ATTUARE LA COSTITUZIONE PER CAMBIARE L'ITALIA

ATTUARE LA COSTITUZIONE PER CAMBIARE L'ITALIA

ATTUARE LA COSTITUZIONE PER CAMBIARE L'ITALIA

Rivolta iraniana, comunque vada rischia di finire male

Rivolta iraniana, comunque vada rischia di finire male

Politica estera

17/01/2026

da Remocontro

Ennio Remondino

Negli ultimi mesi l’Iran è stato descritto in occidente come un paese debole e governato da un regime traballante. A giugno ha subito i bombardamenti di Israele e Stati Uniti contro i siti del programma nucleare, e con le sanzioni l’economia iraniana è sempre più vicina al collasso. La repressione violenta delle proteste ha rafforzato l’immagine del regime come un sistema solido e brutale, con un apparato di sicurezza compatto, capillare e brutale, ma anche debolezze che si stanno svelando. È tutto davvero così?

Regime fragile o regime compatto?

  • Le due realtà coesistono, sostiene il Post. «Il regime iraniano è strutturato per la sopravvivenza e ha varie caratteristiche che lo rendono difficile da rovesciare, soprattutto se a provarci è un’opposizione divisa e senza armi. Al tempo stesso fa i conti con alcune debolezze interne ed esterne, che potrebbero renderlo sempre meno resistente».

Elementi di forza

Il primo elemento di forza del regime è la sua struttura. Pur avendo una leadership politica e religiosa chiara e riconosciuta da tutti – la Guida Suprema Ali Khamenei –, lo Stato ha una struttura stratificata e complessa, che rende difficile rovesciarlo. «L’idea è che se una parte del regime dovesse essere neutralizzata o dovesse disertare, c’è la possibilità di assorbirne la mancanza». L’Iran ha un presidente eletto (al momento Masoud Pezeshkian), ma buona parte del potere politico è dalla Guida Suprema. Ha un parlamento, ma molte decisioni strategiche vengono prese in assemblee diverse. L’Iran ha un esercito ma anche un corpo armato parallelo che detiene il grosso del potere militare (i Guardiani della rivoluzione) e altri corpi paramilitari potenti e capillari.

  • Questa stratificazione rende impossibile per eventuali rivoluzionari concentrarsi su un solo obiettivo: i centri di potere sono numerosi, spesso sovrapponibili e in competizione tra loro.

Apparato repressivo efficace

Mentre l’apparato di repressione del regime è particolarmente efficace perché, come il resto dello Stato, non è concentrato in una singola istituzione. La repressione e il controllo sono affidati ai Guardiani della rivoluzione, affiancati dalla polizia, dall’intelligence e da altri corpi i cui ruoli spesso si sovrappongono. Rischio confusione, che però risulta molto efficace quando c’è da reprimere enormi proteste, perché il regime ha a disposizione migliaia di persone armate e leali, ciascuna con una propria catena di comando: se qualcuno diserta, ci sono sempre delle alternative.

Fedeltà non solo ideologica

La fedeltà non è soltanto ideologica. Gli apparati di sicurezza controllano buona parte dell’economia iraniana, i loro membri devono al regime il posto di lavoro e la sicurezza economica. Il Post cita l’analista Saeid Golkar su Al Jazeera: «Per i membri dell’apparato di repressione il collasso del regime è una minaccia esistenziale, a cui reagire con la massima prontezza e durezza». In questo contesto, l’opposizione è politicamente divisa e incapace di agire in maniera incisiva. Le proteste senza leader, come quelle delle ultime settimane, sono capaci di coinvolgere moltissime persone, ma senza una struttura che le sostenga rischiano di spegnersi rapidamente davanti alla brutalità della repressione.

  • Il regime mantiene inoltre un assoluto monopolio della forza: i manifestanti e l’opposizione non hanno armi, o non ne hanno abbastanza per impensierire gli apparati di sicurezza.

Le debolezze strutturali

Ma selezionare la classe dirigente in base alla lealtà e non alla competenza condanna lo Stato al declino, come nella disastrosa gestione dell’economia, e nell’aumento della corruzione. L’Iran ha una burocrazia statale moderna che resiste da decenni ai cambi di regime, ma la cui efficacia si sta via via esaurendo. La corruzione, la crisi economica e l’inefficacia dell’apparato statale contribuiscono alla crisi di legittimità e caduta del sostegno da parte della popolazione.

