03/09/2026
da Pressenza
Nel Mar Mediterraneo, il soccorso in mare è stato trasformato in terreno indecente di scontro costituzionale, tecnico e morale. Da un lato, la forza del potere politico, spesso cieca e brutale che si esprime attraverso decreti e sanzioni; dall’altro il senso naturale di umanità che resiste ricorrendo al diritto nazionale e internazionale ed è incarnato sia dalle navi della società civile impegnate nel soccorso in mare, sia dalle aule dei tribunali.
Una situazione di continua crisi umanitaria che ciclicamente si scontra con la memoria delle nostre più grandi tragedie collettive, riproponendo la ricorrenza di strazianti simbologie. Come oggi, 2 settembre ci riporta al piccolo Alan Kurdi, il bimbo siriano il cui corpo con la Sua maglietta rossa fu trovato senza vita, ma come “addormentato”, su una spiaggia di Budrum 11 anni fa È Alan l’immagine inconsapevole di una coscienza globale che aveva promesso “mai più”.
La tragedia della morte è nel tradimento degli Stati e dell’Italia in primo luogo che gli volgono le spalle denunciando di fatto i patti internazionali solennemente sottoscritti e rinnegando i principi etici che fondano la stessa legittimità civile dello Stato.
La criminale strategia ministeriale di assegnare porti di sbarco distanti centinaia di miglia dall’area delle operazioni, applicando poi sistematici fermi amministrativi, dimostra quanto sia forte la tensione che muove il decisore politico verso una bestialità senza natura. Una deriva quella dei porti distanti che interferisce con la naturale esigenza di rapidità delle operazioni di soccorso e di emergenza in genere, in ambiente ostile, producendo una gravissima aberrazione sul piano della sicurezza della navigazione: l’allontanamento coatto integra infatti una metodica violazione, istituzionalizzata del dovere di protezione dei soggetti vulnerabili, configurando una palese violazione della legalità internazionale compiuta per ordine diretto delle istituzioni.
Assegnando porti remoti e costringendo le navi samaritane a giorni di inutile navigazione, l’amministrazione compie una forzatura indebita, poiché con quegli atti trasforma d’imperio un’imbarcazione che ha effettuato un soccorso urgente — e che si trova quindi sovraccarica rispetto a strutture e dotazioni d’emergenza — in una nave da trasporto passeggeri. Questi ordini calpestano deliberatamente la Convenzione SOLAS (Safety of Life at Sea), il pilastro mondiale della salvaguardia della vita in mare, che impone requisiti strutturali e logistici severissimi per il trasporto di passeggeri. Obbligare una nave, quale che sia, che ha operato un soccorso a decine di persone bisognose di accertamenti e cure, a viaggiare per centinaia di miglia in condizioni di sovraffollamento forzato significa violare i diritti umani ma anche la SOLAS. Lo Stato si rende responsabile di un illecito e, potenzialmente, di un attentato alla sicurezza dei trasporti se si tiene conto della sistematicità di queste violazioni, poiché crea situazioni indebite di rischio marittimo e sanitario concreto, esponendo naufraghi ed equipaggio a pericoli che avrebbe il dovere primario di prevenire.
La politica è tale, quindi irresponsabile, solo se agisce in generale e in astratto, definendo la cornice delle regole di una comunità. Quando invece interviene o si accanisce sul singolo caso specifico, abdica alla sua natura e degrada in amministrazione ma vorrebbe mantenere, indebitamente, la irresponsabilità, che pretende di aggirare il controllo giuridico. Questo abuso tradisce la funzione più alta delle istituzioni, piegando l’apparato pubblico a fini di mera propaganda contingente.
Ecco perché è necessario che la magistratura sia sempre autonoma ed indipendente.
Il dovere di salvare la vita umana in mare non è un’astrazione malleabile, né un’imposizione esclusivamente esterna, ma un pilastro del diritto che trova il suo vertice assoluto nella Costituzione italiana. L’articolo 10 della nostra Carta fondamentale impone il rispetto del diritto internazionale generale, conferendo alle convenzioni sul soccorso e sulla sicurezza (come Amburgo, UNCLOS e SOLAS) un rango nettamente superiore rispetto a qualsiasi decreto ministeriale o legge ordinaria. Questo principio costituzionale si traduce, nel diritto interno, nelle norme tassative del Codice della Navigazione: gli articoli 489 e 490 impongono al comandante il dovere giuridico di prestare assistenza. Lo Stato esige questo comportamento sotto minaccia di severe sanzioni penali: l’articolo 1158 dello stesso codice punisce l’omissione di soccorso con la reclusione fino a otto anni se la condotta provoca la morte delle persone in pericolo.
Il paradosso del tradimento istituzionale giunge al culmine quando le circolari burocratiche pretendono di capovolgere la gerarchia delle fonti. Ed allora bisogna arrivare alle aule di giustizia dove questo corto circuito viene puntualmente risolto. Di fronte al fatto specifico, i giudici in base alla semplice gerarchia delle fonti i provvedimenti del governo sfumano nel nulla di cui sono fatti. Ma intanto hanno prodotto morte e sofferenza.
La giurisprudenza infine annulla i fermi amministrativi alle ONG, riconoscendo lo stato di necessità che consiste nel dovere di salvare chi rischia di morire e condurlo rapidamente nel porto sicuro più vicino. Finché il potere ordinerà violazioni flagranti dei trattati di sicurezza come la SOLAS, ostacolando la necessaria celerità dei soccorsi in ambienti per natura ostili e tradendo la parola data nei consessi mondiali, i tribunali rimarranno l’ultimo presidio per ricordare che la forza dell’autorità non può sovrascrivere le leggi dello Stato e il valore supremo della vita umana. L’auspicio più profondo è che quel grido d’allarme, quel “Mai più” pronunciato di fronte alla spiaggia della tragedia, smetta di essere una emozione e si radichi finalmente e profondamente nella coscienza collettiva, trasformandosi in una difesa inflessibile e quotidiana della dignità umana.
*Già ufficiale di Marina noto per i soccorsi alla Costa Concordia, è stato senatore dal 2018 al 2022, distinguendosi nel Gruppo Misto per la difesa dei diritti umani. Oggi vive ad Eboli con la poetessa Filomena Domini.

