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Rogoredo, la versione dell’agente crolla tra le contraddizioni

Rogoredo, la versione dell’agente crolla tra le contraddizioni

Politica italiana

21/02/2026

da il Manifesto

Mario Di Vito

Morte a Milano Svolta nelle indagini: dalla pistola finta piazzata vicino al corpo ai soccorsi in ritardo. Mansouri era al telefono mentre moriva. In un’informativa i rapporti ambigui tra l’indagato e il mondo dei pusher milanesi. La prudenza di Piantedosi: «Accetteremo con serenità quello che succederà». Salvini : «Se qualcuno sbaglia, va accertato». Torna la retorica della mela marcia

Bugie, contraddizioni, elementi che non si incastrano tra loro. Si aggrava ogni giorno di più la posizione del 41enne Carmelo Cinturrino, l’assistente capo della polizia indagato per omicidio volontario per aver sparato in testa al pusher 28enne Abderrahim Mansouri, il 26 gennaio scorso in via Impastato, in zona Rogoredo.

IL SOSTITUTO procuratore Giovanni Tarzia ha tutti gli elementi per poter prendere una decisione sul da farsi: per lunedì è previsto un incontro in proposito con il capo, Marcello Viola. Chi indaga definisce la situazione «fluida», non ancora perfettamente definita, ma assai ricca di dettagli pesanti.

Gli interrogatori resi nella giornata di giovedì dagli altri quattro agenti presenti sul luogo del delitto, tutti indagati per favoreggiamento, hanno costruito un quadro che contraddice le affermazioni di Cinturrino, descritto come una sorta di «fanatico», uno che gestiva la situazione del boschetto della droga «col pugno duro» del poliziotto «di strada» e che, soprattutto, ha preso in mano la situazione subito dopo l’omicidio, anche se non era il più alto in grado, ma solo il più anziano. Le dichiarazioni incamerate dalla procura sono state definite «univoche» e «concordanti».

DA QUI L’IPOTESI che Cinturrino possa aver mentito ai quattro colleghi quando ha detto di aver contattato i soccorritori. «Abbiamo dato la comunicazione via radio come Mecenate 21 e la centrale operativa mi ha detto di chiamare il 118 dal posto», ha fatto mettere a verbale, anche se, in casi del genere, dovrebbe essere proprio la centrale operativa a coordinare i soccorsi. E comunque la chiamata non è stata fatta subito, mentre Mansouri era a terra agonizzante, ma 23 minuti dopo lo sparo.

Il lasso di tempo è venuto fuori da «elementi oggettivi», come l’analisi dei telefoni e delle telecamere presenti in zona. Altro particolare: è accertato che Mansouri stesse parlando al telefono mentre riceveva il colpo mortale. Qualcuno lo aveva avvisato dell’arrivo della polizia, poi lo aveva contattato di nuovo per sapere se fosse riuscito ad allontanarsi. Dall’altra parte della cornetta l’esplosione del colpo si è sentita.

MA COSA È SUCCESSO in questi 23 minuti di vuoto? Di certo uno degli agenti si è allontanato, è tornato in commissariato e ne è uscito poco dopo con uno zaino, particolare immortalato da una telecamera. Il sospetto è che così sia finita sul luogo del delitto la pistola finta – una riproduzione di una Beretta 92 – che la vittima avrebbe puntato addosso all’agente, il quale avrebbe sparato «per paura» (lo ha ribadito anche ieri in un colloquio col suo avvocato) da una distanza di circa venti metri.

L’arma a salve è tutt’ora oggetto di esami tecnici: esclusa la presenza di tracce di Mansouri, sono stati comunque identificati due profili diversi di dna. L’autopsia ha già inoltre chiarito che il 28enne è stato colpito quando era girato: il foro d’entrata del proiettile è sull’osso parietale destro del cranio e sul volto c’erano ecchimosi e lividi, segno che potrebbe essere caduto con la faccia in avanti. Il corpo è stato allora spostato? Difficile da stabilire, ma sul giubbotto della vittima c’era ben visibile l’impronta di una scarpa.

E POI c’è il rapporto tra chi ha sparato e la sua vittima. I due si conoscevano. Cinturrino lo ha ammesso in sede di interrogatorio, svelando che Mansouri in commissariato lo chiamavano tutti «Zack». Ma c’è ancora di più: due elementi definiti «di contesto» che aprono squarci sulla vita nel cosiddetto «boschetto della droga» di Rogoredo, l’area a sud di Milano nota come una delle più grandi piazze di spaccio d’Italia.

C’È UNA SENTENZA del 2022, di cui il manifesto già aveva dato conto, in cui il giudice, nell’assolvere un ragazzo dall’accusa di spaccio, rimandava alla procura la posizione di Cinturrino, sospettato di aver falsificato un verbale. Nel video ripreso da una telecamera di sorveglianza, decisivo per arrivare all’assoluzione, si vedeva l’agente estrarre dalla custodia dello smartphone del sospettato diverse banconote, molte più di quelle che poi erano state dichiarate nel verbale d’arresto. Il fascicolo su questa vicenda è in mano sempre a Tarzia, anche se sarebbe al momento è privo di indagati.

A FINE GENNAIO, infine, in procura è arrivata un’informativa dei carabinieri che dà conto di una confidenza: in piazzale Ferrara, in zona Corvetto, esisterebbe un appartamento che funge da hub dello spaccio per due spacciatori italiani. Per la fonte l’attività potrebbe contare sulla «protezione di un poliziotto, un certo Carmelo, amico della portinaia del condominio». Che, sempre secondo questa fonte, avrebbe anche chiesto «alcune migliaia di euro» a uno spacciatore marocchino per dargli l’autorizzazione a inserirsi nella piazza. I riscontri stanno arrivando e saranno decisivi per chiudere la storia di quella che ormai è impossibile definire sparatoria e che somiglia sempre di più a un agguato.

INTANTO, dopo essere stato contraddetto dai suoi colleghi, Cinturrino sta cominciando a perdere la fiducia cieca del governo e degli esponenti della maggioranza: le dichiarazioni tutte all’insegna della solidarietà e della vicinanza «senza se e senza ma», anzi del biasimo per un’indagine che manco si doveva fare, sono sempre più prudenti. Piantedosi: «Sono compiaciuto che la polizia di stato sia in grado di fare chiarezza e di non fare sconti a nessuno, di saper dare la migliore risposta a chiunque metta in dubbio la capacità di poter fare chiarezza anche al proprio interno. Poi noi accetteremo con assoluta serenità quello che emergerà».

E SALVINI, che in un primo momento aveva parlato di un «poliziotto» che «si difende» e di un «balordo» che «muore», adesso ammette che nel suo «sempre dalla parte delle forze dell’ordine» c’è un’eccezione: «se qualcuno sbaglia, va accertato». Torna così un grande classico del dibattito intorno alla malapolizia: la retorica della mela marcia.

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