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Rapporto segreto svelato: esercito Usa puntato sulla Cina

Rapporto segreto svelato: esercito Usa puntato sulla Cina

Un rapporto segreto del Pentagono, pubblicato dal Washington Post, spiega come sono state rivoluzionare le strategie militari degli Stati Uniti. «L’esercito statunitense riorientato per dare priorità alla prevenzione dell’occupazione di Taiwan da parte della Cina. Assumendosi rischi in Europa e in altre parti del mondo».

Linee della ‘Heritage Foundation’

Un promemoria interno segreto che porta l’impronta della conservatrice Heritage Foundation. Compresi alcuni passaggi che sono quasi duplicazioni, parola per parola, del testo pubblicato dal think tank l’anno scorso (Progetto 2025 n.d.r.). Certo, gli analisti internazionali si erano già orientati, interpretando in questa chiave i vistosi cambiamenti della ‘foreign policy’ americana. Ora, il rilancio del nuovo modello di difesa (tutto da verificare) fatto dal WP, conferma lo spostamento dell’interesse di Washington verso l’Asia e la perdita di interesse per il Vecchio continente.

L’invasione di Taiwan

«La guida di Hegseth – aggiunge il Post – è straordinaria nella sua descrizione della potenziale invasione di Taiwan, come scenario animatore esclusivo, che deve essere prioritario rispetto ad altri potenziali pericoli, riorientando la vasta architettura militare statunitense verso la regione indo-pacifica oltre la sua missione di difesa della patria». E così, quasi come una reazione pavloviana, nello Stretto di Taiwan, a soli 24 miglia dall’isola, è ricomparsa minacciosa la sagoma imponente della portaerei cinese Shandong. È la prima volta che la formidabile nave d’assalto s’avvicina, così tanto, alle coste della ‘provincia autonoma’ rivendicata da Pechino. Allarme rosso? Anche se nella complessità dello scenario geopolitico contemporaneo, non puoi mai dare niente per scontato, a  prima vista, si tratta di imponenti ‘esercitazioni dimostrative’.

New York Times

O, almeno, così le interpreta il New York Times, attribuendo il loro svolgimento alla volontà del governo di Pechino di mandare un preciso segnale, a Washington e a Taipei, e cioè un avvertimento al Presidente taiwanese, Lai Ching-te, che aveva bollato la Cina come «forza straniera ostile». «A volte – scrive il Times – l’esercito cinese non spiega perché tiene esercitazioni. In questo caso, però, i funzionari e i resoconti dei media statali sono stati chiari: “Questa è una punizione severa per le dilaganti provocazioni pro-indipendenza dell’Amministrazione Lai Ching-te”», ha il portavoce dell’Ufficio del governo cinese per gli affari di Taiwan. E scava scava, ci si accorge che lo spettacolare show militare di Pechino, attuato in questa fase nello Stretto di Taiwan, ha sicuramente calcoli geopolitici molto più ampi alle spalle.

Niente si muove per caso

Il colosso asiatico offre una dimostrazione di potenza, e lancia quasi un guanto di sfida, proprio mentre Trump è impegnato con tutte le sue forze in altri scacchieri. Nel muro contro muro di Taiwan c’entra di tutto, dal controllo dell’Indo-Pacifico alla competizione strategica, fino alla più prosaica concorrenza commerciale. Dazi doganali compresi. Fa tutto parte di un unico pacchetto diplomatico e Pechino gioca le sue carte in modo spregiudicato. Così, secondo il South China Morning Post di Hong Kong, non è un caso se il dispiegamento della potenza di fuoco cinese, questa volta, raggiunga livelli quasi record. Vuole essere una risposta, precisa e ‘parallela’, alle mosse della Casa Bianca, che sta accelerando la dottrina del ‘containment‘.Il vecchio principio del ‘cordone sanitario’, una sorta di cortina geopolitica di Stati-cuscinetto, piazzati tutti intorno all’avversario per isolarlo e tenerlo a bada.

Risposta in proporzione alla sfida

La reazione cinese è stata amplificata a conclusione della prima visita ufficiale del Segretario alla Difesa statunitense, Pete Hegseth, nelle Filippine e in Giappone, sostiene il Morning Post. Durante il viaggio, conclusosi domenica, Hegseth ha chiesto un’alleanza più forte «per contrastare l’aggressione della Cina nella regione». Ora, sembra di capire, a Pechino temono che la forte caratterizzazione anti-cinese dell’Amministrazione Trump, di cui parlavamo all’inizio, possa sostenere le velleità indipendentiste del nuovo Presidente taiwanese Lai. Lo ribadisce anche l’analisi del Financial Times, che spiega come, negli ultimi mesi, Lai abbia adottato misure «per rafforzare la posizione difensiva di Taiwan, organizzando le esercitazioni di mobilitazione per la difesa civile più impegnative degli ultimi decenni. Inoltre, ha annunciato piani per ripristinare i processi militari in tempo di pace e per contrastare le operazioni di infiltrazione e influenza cinesi».

‘Pechino agitatore internazionale’

«Il Ministero della Difesa di Taiwan – prosegue il giornale londinese – ha affermato che l’escalation delle attività militari della Cina nella regione sta sfidando l’ordine internazionale e la stabilità regionale, aggiungendo che Pechino sta diventando il più grande ‘agitatore’ agli occhi della comunità internazionale». Addirittura, quasi a spiegare la complessità delle motivazioni che stanno dietro il contenzioso per l’isola, gli analisti del Financial Times ricordano che il governo di Taiwan accusa i produttori di chip cinesi, di «bracconaggio illegale di ingegneri».

Resta il fatto che il quasi contemporaneo arrivo al potere di Lai e Trump ha cambiato molti equilibri, nel Mar Cinese meridionale. E che l’effetto domino di questo processo si scaricherà, a cascata, su tutte le crisi internazionali, dall’Ucraina al Medio Oriente.

02/04/2025

da Remocontro

Piero Orteca

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