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Retorica tricolore e il conto lasciato ai posteri

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Commenti  Ambiente

22/08/2026

da Il Manifesto

Emiliano Brancaccio

Gioco fallimentare Riferendosi agli stabilimenti tarantini, Meloni ha assicurato che il mantenimento di un’importante capacità produttiva di acciaio è ritenuto dal governo «obiettivo di rilievo nazionale».

Sovranità, interesse nazionale, patria: parole che ricorrono ossessivamente nel lessico meloniano. Resta da capire quale sia il vero significato, quando dalla retorica si passa ai fatti. L’ultima crisi dell’acciaio a Taranto offre un rilevante banco di verifica. Riferendosi agli stabilimenti tarantini, Meloni ha assicurato che il mantenimento di un’importante capacità produttiva di acciaio è ritenuto dal governo «obiettivo di rilievo nazionale».

A ben vedere, però, le azioni del suo governo sembrano muovere in direzione esattamente opposta.

C’era una volta Dri d’Italia, società pubblica incaricata di realizzare a Taranto il tassello decisivo della riconversione ecologica: un nuovo impianto per produrre ferro preridotto, il cosiddetto Dri, da utilizzare in forni elettrici al posto del vecchio ciclo a carbone. L’obiettivo ufficiale era «partecipare alla riconversione del sito produttivo di Taranto», abbatterne le emissioni e ridurre la dipendenza italiana dalle importazioni. Un ambizioso progetto di politica industriale, che doveva esser finanziato dal Pnrr europeo con un miliardo.

Poi però comincia la ritirata. Con la revisione del Pnrr gestita dal ministro Fitto, il miliardo viene stralciato per la «complessità del progetto». Il governo promette di recuperarlo con fondi nazionali e in effetti lo rifinanzia. Ma le buone intenzioni durano poco. Le successive manovre del ministro Giorgetti erodono la dotazione di oltre un terzo. Nel 2026 il colpo finale: le risorse residue vengono sottratte alla modernizzazione di Taranto e ricondotte genericamente alla decarbonizzazione del settore. Il Dri pubblico a Taranto, di fatto, muore.

Restano in partita i privati. Il gruppo indiano Jindal si fa avanti, dichiarandosi disponibile a farsi carico anche della riconversione dell’impianto a caldo. Ma riemerge il vecchio problema: serve un massiccio sostegno pubblico per le infrastrutture, l’energia, la transizione ecologica. Anche perché, se lo stato italiano non si impegna, Jindal avanza un’alternativa poco piacevole: spostare le fasi iniziali della produzione nei suoi stabilimenti in Oman e India e lasciare solo la fase finale a Taranto. Uscita dalla porta, l’urgenza dell’investimento statale rientra dalla finestra.

Ecco allora la trovata del governo. Su sollecitazione del ministro Urso, Federacciai propone una cordata di quattordici imprese italiane.

Il progetto nasce apertamente molto modesto: rinunciare alla conversione dell’impianto a caldo e limitare l’attività di Taranto alla lavorazione di acciaio prodotto altrove. Con due conseguenze: dimezzamento dell’occupazione locale e aumento della dipendenza dalle importazioni estere.

Ma la nuova soluzione, per Meloni e soci, è mediaticamente perfetta. Nasconde il disimpegno del governo con la grancassa della «cordata italiana». L’acciaio deve rimanere italiano, l’asset strategico non può essere ceduto agli indiani, e così via. Una curiosa declinazione dell’italianità: conta il passaporto del proprietario più del luogo effettivo in cui viene prodotto l’acciaio.
Ecco dunque il sovranismo meloniano alla prova dei fatti. Prima smonta un progetto pubblico che avrebbe modernizzato la produzione primaria nazionale. Poi celebra come patriottica una cordata italiana di privati che produrrà molto meno e comprerà all’estero quel che manca.

La siderurgia è un settore maturo, fortemente concentrato, in evidente ritardo dal punto di vista della transizione ecologica. È un caso da manuale di fallimento del mercato capitalistico. E dell’urgenza di una logica di pianificazione pubblica: decidere quanta capacità conservare, dove collocare la produzione di Dri, come coordinare la filiera con le reti dell’elettricità e dell’idrogeno, e così via. Un piano pubblico darebbe all’Italia un ruolo guida nella faticosa ristrutturazione europea. E non sarebbe un’idea estranea alla storia continentale: in fondo, l’integrazione comunitaria iniziò proprio con un governo politico della ristrutturazione dell’acciaio.

Ma per Meloni e soci sarebbe un salto quantico. A quanto pare, trovano più facile agitare i passaporti tricolore dei nuovi aspiranti padroni e nascondere il conto industriale, occupazionale e ambientale che lasceranno.

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