27/06/2026
da Il Fatto Quotidiano
“Ormai lo conosciamo: toglie più voti di quelli che porta ed è sempre pronto a far esplodere qualsiasi alleanza”
Per il sociologo Marco Revelli l’idea di tenere Matteo Renzi nel campo largo nasce da un’illusione ottica alimentata dal rapporto – poco virtuoso – tra media e politica. “C’è una malattia subdola del sistema dell’informazione in Italia: ci si innamora dei dettagli perdendo di vista il quadro generale. Ci si invaghisce di una figura marginale e si continua a darle credito anche se conta come il due di picche nei grandi giochi”. Uno scollamento tra comunicazione e realtà, oltre che tra élite e popolo votante: “Accade in parte anche con Carlo Calenda – aggiunge Revelli –: sono mosche cocchiere che siedono a cassetta credendo di guidare la carrozza”.
Secondo Schlein, per vincere servono tutti.
Facciamo una premessa: mettere nel proprio campo Renzi è come piazzare una bomba a orologeria sotto il proprio tavolo. Il suo percorso politico è ormai tracciabile da una quindicina d’anni: la sua vocazione compulsiva al tradimento delle alleanze dovrebbe ormai essere acquisita.
Ma persino il suo 2%, in questa situazione di incertezza, può pesare.
È una falsa operazione matematica, dettata dall’illusione che il bacino elettorale sia dato, fisso e stabile e che i giochi al suo interno siano a somma zero. Ma le grandezze in gioco non sono matematiche: sono politiche. Il contributo di ogni partner è variabile, ci sono anche percentuali che si sottraggono: un cattivo candidato può pure portare il suo 2 per cento, ma contemporaneamente ti fa perdere quattro punti. Il gioco diventa negativo.
Poi c’è un problema di credibilità politica: come si spiega agli elettori un’alleanza con chi fino a ieri era il simbolo di una stagione da superare?
Il minimo comune denominatore di un campo di centrosinistra, pure annacquato, dovrebbe essere la promozione della giustizia sociale. Renzi, invece, ha sempre praticato l’ingiustizia sociale: ha favorito i forti e non i fragili. Questo appartiene al suo carattere di animale politico, anche se ora è un animaletto che pesa poco.
Ammesso che si vincano le elezioni, poi come si governa con uno così?
Come dicevo, mettere Renzi al tavolo è come piazzarci sotto una bomba a orologeria: al primo passaggio in cui intravede un vantaggio personale, fa saltare tutto in aria. Ma il problema è complessivo: vincere queste elezioni non significa ottenere una frazione marginale di vantaggio, ma prendere una parte consistente di voti più dell’altra. Ci si può riuscire soltanto sfondando il confine tra voto e non voto, riconquistando almeno una parte di quell’elettorato che da un quarto di secolo è uscito disgustato dal sistema politico. Fino agli anni Novanta la partecipazione superava l’80 per cento; oggi il corpo elettorale è ridotto a poco più del 50 per cento degli aventi diritto. E tu pensi davvero di riportare alle urne chi è scappato arruolando uno di quelli che l’hanno fatto scappare?
Chi sarebbe capace di parlare agli elettori dispersi?
Nel possibile campo largo nessuno, nemmeno Conte, ha questa capacità magnetica di attrarre quella limatura di ferro che si è dispersa nel non voto. Servirebbe un outsider credibile, capace di presentare un progetto realmente in controtendenza sui grandi temi: distribuzione della ricchezza, diritti sociali, sanità, pace e guerra. Non sarà questo il momento di un grande discorso di geopolitica per evitare la catastrofe? Servirebbe uno che rompe gli schemi come Zohran Mamdani a New York, una figura che ribalta i tavoli, altro che campo largo. E noi siamo qui a parlare dei nani politici.

