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‘Regime charge’ al contrario: la presidenza Trump a rischio

‘Regime charge’ al contrario: la presidenza Trump a rischio

Politica estera

22/04/2026

da Remocontro

Ennio Remondino

L’ora più buia di Trump, asserragliato alla Casa Bianca, isolato e senza una ‘exit strategy’, forse escluso dalle ultime scelte militari, e sarebbe un ‘quasi impeachement’. La crisi iraniana sta travolgendo l’azzardo militare e politico israelo-americano in Iran. E fa esplodere l’inadeguatezza e gli squilibri già noti ma sempre più fuori controllo della personalità presidenziale.

Fuori controllo

Offese e messaggi improvvisati a ruota libera, esplosioni di rabbia, urla contro i collaboratori e un interesse maggiore per la costruzione per la sala da ballo nella West Wing e la sua raccolta fondi rispetto alla crisi internazionale in Medio Oriente. E l’iracondo Donald diventa lui bersaglio proprio per le sue ire fuori controllo, e soprattutto controproducenti e pericolose, mentre l’inciampo Iran, col suo sconclusionato affrontarlo, diventa potenziale catastrofe.

Wall Street Journal

Il Wall Street Journal pubblica un ritratto impietoso del Capo della Casa Bianca, sempre più incontrollabile e intrappolato in un conflitto di cui, al momento, non si intravede la fine. E secondo il quotidiano finanziario, sarebbe stato ‘distratto’ nei momenti più delicati del conflitto in corso, visto che i suoi collaboratori temevano che il suo stile e la sua impazienza avrebbe complicato un’operazione già delicata, quella per le forze armate di mettere per la prima volta piede in Iran.

Il temuto bagno di sangue americano

«Terrorizzato all’ipotesi di inviare truppe sull’isola di Kharg sebbene gli fosse stato assicurato che la missione avrebbe avuto successo, il commander-in-chief temeva un bagno di sangue e si è spinto fino a dire che i soldati americani sarebbero stati ‘anatre da tiro’ sull’isola», ancora per il WSJ. Altra stampa, altro racconto di una crisi anche personale. «Donald Trump asserragliato nel fortino di Pennsylvania Avenue 1600, sempre più isolato e senza una chiara exit strategy dalla guerra in Iran in vista della scadenza del cessate il fuoco». Con noi giornalisti colpevoli di sbagliare il contro della tregua, ‘non martedì sera’ ma domani. «Un giorno in più per inventarsi come rovesciare la frittata della sconfitta in una delle sue soli vittorie inventate.

Un errore dopo l’altro

Ma le 24 ore in più possono fare la differenza, soprattutto per Trump, rileva persino la severa agenzia Ansa. «Il commander-in-chief appare con le spalle al muro dopo aver deciso il blocco dello Stretto di Hormuz, che si sta rivelando una trappola. Il regime iraniano, anche se decapitato, ha in mano le chiavi dell’importante passaggio e questo indebolisce la posizione americana e frustra il presidente». Una rabbia che trapela da giorni dai post infuocati sul suo social e che sta iniziando a innervosire anche i suoi più stretti consiglieri. «Lo stile aggressivo e impulsivo di The Donald infatti non sembra andare a braccetto con la guerra e si scontra – riporta il Wall Street Journal – con le ‘paure’ del presidente per i soldati in prima linea e per le ripercussioni politiche che il conflitto potrebbe causare».

L’incontrollabile iracondo

Ma contenere Trump non è facile. E quando improvvisa, con le sue veloci interviste concesse quotidianamente ai media americani e i messaggi contraddittori, spesso combina guai e rilevante portata, costringendo la Casa Bianca a correggerlo. E’ successo domenica quando ha dichiarato che JD Vance non sarebbe andato a Islamabad per il secondo round di colloqui. La Casa Bianca è stata costretta a correggere il tiro e spiegare che la delegazione americana sarebbe stata guidata dal vicepresidente. A chi chiedeva chiarimenti, i funzionari si sono limitati a rispondere: «Le cose cambiano». Ma non la lingua lunga del presidente.

La comica delle smentite

Lunedì mattina episodio simile: «I nostri negoziatori sono in rotta per Islamabad, atterreranno fra qualche ora», annuncia il presidente al New York Post. Pochi minuti dopo Vance è stato avvistato alla Casa Bianca e lo staff del presidente ha precisato che partirà ma i tempi non sono ancora chiari, «forse martedì in mattinata». A distanza di poche ore, Trump ha ammesso di non sapere se gli iraniani si sarebbero presentati a Islamabad, per poi precisare con l’agenzia Bloomberg che le trattative in Pakistan ci sarebbero state “martedì o mercoledì mattina”. Mi piacerebbe partecipare di persona, ma non penso sia necessario”, ha poi ribadito dicendosi disponibile a incontrare la leadership iraniana.

Rilancio Usa a colpi di tregua

Martedì sera americana ennesima giravolta con Trump che annuncia l’estensione del cessate il fuoco con l’Iran, che sarebbe dovuto scadere oggi. Ha detto che la pausa nei combattimenti durerà fino a quando le discussioni con l’Iran non saranno concluse: «in un modo o nell’altro», ha specificato in modo piuttosto criptico. L’estensione è stata dichiarata dai soli Stati Uniti e non concordata con il regime iraniano, che non ha ancora risposto ufficialmente. Trump ha motivato l’annuncio dicendo che al momento l’Iran è troppo diviso per negoziare un accordo. Nel frattempo gli Stati Uniti continueranno il blocco navale nello stretto di Hormuz, per le navi che cercano di lasciare o raggiungere i porti iraniani.

Dem traditori

Pur insistendo a raccontare al mondo della perpetua vigilia di un accordo vincente, ora Trump sostiene di non avere fretta di chiuderlo e ha puntato il dito contro i democratici ‘traditori’ che diffondono queste voci. «Il mio accordo – ha tagliato corto – sarà migliore di quello di Barack Obama». Secondo gli osservatori, un Trump frustrato dalla forza dell’Iran e disperato per un accordo. Un’intesa è essenziale per archiviare un conflitto che ora il commander-in-chief vuole chiudere soprattutto per motivi interni. Il conflitto è ormai al 52mo giorno e la legge prevede che un presidente ottenga il via libera del Congresso se l’operazione militare dura più di 60 giorni.

Guerra facile e veloce promessa da Netanyahu

Una richiesta di autorizzazione esporrebbe le crepe sulla guerra fra i repubblicani, come quelle emerse nel mondo Maga. Molti degli ex fedelissimi del presidente lo hanno attaccato e criticato per il conflitto, alcuni arrivando a chiedere il ricorso al 25mo emendamento per rimuoverlo o spingendosi ad appoggiare la teoria cospirazionista sul suo ‘finto attentato’ di Butler, in Pennsylvania, che lo ha fatto volare alla Casa Bianca. Ed ecco che il cospirazionismo trumpiano classico, si ritorce contro il suo principale creatore. Come il ‘Regime Charge’ degli Ayatollah fallito che ora mette a rischio politico ben due dei campioni armati del suprematismo occidentale.

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