Difficoltà internazionali

Per decenni il regime aveva sostenuto, finanziato e armato una serie di alleati regionali a garantire la propria difesa e capacità di attacco. La Siria di Bashar al Assad, Hezbollah in Libano, Hamas nella Striscia di Gaza, gli Houthi in Yemen, più altri gruppi sciiti in Iraq. Oggi la gran parte di questi alleati è stata eliminata o gravemente indebolita. Questo rende l’Iran più esposto e vulnerabile ad attacchi esterni, come si è visto nella guerra dei 12 giorni di giugno.

Economia allo sfascio

Dalla guerra di giugno il ‘rial’ ha perso oltre il 40 per cento del suo valore e l’inflazione sarebbe salita fino al 60 per cento. È lì che la protesta smette di essere episodica e diventa identitaria. «Il blocco del programma nucleare e la percezione di un ridotto margine negoziale sul fronte delle sanzioni hanno alimentato la fuga di capitali – scrive Giuseppe Gagliano-. E lo Stato, per compensare, stringe ancora: controlli, restrizioni, razionamenti di fatto. È il circolo vizioso che trasforma la crisi economica in crisi di legittimità».

Tariffe e isolamento dei partner

Donald Trump ha annunciato una sanzione del 25 per cento sui beni provenienti da qualsiasi Paese che faccia affari con l’Iran. Sanzione di ‘secondo livello’ travestita da politica commerciale: non colpisce solo Teheran, ma costringe anche altri a scegliere, mettendo sotto pressione relazioni economiche di Paesi come Cina, India, Russia, Turchia e Iraq. Sul piano pratico significa più rischio, più costi, più assicurazioni, quindi meno scambi e più caro-vita. La piazza iraniana, in questo scenario, diventa un «elemento della guerra per procura combattuta con strumenti finanziari, logistici e normativi».

Rischio di mobilitazione patriottica

Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti «sono pronti a intervenire per salvare i manifestanti da una repressione violenta». La protesta a giustificare un’azione militare? Molto rischioso. «In Iran l’effetto potrebbe essere opposto a quello desiderato da chi vuole il cambio di regime – avverte IsideOver- L’attacco esterno tende a ricompattare la società attorno allo Stato, almeno nel breve periodo, spostando l’asse da ‘contro il governo’ a ‘contro l’aggressore’».

Bis Venezuela e Maduro?

L’ipotesi di colpire i vertici politici e militari. Ma eliminare i decisori può consegnare il controllo a una lotta interna tra apparati. «Il cambio di regime non è un interruttore: è un processo, e spesso è un processo sanguinoso». Caso Maduro: colpire il capo e lasciare in piedi la struttura di potere, imponendole di sottomettersi o di essere strangolata economicamente. «Il nodo è che la protesta iraniana non può essere letta soltanto come una dinamica interna. È anche un detonatore possibile in uno scontro più ampio. E in questa lettura, l vera minaccia per Teheran, non è solo ciò che i manifestanti possono ottenere da soli, ma ciò che altri potrebbero fare usando la protesta come legittimazione».

Il regime resiste, il regime si trasforma, il regime precipita

Lo Stato prova a spezzare la protesta senza incendiare il Paese: «repressione mirata, concessioni selettive, gestione della scarsità». Aggiustamento guidato dall’alto: «riforme economiche più credibili, qualche apertura sociale, e un canale negoziale internazionale». Terzo scenario, ‘la crisi simultanea’: «piazza che cresce e pressione esterna che si intensifica, a rendere ingestibile la sicurezza interna. Lo scenario che spaventa tutti, compresi molti avversari dell’Iran, perché un collasso in un Paese di quel peso strategico può produrre frammentazione, migrazioni, radicalizzazioni e guerre per procura».

Regime e due minacce

  • «Il regime è stretto tra due minacce contemporanee: una interna, che può diventare di massa, e una esterna, che può usare la prima come leva. In questo gioco, la scelta non è tra bene e male, ma tra rischi: reprimere e spaccare, o attendere l’ingerenza. Quando l’economia brucia, la politica si polarizza e la guerra resta sullo sfondo, nessuna via d’uscita è semplice. E in Iran, oggi, la cosa più pericolosa è proprio questa: che la crisi non ha un solo centro. Ne ha due. E si alimentano a vicenda».
share