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Retromarcia sul decreto Ai

Retromarcia sul decreto Ai

Politica italiana

30/07/2026

da Il manifesto

Michele GambirasiMario Di Vito

Travolti da un insolito destino Rischio scontro con la Commisssione Ue: il governo dovrà rivedere le norme sulla sorveglianza che aprivano al «Grande fratello digitale»

Contrordine. O meglio, ritirata. Il decreto legislativo che attua, solo nelle sue parti più poliziesche, l’Ai Act dell’Ue è destinato a cambiare da qui al 4 agosto, quando il consiglio dei ministri dovrebbe licenziarlo. I due articoli incriminati, l’8 e il 10, che allargavano le maglie del controllo facciale senza prevedere autorizzazioni della magistratura, sono finiti nel fuoco incrociato di una maggioranza in fibrillazione e della Commissione Ue.

OLTRE ALLE PROTESTE delle opposizioni si sono sommati i malumori di Forza Italia, del tutto decisa a intestarsi una virata «garantista» del provvedimento. L’ordine di scuderia lo ha dettato il capogruppo azzurro Enrico Costa: «Il riconoscimento facciale è uno strumento importante ma servono garanzie». A mancare nel testo approntato dal governo erano soprattutto l’autorizzazione di un giudice (attribuita invece al pm avvertito solo «oralmente» dalle forze dell’ordine nei casi di urgenza) per l’utilizzo dei dati biometrici raccolti con l’Ai, e la raccolta preventiva di dati per sette giorni in un certo luogo «per prevenire reati». Norme che secondo l’opposizione avrebbero portato a una sorta di Grande fratello, ma anche a un frontale diretto con l’Ue.

UN PORTAVOCE della Commissione è intervenuto in mattinata: «Non vogliamo che con l’Ia ci sia un controllo pubblico su dove noi e voi ci spostiamo quotidianamente negli spazi pubblici accessibili, quindi questo è un chiaro divieto». Il governo ha fatto sapere di aver capito la lezione: «L’Italia continuerà a rispettare la normativa europea, a partire dall’AI Act, come fatto finora, in coerenza con le garanzie costituzionali e dei diritti di libertà, la cui verifica spetta all’autorità giudiziaria», hanno vergato da Palazzo Chigi.

COSÌ A DESTRA è iniziato il lavorio per trovare una mediazione, affidata al viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto che ha preso il filo delle comunicazioni con Chigi. In mattinata FdI e Lega avevano imposto il rinvio del voto in commissione Affari europei del parere preparato dall’azzurra Cristina Rossello, che molto sommessamente aveva espresso alcuni rilievi. Su tutti «l’opportunità di attribuire il potere autorizzativo a un giudice anziché al pm», rispetto all’uso dei dati biometrici raccolti con l’Ai. E anche sul riconoscimento «a strascico» si chiedeva maggiore accortezza.

RILIEVI INFINE accolti nei pareri delle commissioni Giustizia e Affari costituzionali, con una mediazione soft. I deputati hanno suggerito al governo di «valutare» di affidare l’autorizzazione al giudice competente e di «sopprimere» la comunicazione orale nei casi di urgenza in favore di una «procedura idonea». Sulla raccolta di dati preventiva servirà specificare «l’autonomia tra il momento di mera acquisizione delle immagini, rispetto a quello successivo di attivazione delle tecnologie di riconoscimento facciale per l’analisi». E in ogni caso i dati dell’Ai non saranno sufficienti per validare un arresto: «Nessun provvedimento incidente sui diritti fondamentali della persona possa essere adottato esclusivamente sulla base del risultato di un sistema di identificazione biometrica», hanno scritto. «Grazie a Fi è stato migliorato in chiave garantista», ha subito detto Costa. Ora occorrerà vedere come a Palazzo Chigi verranno recepite le indicazioni per modificare il decreto.

LA MEDIAZIONE, in ogni caso, è ritenuta insufficiente dalle opposizioni. Sia per la formula timida utilizzata: «Si valuti di essere garantisti», ha scherzato il deputato di +Europa Riccardo Magi. «Sono state recepite solo alcune blande osservazioni, lasciando irrisolti i nodi fondamentali», ha detto la responsabile giustizia dem Debora Serracchiani.

DEL RESTO i contrasti con quello che prevede il regolamento europeo sono evidenti. L’Ai Act richiede, ad esempio, che l’uso in urgenza sia duly justified fin dall’inizio, mentre il decreto italiano permetterebbe l’avvio della raccolta dei dati biometrici sulla base di un generico «fondato motivo» valutato dalla polizia, con convalida successiva del magistrato. Questa formulazione allenta le garanzie europee, spostando la giustificazione ex post e dando più discrezionalità alle forze dell’ordine. Non è una sottigliezza, ma un fatto sostanziale. E ancora: l’identificazione facciale «a strascico» – con la conservazione dei dati possibile per 7 giorni anche prima della commissione di un reato – creerebbe una sorta di banca dati temporanea che va oltre le eccezioni consentite e vìola i principi di proporzionalità e minimizzazione dei dati. L’Ai Act infatti parla esplicitamente di ricerche mirate (targeted searches), cioè l’esatto contrario del trattamento automatizzato e generalizzato dei dati biometrici nei luoghi pubblici che si descrive all’articolo 10 del decreto legislativo.

RESTA UNA BIZZARRIA, per così dire, il fatto che di tutto il pacchetto europeo sull’intelligenza artificiale, l’Italia abbia deciso di occuparsi praticamente solo degli aspetti che riguardano l’ordine pubblico e la polizia. I tempi stringeranno pure – ma manco tanto – ed è quasi ovvio leggere il tentato blitz del governo come l’ennesima mossa legislativa che nasce sull’onda di un caso di cronaca. In questo caso, le questioni di ordine pubblico della settimana scorsa, prima Bologna e poi la Val di Susa. Con un occhio al prossimo autunno, che dalle parti della maggioranza sono convinti sarà particolarmente caldo.

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