Sanità pubblica in emergenza: sempre meno infermieri, medici e presìdi territoriali. La prevenzione è sparita, le disuguaglianze crescono
A cinque anni dallo scoppio della pandemia di Covid-19, il sistema sanitario pubblico italiano continua a essere oggetto di tagli, ritardi e scelte politiche che ne minano la tenuta. Attraverso questa serie analizziamo cause, effetti e responsabilità del progressivo smantellamento del Ssn, mettendo in luce le sue gravi conseguenze sociali, economiche e territoriali.
Questo articolo fa parte di un dossier in quattro puntate dedicato alla crisi del Servizio sanitario nazionale (Ssn).
Ecco gli articoli che compongono il dossier:
- Sanità pubblica al collasso: il definanziamento del Ssn e il fallimento delle promesse post-Covid
Una panoramica sullo stato attuale del Ssn e sul definanziamento che lo ha colpito negli ultimi decenni, aggravato dal mancato utilizzo dei fondi del Pnrr. - Sanità pubblica, fondi fermi e letti tagliati: così il Pnrr non cura nessuno
Un focus sul simbolo della crisi pandemica: la drammatica riduzione dei posti letto. Con una denuncia sull’incapacità (o volontà) della politica di spendere i fondi disponibili. - Sanità pubblica allo stremo: mancano medici, infermieri e strutture di prossimità
L’emergenza del personale sanitario e il collasso della medicina di prossimità, con particolare attenzione alle diseguaglianze territoriali e alla scomparsa della prevenzione. - La distruzione del Servizio sanitario nazionale favorisce le multinazionali della sanità privata
L’aumento della spesa sanitaria a carico delle famiglie e lo spostamento verso la sanità privata: un quadro allarmante di come le scelte politiche stiano svuotando il diritto alla salute.
Puoi leggerli nell’ordine che preferisci, oppure partire da qui.
Sanità pubblica e Pnrr: l’occasione mancata per prevenzione e prossimità
Le gravi criticità del Servizio sanitario nazionale avrebbero potuto trovare una parziale soluzione attraverso investimenti mirati nella prevenzione e nel primo accesso alle cure. I fondi del Pnrr rappresentavano un’occasione concreta per rafforzare le strutture territoriali di prossimità e il personale medico e infermieristico, così da evitare, in futuro, situazioni di emergenza estrema come quelle vissute durante la pandemia. Ma in un sistema economico che privilegia la medicalizzazione della società — quella più redditizia per la sanità privata e per le multinazionali del farmaco — i tagli colpiscono soprattutto ciò che produce meno profitto: la prevenzione e i servizi di base.
Secondo il Rapporto Gimbe, nel 2023 la spesa per i “Servizi per la prevenzione delle malattie” si è ridotta di ben 1.933 milioni di euro, pari a un -18,6% rispetto all’anno precedente. Considerando che alla prevenzione viene destinato solo il 6% del finanziamento pubblico, questo calo segnala un ulteriore indebolimento di un settore fondamentale, ma sistematicamente sacrificato. «Tagliare oggi sulla prevenzione avrà un costo altissimo in termini di salute negli anni a venire», avverte Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, sottolineando la miopia di scelte politiche che continuano a privilegiare l’immediato a scapito della salute collettiva.
Emergenza infermieri: stipendi bassi e abbandoni in aumento
La prima emergenza che affrontiamo è quindi quella degli infermieri che abbandonano il Servizio sanitario nazionale. A causa di paghe bassissime a fronte di turni massacranti, i giovani, e dell’abbandono del mestiere per chi va in pensione e non è adeguatamente sostituito. «La vera crisi riguarda il personale infermieristico: nonostante i crescenti bisogni, anche per la riforma dell’assistenza territoriale, il numero di infermieri è largamente insufficiente», dice infatti Cartabellotta. Secondo il Rapporto Gimbe nel 2022 circa 7mila infermieri sui 268mila totali hanno deciso di spostarsi nel privato o all’estero. Il numero di chi si allontana è più che triplicato dal 2016, quando erano stati meno di 2mila a andarsene. E Anaao-Assomed stima ulteriori 2.564 abbandoni nel primo semestre 2023. Perciò nel 2024 gli abbandoni potrebbero essere stati ancora più numerosi.
Contando pensionamenti, decessi e altre cause, dall’albo degli infermieri svaniscono circa 10mila professionisti l’anno, come scrive Andrea Capocci su il manifesto. Con 6,5 infermieri ogni 1.000 abitanti, l’Italia è ben al di sotto della media Ocse (9,8). In Francia ce ne sono 11 ogni mille abitanti, in Germania 13. Inoltre, «nel 2022 i laureati in Scienze Infermieristiche sono stati appena 16,4 per 100.000 abitanti, rispetto ad una media Ocse di 44,9, lasciando l’Italia in coda alla classifica. Prima solo del Lussemburgo e della Colombia». Come nel caso dei posti letto, anche nella disponibilità di infermieri si vedono delle discrasie enormi tra il Nord e il Sud del Paese. Basti pensare che in Campania, Sicilia e Calabria ogni mille abitanti ci sono meno di quattro infermieri nelle strutture pubbliche o convenzionate. Mentre in Liguria e Emilia-Romagna sono sette.
