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Rutte: «In Italia 500 scali verso l’Iran»

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Politica

25/06/2026

da il Manifesto

Michele GambirasiSabato Angieri

Saluti e basi Il segretario della Nato Mark Rutte intervistato da Fox Tv: «Un numero enorme». Il governo italiano si difende: «Solo assistenza logistica». Dalle basi di Sigonella e Aviano fornito supporto fondamentale per l’apparato bellico statunitense

Il Segretario generale della Nato Mark Rutte ha scatenato una tempesta mediatica dichiarando che «500 aerei statunitensi sono decollati dalle basi americane in Italia per supportare l’operazione Epic Fury» contro l’Iran. Il discorso, che partiva dalla «delusione» di Donald Trump per il mancato appoggio dei Paesi europei alla guerra in Medioriente, ha chiamato in causa direttamente il governo di Roma, sottolineando anche che si tratta di «un numero enorme» di voli, dato che «se consideriamo l’intera Europa, si parla di una cifra compresa tra 4.000 e 5.000».

IMMEDIATA la risposta, piccata a dir poco, del ministro della Difesa Guido Crosetto: «Abbiamo operato nel pieno rispetto della Costituzione, dei trattati internazionali, degli indirizzi parlamentari e degli accordi che regolano la presenza e l’utilizzo delle basi alleate sul territorio nazionale, senza autorizzare né consentire attività al di fuori delle previsioni vigenti». Le opposizioni sono subito esplose in un coro di condanna e richiesta di spiegazioni sull’operato del governo.

NEL POMERIGGIO la portavoce della Nato, Allison Hart, ha chiarito che Rutte «ha sottolineato come gli Alleati, tra cui l’Italia, abbiano dato attuazione agli accordi bilaterali esistenti in materia di stazionamento delle forze e sorvoli. Il tipo di sostegno cui ha fatto riferimento riguarda il supporto logistico o tecnico». Parole che sembrano suggerite da Roma per placare le polemiche, ma che al momento non sono bastate.

DEL RESTO la questione è molto più spinosa di come il nostro governo vuole farla apparire. Il trattato bilaterale Usa-Italia risale al 1954 e da allora è sempre rimasto segreto. Nessun governo si è azzardato a spiegare cosa prevede questo accordo e dunque il biasimo non può ricadere solo su Guido Crosetto. Ma la giustificazione «gli aerei partiti dalle basi italiane non vanno a bombardare» è quantomai equivoca, se non apertamente fuorviante. «Abbiamo innumerevoli documenti» ci spiega Antonio Mazzeo, corrispondente di Pagine Esteri ed esperto di Difesa, «che provano che dalle basi di Aviano e Sigonella sono transitati aerei-cisterna per il rifornimento dei bombardieri partiti, ad esempio, dalla Gran Bretagna per bombardare l’Iran. Abbiamo il tracciato di grandi velivoli dell’US Airforce che hanno fatto scalo nelle stesse basi italiane per poi portare rifornimento alle truppe nel Golfo».

Inoltre, a Sigonella sono di stanza i droni Triton (velivolo ultra-tecnologico usato per lo spionaggio e il monitoraggio al suolo) e i pattugliatori P8 Poseidon della marina, specializzati nell’individuazione dei sottomarini e probabilmente usati sullo stretto di Hormuz. «Dopo che con la Rete italiana pace e disarmo abbiamo denunciato questi movimenti, abbiamo notato che a metà marzo due droni Triton sono stati trasferiti nelle basi Usa in Arabia Saudita e in Giordania e uno di questi è anche stato abbattuto dagli iraniani mentre l’altro alla fine è rientrato in Sicilia dov’è tuttora attivo» spiega ancora Mazzeo. Il fatto che la guerra voluta da Trump stesse già diventando molto impopolare rende plausibile l’ipotesi che il governo Meloni volesse sganciarsi in qualche modo.

ANCHE SE la versione della Difesa è plausibile sul piano teorico, alla prova dei fatti i distinguo non reggono. Innanzitutto la definizione di «attività di natura tecnica e logistica, non cinetiche» adottata dal ministero come garanzia del suo operato è poco chiara.

«Interpellate qualsiasi esperto di forze armate e vi dirà la stessa cosa: sono tutte soste cinetiche, ovvero operazioni in movimento: l’atterraggio, il decollo, il rifornimento è un’espressione inventata per sganciarsi dalle operazioni Usa» prosegue Mazzeo. Fonti della Difesa a conoscenza del dossier confermano la difficoltà di circoscrivere in modo stringente la natura «tecnica» di un passaggio aereo: questo può riguardare la manutenzione, il rifornimento o altri tipi di operazioni sia di velivoli che partono da basi europee sia di quelli di ritorno da altri scenari. Senza considerare la possibilità di uno scalo: aggiungendo una tappa intermedia tra l’Italia e il Golfo, come fu la Turchia nel 2003 quando gli Usa portavano la guerra in Iraq. Se gli aerei-cisterna vanno a rifornire i bombardieri su Teheran o i droni sorvolano le basi dei pasdaran per individuare le coordinate da trasmettere all’aviazione per i raid, o ancora si spiano i movimenti delle alte cariche dello stato nemico, in questi casi possiamo considerare che gli aerei che decollano dall’Italia stanno partecipando attivamente alla guerra?

LA RISPOSTA a questa domanda è il punto. Militare, strategico, politico. Inoltre, il modo di fare la guerra è cambiato irrimediabilmente dagli anni ’50 ad oggi. Se gli aerei Usa che sono decollati dalle basi italiane hanno partecipato attivamente a quel complesso sistema di operazioni di intelligence che alla fine porta al lancio di un missile, si può ancora affermare che noi non abbiamo partecipato al conflitto scatenato dal tycoon e da Israele? «Forse è vero – anche se resta da indagare – che gli aerei decollati dalle nostre basi non hanno mai bombardato direttamente, ma senza supporto, rifornimenti in volo, rifornimenti di armi e riparazioni, questa guerra non sarebbe stata possibile» conclude Mazzeo.

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