10/01/2026
da Remocontro
La rivolta popolare, partita dai bazar di Teheran si è ormai estesa a più di 100 città, facendo almeno 45 morti, centinaia di feriti e causando migliaia di arresti. La Guida suprema, Alì Khamenei, ha accusato gli Usa di essere dietro le sempre più turbolente manifestazioni e promette una feroce repressione. Ma ieri, nella capitale, la protesta è esplosa in tutta la sua violenza. E sullo sfondo si agita la figura di Reza Pahlavi, il figlio dell’ultimo Scià.

La rivolta dilaga nell’oscurità
L’Iran ribolle, come un vulcano che potrebbe esplodere da un momento all’altro. I “duri e puri” del regime hanno capito e corrono ai ripari, cercando di soffocare sul nascere la protesta popolare. Ma dall’America, oltre alle minacce di Trump, arriva anche l’invito a ribellarsi da parte del figlio dell’ultimo Scià, Reza Pahlavi. Per ora, gli ayatollah stanno usando il bastone e la carota, perché sanno che la situazione potrebbe sfuggirgli di mano e offrire una fantastica opportunità ai loro storici nemici (gli israeliani) di risolvere una volta per tutte le pendenze ancora sospese. Intanto hanno bloccato Internet, messo sotto controllo tutte le comunicazioni e cacciato la stampa straniera. Così, le notizie arrivano “di rimbalzo”. In questo momento, una delle fonti più affidabili è senz’altro il Persian Service della britannica BBC. Ecco cosa dice il loro ultimo “bollettino di guerra”.
Persian Service BBC
“Le immagini verificate da BBC Persian mostrano edifici in fiamme nella capitale iraniana, Teheran, mentre le proteste antigovernative si diffondono in tutto il Paese. Si vedono le moschee nei quartieri Gholhak e Sa’adat Abad in fiamme. Secondo i gruppi per i diritti umani, la frustrazione per il crollo della valuta iraniana ha scatenato manifestazioni in più di 100 città e in tutte le 31 province dell’Iran. I video dimostrano che enormi folle di manifestanti hanno marciato attraverso la capitale e altre località, tra cui la seconda città del Paese, Mashhad. Si possono sentire i manifestanti che chiedono il rovesciamento della Guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, e il ritorno di Reza Pahlavi, figlio in esilio del defunto Scià, che aveva esortato i suoi sostenitori a scendere in piazza. L’agenzia di stampa statunitense Human Rights Activist News Agency (HRANA) ha dichiarato che almeno 34 manifestanti, cinque dei quali bambini, e otto membri del personale di sicurezza sono stati uccisi, e che altri 2.270 manifestanti sono stati arrestati. L’organismo di controllo Iran Human Rights (IHR), con sede in Norvegia, ha affermato invece che almeno 45 manifestanti, tra cui otto bambini, sono caduti, vittime delle forze di sicurezza. A Mashhad, nel nord-est del Paese, si sentono cori di ‘Lunga vita allo Scià’ e ‘Questa è la battaglia finale! Pahlavi tornerà’. A Teheran, un altro video pubblicato on-line mostra una grande folla di manifestanti che cammina lungo una delle principali arterie stradali, nella parte orientale di Teheran. Si sente un’altra grande folla gridare ‘Questa è la battaglia finale! Pahlavi tornerà’. Altrove nel nord, i manifestanti sono stati filmati mentre gridavano ‘Disonorevoli’ e ‘Non abbiate paura, siamo tutti insieme’ dopo uno scontro con le forze di sicurezza. Altri video mostrano i manifestanti che cantano ‘Morte al dittatore’, facendo, riferimento a Khamenei – nella città centrale di Isfahan; ‘Lunga vita allo Scià’, nella città settentrionale di Babol e ‘Non abbiamo paura, siamo tutti insieme’, nella città nord-occidentale di Tabriz. Infine, nel centro di Dezful, le riprese inviate alla BBC Persian hanno mostrato una grande folla di manifestanti e anche personale di sicurezza che sembrava aprire il fuoco in una piazza”.
