprenditori. Per farli crescere, innovare, per incentivare magari i più efficienti?
I dati dicono di no. Negli anni del governo Meloni, la produttività del lavoro è diminuita ulteriormente o è risultata stagnante. Il dato accentua la catastrofe dell’ultimo ventennio, dove l’incremento della produttività italiana è stato appena dell’1,4 percento, contro un aumento dell’11 percento in Germania e del 18 percento in Spagna.
È la fotografia impietosa di un sistema produttivo avverso alla modernizzazione, in cui il lavoro irregolare torna a crescere, oltre i 3 milioni di unità. E di un governo che anziché spronare asseconda il peggio: gli obiettivi quantitativi di riduzione del sommerso previsti dal Pnrr vengono sostituiti da generici impegni organizzativi.
La «melonomics», da questo punto di vista, ha aggravato l’antico male italiano: di un capitalismo in larga misura grigio e parassitario, che vive di blanda vigilanza statale e prebende pubbliche pagate dalla classe lavoratrice.
È questa, nell’essenza, l’eredità che Meloni e Giorgetti lasceranno. Sarà il problema principale per chi verrà dopo.

