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Quattro dimissioni e un funerale

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Politica estera

12/05/2026

da il Manifesto

Leonardo Clausi

Gran Bretagna Starmer asserragliato a Downing Street mentre nel Labour cresce la fronda che chiede al primo ministro un passo indietro

Il premierato come un birillo. Tutta la giornata di ieri Keir Starmer ha vacillato, prossimo a cadere travolto dalla sfiducia dei suoi. Si è coricato ieri appeso a un filo dopo le dimissioni di quattro ministri, di cui uno, Zubir Ahmed, vicino a uno dei più papabili, possibili aspiranti al ruolo di Starmer che finora si è trattenuto dal farsi avanti, proponendo la propria candidatura, il centrodestro nipotino di Blair e ministro della Sanità Wes Streeting.

Sono i postumi del bagno di sangue elettorale alle amministrative di venerdì. Oggi c’è il King Speech, in cui il monarca elenca le policy del “suo” governo, il cui leader è comunque dimezzato, nonostante il sostegno in extremis espressogli dal ministro della Giustizia David Lammy. Keep calm and carry on, recita il famoso detto bellico con cui il governo propagandava ai britannici la sopportazione delle bombe tedesche, oggi trasformato in un petulante slogan di merchandising. Tanto calmo non è Keir Starmer, ma di certo per ora – ancora – carries on, tira avanti. Ieri ha presieduto un consiglio dei ministri dove l’aria si tagliava a fatica con la motosega e gli sguardi si evitavano accuratamente.

«Non me ne vado», ha ripetuto il premier al tavolo delle trattative, «sono stato eletto per governare» e ha declinato altre variazioni sul tema. Poco prima aveva incassato la lettere di commiati di Jess Phillips, poco dopo quelle di altri tre, Alex Davies-Jones e Miatta Fahnbulleh, infine quella di Ahmed. Ma i tre pesi massimi che gli avevano chiesto di farsi da parte: Ed Miliband (Energia), Shabana Mahmood (Interni), e Wes Streeting (Sanità, tutti gli occhi sono su di lui), per ora, restano. E tacciono.

STARMER SOPRAVVIVE perché sinora nessun altro membro del governo ha dato le dimissioni. Ma resta particolarmente caustica la lettera vergata da Phillips, prominente figura working class, di Birmingham – città da mesi impelagata in colossali problemi di smaltimento di rifiuti per un braccio di ferro fra il governo e gli addetti in sciopero – ministra per la Protezione dell’infanzia e dei vulnerabili, già coinvolta in manovre per sbarazzarsi di Corbyn: «Sono i fatti a contare, non le parole», ha scritto Phillips, stigmatizzando l’immobilismo di Starmer e la tendenza a evitare il confronto.

IL NUMERO DEI DEPUTATI che chiede la testa del primo ministro era nel pomeriggio di 86, uno stillicidio che vedeva una lettera dopo l’altra scandire i quarti d’ora. Tre oltre il minimo necessario per innescare la sfida che però nessuno dei tre papabili ha ancora mosso. Oltre un centinaio di altri deputati ha invece firmato una lettera in cui confermano fiducia e sostegno al premier. Per tutta la giornata di ieri nel calderone del partito ribollivano nervosamente le campagne di attacco e difesa. Lui, Starmer, chiuso in un ligneo mutismo: alcuni deputati suoi critici hanno cercato di parlargli, ma senza successo.

LA GRAVITÀ DELLA SITUAZIONE e la tensione dei laburisti, in confronto ai conservatori così ingenui e privi di esperienza quando si tratta di congiure interne, si misurano dal contegno dei ministri fedeli al premier. Ogni volta che uno di loro esce da Downing Street di solito viene investito da una raffica di domande “imbarazzanti” dei giornalisti, in mezzo alle quali cammina spedito fingendo l’altrettanto usuale sordità: ma ieri, dopo il cabinet meeting, la situazione era tanto grave che un paio di ministri hanno trasgredito il copione correndo verso gli inseguitori per dichiarare al paese la loro lealtà nei confronti del leader ferito, soprattutto il potente Pat McFadden, il ministro del Lavoro.

IL CAOS DI IERI in casa Labour arriva dopo la raffica di primi ministri snocciolati dai Tories in un quinquennio attraverso i loro complotti e imboscate tipiche delle signorie rinascimentali. Un “caos,” come lo chiamano qui, a cui il paese non è ancora abituato. Qualunque siano gli sviluppi delle prossime ore, una cosa è certa: Starmer e i suoi collaboratori hanno perso la facoltà di strutturare il mondo attorno a loro e sono costretti a un’emotiva, destabilizzante giostra in cui devono gestire i cascami del potere perduto. Il partito è in una spirale di autocannibalismo. Mai maggioranza parlamentare tanto estesa ha prodotto altrettanta instabilità: ma è questo il new normal della politica britannica.

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