Alì Khamenei attacca Trump
Ciò che sta succedendo nel grande Paese del Golfo Persico non riguarda solo la sua crisi finanziaria, i conseguenti contraccolpi economici, l’inflazione stratosferica e le rivendicazioni insoddisfatte, affidate alla forza della piazza. Adesso molti iraniani scendono in strada, sprezzanti del pericolo, per gridare il loro dissenso o, peggio, il loro disgusto, verso un regime che oltre ad affamarli, ha tolto loro qualsiasi libertà civile, politica e di pensiero. Certo, la teocrazia persiana ha i suoi pretoriani, quelle forze che, come in ogni Stato autoritario, godono di privilegi che sono pronte a difendere. A qualsiasi costo. E a loro si è affidato il Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale (SNSC), quando ha deciso di impiegare polizia e unità speciali della Sicurezza “per neutralizzare i piani di destabilizzazione del regime sionista israeliano e del suo padrino, gli Stati Uniti”. Scoprendo così l’alibi che Khamenei ha esibito, nei suoi recenti sermoni, per spiegare al popolo l’origine della rivolta. O, almeno, l’interpretazione (di comodo) che ne dà il regime. Lo sottolinea il New York Times: “Dopo giorni di accese proteste – scrive il quotidiano – l’ayatollah Ali Khamenei ha liquidato le dimostrazioni come una distruzione gratuita e ha accusato i dimostranti di cercare di ‘compiacere’ il Presidente Trump”. Un concetto ripetuto a grandi linee anche dal Presidente Masoud Przeshkian, un moderato che è stato però bene attento a non calcare troppo la mano contro Washington. Perché spera sempre di potere riuscire a ricostruire un minimo di dialogo con gli Stati Uniti. Che invece Khamenei continua a vedere come fumo agli occhi. Nel suo discorso del venerdì, mentre una folla di sostenitori gridava ‘Morte all’America’, la Guida suprema ha detto che “le mani del signor Trump sono sporche del sangue degli iraniani uccisi da Israele lo scorso giugno”.
Reza Pahlavi e gli Usa
Forse un po’ a sorpresa (ma non tanto) dietro le proteste è spuntata la faccia di Reza Pahlavi (figlio dell’ex Scià di Persia), che si trova in esilio negli Stati Uniti. Il padre fu rovesciato dalla rivoluzione islamica di Khomeini e adesso lui invita i suoi ex sudditi a scendere in piazza. Naturalmente, lo fa dopo aver ringraziato il Presidente Trump per le sue prese di posizione nei confronti degli ayatollah. Molto minacciose. Come l’ultima di giovedì sera, rivolta direttamente dai canali di Fox Tv dall’inquilino della Casa Bianca. Diffondendo invece il suo incitamento attraverso X, Pahlavi ha chiesto polemicamente all’Europa come mai ancora non abbia fatto sentire la sua voce. Pahlavi ha poi completato il suo appello, aggiungendo che “i suoi coraggiosi compatrioti, milioni di manifestanti, devono scendere in piazza a gridare le loro richieste”. Bene, la sincronia anche dei precedenti interventi del figlio dell’ex Scià con le manifestazioni di protesta, sta facendo sospettare diversi analisti, sul fatto che ci possa essere una sorta di “golpe bianco”, organizzato a tavolino per far collassare il regime. Magari si tratta solo di una supposizione, oppure di una ipotetica mossa preventiva, strategicamente preparata a Washington. E anche a Tel Aviv. In ogni caso, la figura di Reza Pahlavi, soprattutto dopo le parole di Trump su una possibile “spallata”, contro il regime teocratico, esce clamorosamente ingigantita.
Tanto che il Washington Post, notoriamente molto selettivo nello scegliere l’oggetto delle sue analisi, gli ha dedicato all’improvviso un chilometrico e documentatissimo report che si chiede: “Ma i manifestanti vogliono il ritorno del Trono del Pavone, come era noto il regno di suo padre? O cercano solo qualcosa che non sia la teocrazia sciita iraniana?”. Magari con l’aiuto di un ‘uomo di pace’ come Donald, s’intende, aggiungiamo noi.

