31/01/2026
da il Manifesto
Tempi di Maga Giornata di conflitto sociale, ieri, per fermare le deportazioni nelle città più colpite
Negli Stati Uniti le proteste contro l’Immigration and Customs Enforcement (Ice) hanno fatto un salto qualitativo inusuale per l’epicentro del capitalismo: uno sciopero generale nazionale coordinato. Gli organizzatori, un gruppo di associazioni studentesche e organizzazioni per i diritti degli immigrati, hanno lanciato un appello chiaro: fermare la quotidianità. Niente scuola, niente consumi, ma partecipazione diretta alle mobilitazioni anti-Ice organizzate a livello locale in tutto il Paese.
E L’APPELLO È STATO RACCOLTO. Dalle coste dell’Atlantico ai porti del Pacifico, dai magazzini della logistica alle scuole, dagli ospedali alle università e ai musei, una rete diffusa di scioperi e blocchi ha mandato il suo messaggio a Donald Trump. Non è stata una mobilitazione simbolica, ma una giornata di conflitto sociale che ha saldato più settori attorno a un obiettivo dichiarato: fermare le deportazioni, smantellare il sistema dei centri di detenzione e mettere in discussione l’architettura stessa della polizia di frontiera interna.
La maggior parte delle azioni significative e delle chiusure di attività commerciali si è concentrata nelle città più colpite dalle attività dell’Ice: New York, Chicago, Denver, Portland, Los Angeles e, chiaramente, Minneapolis. In Colorado molte scuole hanno chiuso per l’assenza di insegnanti e studenti, e scene analoghe si sono registrate a San Antonio (Texas), San Francisco, in Vermont e a Las Vegas.
Lo sciopero generale nazionale è arrivato sulla scia di quello organizzato a Minneapolis il 23 gennaio, con decine di migliaia di persone in strada e centinaia di attività commerciali chiuse. La parola d’ordine più ripetuta – «Basta raid, basta gabbie» – ha fatto da filo conduttore alla protesta in un Paese attraversato da una frattura tra apparato securitario sempre più pervasivo e una società civile che rifiuta di pagare il prezzo umano delle politiche migratorie di Trump.
A MINNEAPOLIS si sono svolti cortei e picchetti davanti al Bishop Henry Whipple Federal Building, roccaforte dell’Ice e luogo di manifestazioni quotidiane dall’inizio dell’Operation Metro Surge, il 1° dicembre 2025. Tom Morello, noto come chitarrista dei Rage Against the Machine, ha tenuto un concerto il cui intero ricavato è stato devoluto alle famiglie di Renée Good e Alex Pretti, entrambi uccisi a colpi d’arma da fuoco da agenti federali dell’Ice. «È il luogo in cui la gente si è schierata per i propri vicini e per se stessa, per la democrazia e la giustizia. Nessuno verrà a salvarci tranne noi, ed è adesso o mai più», ha dichiarato Morello.
A lui si sono uniti altri componenti dei Rage Against the Machine, il chitarrista jazz Al Di Meola e il cantautore Ike Reilly, insieme a un «ospite davvero speciale» che si è rivelato essere Bruce Springsteen.
ALLE INNUMEREVOLI RAGIONI per protestare se n’è aggiunta un’altra: l’arresto giovedì sera a Los Angeles del giornalista ed ex conduttore della Cnn Don Lemon, legato alla copertura di una protesta anti-Ice all’inizio di questo mese in una chiesa a St. Paul, in Minnesota. Con una sorta di beffa, il Dipartimento per la Sicurezza Interna ha annunciato che Lemon è stato incriminato per reati federali contro i diritti civili. Il procuratore generale aggiunto Harmeet Dhillon aveva definito «pseudo-giornalismo» la copertura mediatica della protesta da parte di Lemon, e aveva al contempo avvertito di essere «in allerta».
Il Dipartimento di Giustizia aveva subito cercato di incriminare Lemon per la sua presenza sul posto, ma è stato fermato da un giudice del Minnesota che si è rifiutato di firmare le accuse. La situazione è cambiata venerdì, quando il procuratore generale Pam Bondi ha annunciato su X l’arresto dell’ex conduttore della Cnn. Che non è stato l’unico: Georgia Fort, un’altra giornalista che ha seguito la stessa protesta, ha pubblicato su Facebook la diretta streaming del suo arresto.
«L’arresto, da parte del Dipartimento di Giustizia, di giornalisti che seguivano le proteste anti-Ice è estremamente allarmante – ha dichiarato Jameel Jaffer, direttore esecutivo del Knight First Amendment Institute presso la Columbia University – soprattutto considerando che diversi giudici si erano rifiutati di approvare i mandati».
La repressione passa da diversi dispositivi, uno ricorrente è la produzione di «verità alternative». Il procuratore generale del Minnesota, Keith Ellison, è stato costretto a smentire il responsabile per la sicurezza dei confini, Tom Homan, secondo cui ci sarebbe l’accordo per consentire alle carceri della contea di segnalare all’Ice le date di rilascio dei detenuti, così da facilitarne la presa in custodia immediata.
Dal canto suo, Trump ha già abbandonato la retorica della moderazione. Commentando un video in cui Alex Pretti, undici giorni prima di essere ucciso, urla contro agenti federali e prende a calci il fanale posteriore di un loro veicolo, lo ha definito «un agitatore e, forse, un insurrezionalista».
IL DIPARTIMENTO DI GIUSTIZIA ha infine annunciato l’apertura di un’indagine sui diritti civili per la morte di Pretti. A comunicarlo è stato il vice procuratore generale Todd Blanche, precisando che l’inchiesta sarà affidata all’Fbi e riguarderà non solo il giorno dell’uccisione, ma anche le settimane precedenti. Un cambio di passo, almeno formale, rispetto all’atteggiamento iniziale dell’amministrazione Trump, che aveva liquidato il caso con superficialità. Blanche ha però ridimensionato la portata della decisione, definendola «una procedura standard dell’Fbi». Un’indagine che non è stata avviata per l’uccisione di Renée Good, la donna assassinata a Minneapolis prima di Pretti.
Secondo le stime pubblicate questa settimana dal Congressional Budget Office, il dispiegamento di truppe da parte dell’amministrazione Trump in sei diverse città statunitensi lo scorso anno è costato circa 496 milioni di dollari.