Medici sempre meno e sempre più anziani: il Ssn perde pezzi
Da mesi gli infermieri italiani sono sul terreno di guerra, ma non vengono ascoltati. Serena Sorrentino, segretaria generale della Fp Cgil, ha ricordato a il manifesto l’inadeguatezza delle retribuzioni: «1.470 euro è lo stipendio di un operatore socio sanitario, 1.560 quello di un infermiere». E in tutto questo il governo Meloni, invece di adeguare le retribuzioni, cerca di tappare i buchi cambiando le mansioni degli operatori. E «ha tirato fuori dal cilindro la figura dell’assistente infermiere, istituita per decreto: un ibrido tra l’infermiere vero e proprio (con laurea triennale) e l’operatore socio-sanitario (Oss), ruolo per la quale basta un diploma di scuola superiore». Ma non è finita qui, l’Italia si colloca anche tra i Paesi europei con il più basso rapporto infermieri/medici (1,5 a fronte di una media europea di 2,4). Perché in Italia stanno scomparendo, o scappando verso il privato, anche i medici.
Per quello che riguarda i medici, infatti, l’Italia dispone ancora complessivamente di 420 medici ogni 100.000 abitanti, un dato superiore alla media Ocse che è di 370, ricorda il Rapporto Gimbe. Ma «sta sperimentando il progressivo abbandono del Ssn e carenze selettive: oltre ai medici di famiglia, alcune specialità mediche fondamentali non sono più attrattive per i giovani medici, che disertano varie specializzazioni». Inoltre, ricorda l’Istat, «i nostri medici sono i più anziani d’Europa: nel 2021, il 55,2% dei medici in Italia ha 55 anni e più, a fronte del 44,5% in Francia, 44,1% in Germania e 32,7% in Spagna». Inoltre il numero dei Medici di medicina generale, il primo avamposto quando si punta alla prevenzione, si è ridotto negli ultimi dieci anni di 5.187 unità.
Strutture territoriali assenti: fallimento delle Case di comunità
Non mancano solo infermieri e medici. Mancano anche le strutture territoriali di prossimità, fondamentali per la prevenzione. Come emerge dall’ultimo report dell’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas) «sono meno del 3% – ovvero 46 su 1.717 – le Case di comunità che contare sulla presenza di medici e di infermieri. Queste strutture sono proprio quelle che dovrebbero fare da cerniera tra i cittadini e il sistema assistenziale pubblico». In totale, delle 1400 nuove previste dal Pnrr ne sono state realizzate solo 485. In queste la presenza medica 24/7 è garantita solo in 158, quella infermieristica da mezza giornata in 122. Quelle che garantiscono tutti i servizi previsti sulla carta sono appunto 46, meno del 3% del totale.
Inoltre, l’Agenas ha fotografato anche «lo stato dell’arte degli Ospedali di comunità (Odc) e delle Centrali operative territoriali (Cot), le strutture chiamate a svolgere la funzione di coordinamento della presa in carico della persona e di raccordo tra i servizi socio-sanitari e i professionisti». E anche qui siamo messi malissimo, basti pensare che negli Ospedali di comunità hanno attivato almeno un servizio in 124 sui 568 previsti. Ma tornando alle Case di comunità, come per i posti letti e per medici e infermieri, anche qui si apre il discorso delle differenze Regionali. Le 46 Case di comunità di cui sopra, quelle che dispongono del personale medico e infermieristico e che risultano dotate dei servizi obbligatori, sono infatti presenti solamente in nove regioni su venti.
Un Paese spaccato: sanità a due velocità e famiglie lasciate sole
Come riporta il mensile Vita, le differenze regionali emergono in maniera ancora più drammatica guardando ad altri dati. La presenza del Punto unico di accesso (Pua) è infatti presente solamente in 260 Case di comunità su 485, ma la metà di questi Pua (129) si trova in Lombardia. Oppure i servizi di assistenza domiciliare, che sono assicurati da 313 strutture del Nord, 86 del Centro e solo 15 del Sud. O ancora peggio il partenariato col terzo settore, che è una realtà solo in due Case di comunità del Sud contro le oltre 200 del Nord.
E questa devastazione del concetto di prevenzione (a costi bassissimi) a favore del concetto di cura (a costi assai più alti) apre a un ulteriore problema, di cui ci occupiamo nell’ultimo articolo di questo dossier: l’aumento dei costi sanitari a carico delle famiglie, costrette a muoversi tra le regioni o a passare alla sanità privata.
03/04/2025
da Valori