29/08/2025
da Avvenire
Francesca Ghirardelli, Tuzla (Bosnia
Viaggio nei luoghi di transito di chi fugge dalle guerre e tenta di entrare in Europa via terra: qui arrivano anche i familiari che non hanno più notizie dei loro cari e cercano almeno “un corpo”
Sono le sette del mattino e Nihad Suljic con Vlasta Markovic fermano l’auto di fronte al fiorista che li aspetta. Ritirano rose bianche e corone di fiori. Le sistemano nel baule dell’utilitaria cercando di non sciuparle, perché nell’abitacolo devono lasciare il posto per due volontarie bosniache che salgono a Zvornik, più a est, sulle rive della Drina. Insieme proseguono fino a Bratunac, Bosnia orientale, dove altri attivisti li attendono, con polizia, vigili del fuoco, stampa locale. «Credo nell’azione, bisogna agire per fare qualcosa. Non importa cosa, distribuire cibo, vestiti, qualsiasi cosa, non solo a parole», dice il giovane attivista Nihad Suljic nel tragitto in macchina. Ci crede davvero e da otto anni si dà da fare supportando i richiedenti asilo della rotta balcanica con la sua Ong “Djeluj.ba”, che significa “agisci” appunto. L’auto scende per cento chilometri verso sud-est, dentro la Repubblica Srpska, una delle due entità della Bosnia ed Erzegovina, fin sulla riva del fiume che è anche frontiera con la Serbia, nel punto in cui un anno fa, il 22 agosto, dodici persone sono annegate mentre di nascosto entravano in territorio bosniaco. Siriani ed egiziani, donne, uomini e una bambina di nove mesi, Lana, con la madre Khadija e il padre Ahmed. «Quel giorno ho chiamato la polizia di frontiera, volevo sapere se c’erano sopravvissuti, ho portato loro del cibo», ricorda l’attivista. Erano in una ventina, il primo gruppo imbarcato dai trafficanti, poi tornati a prendere gli altri, che però non sono mai arrivati di qua.
Su una piccola spiaggia di ciottoli, si pronunciano parole di ricordo. Poi i fiori vengono affidati alla corrente del fiume. «Quel mattino sono accorsi vigili del fuoco, polizia, hanno raccolto corpi tutto il giorno», racconta un pompiere serbo-bosniaco. «Ce n’erano ovunque, in superficie e in profondità. Quattro cadaveri sulla nostra riva, otto su quella serba». Dopo il naufragio, una famiglia siriana ha contattato Nihad Suljic. «Cercavano due cugini, Mohamed, 15 anni, e Ammar, 20 anni. Abbiamo fatto un’identificazione ufficiale e li abbiamo seppelliti».
L’attivista Nihad Suljic sulle tombe di una famiglia siriana in Serbia - .
Lui e gli altri attivisti, in questi anni di grandi transiti, si sono occupati dei vivi e ugualmente dei morti. «A Tuzla non abbiamo più molti arrivi, le persone vanno direttamente dal confine verso Sarajevo. Ma in passato, dal 2017, ogni giorno ne vedevamo anche quattrocento». Poi aggiunge: «La cerimonia di stamattina è uno dei rari casi in cui serbo-bosniaci e bosniaci musulmani hanno commemorato qualcuno insieme. Sono dovute morire persone straniere perché accadesse. Per questo naufragio ho organizzato quattro funerali, con i fondi dell’Ong austriaca SOS Balkanroute ho comprato le lapidi». Attraversiamo la frontiera verso la città serba di Loznica. In due cimiteri, altri fiori da posare e litanie da ascoltare. Molte lapidi non hanno un nome. Nihad Suljic è in contatto con il patologo Vidak Simic all’ospedale di Bijeljina dove si eseguono le autopsie. «Ha estratto campioni ossei utili per eventuali future identificazioni e li conserva più a lungo di quanto non preveda la legge» confida. Con i fondi dell’International Commission on Missing Persons (Icmp) si progettano test del Dna. «L’Icmp conduce queste ricerche da molto tempo qui, per identificare le vittime bosniache della guerra degli anni Novanta. Forse noi in Bosnia capiamo meglio cosa si prova quando si cerca un figlio, un fratello. Infatti stiamo ancora cercando migliaia di persone». Secondo l’attivista ci sono circa cento tombe a Bijeljina, Bratunac, Zvornik, Tuzla e sulla sponda serba. «E parliamo solo dei corpi riemersi dal fiume. Conosco casi di scomparsa senza che le autorità abbiano avviato le ricerche. Vogliamo dare dignità a queste persone, tutti gli esseri umani meritano una tomba. Ma vogliamo anche che si sappia che queste lapidi sono il prodotto di un sistema e di un’epoca. Non si tratta di incidenti, si muore per le politiche dell’Unione europea. Fra cent’anni, qualcuno deve dire: “Avevamo afghani e siriani che morivano ai nostri confini”». La tappa successiva della giornata è a una stazione di polizia serba. Un giovane marocchino è scomparso qui, il fratello lo cerca dalla Spagna. «Un corpo è stato trovato qualche giorno fa, voglio vedere se è lui» dice l’attivista, che si presenta dagli agenti con la foto del ragazzo, per scoprire che i morti tirati fuori dal fiume sono due.
Al tramonto entriamo in un altro cimitero, un campo nei boschi fuori Tuzla. Nihad Suljic e Vlasta Markovic con la volontaria Dzevida Becic sistemano le ultime rose sulle lapidi dei cugini siriani. Su ciascuna c’è scritto: «Ha provato ad entrare nell’Unione europea e ha perso la vita nella Drina». L’attivista avvia una videochiamata alla famiglia. «Vedete, le tombe sono in buono stato», lo sentiamo dire in collegamento. Per oggi è l’ultima delle sue azioni concrete, quelle in cui crede con determinazione, così importanti per i vivi e anche per la dignità dei morti, di chi era partito da lontano ed era diretto altrove, e che invece riposa qui.