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Sciagura Netanyahu su Israele da cui scappare

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Politica estera

31/08/2026

da Remocontro

Remocontro

Nel 2025, per il secondo anno di fila, più persone hanno lasciato Israele di quanti siano stati gli immigrati. È un dato straordinario perché Israele è un paese fondato sull’immigrazione/rifugio degli ebrei, nato dopo la Seconda guerra mondiale con l’obiettivo esplicito di accogliere i sopravvissuti alla Shoah e chi scappava dalle persecuzioni in Europa e altrove. Oggi si scappa da «Bibi, Simotic e Ben Gvir»

Più chi scappa di chi arriva

2025, l’anno più recente con dati consolidati, quasi 24mila persone sono immigrate in Israele e più di 69mila sono emigrate. Dati simili sono stati riscontrati per il 2024. La popolazione israeliana continua a crescere di circa l’uno per cento all’anno per l’alta natalità. Nonostante questo, il fatto che più persone se ne vadano da Israele di quante ne arrivino è stato valutato come estremamente preoccupante da molti esperti e dalla politica israeliana: lo è a livello simbolico, per il ruolo che Israele ha sempre avuto agli occhi della comunità ebraica nel mondo, e lo è a livello economico, per via delle categorie di persone più propense ad andarsene. Scappa chi può permetterselo.

Israele rifugio e la terra palestinese

Il progetto nazionale di Israele, fin da prima della sua fondazione, è stato pensato per favorire l’immigrazione di persone ebree da tutto il mondo, e fa parte dell’identità profonda dello stato. Tra il 1948 (anno della fondazione) e il 1960 l’immigrazione ha contribuito al 65 per cento della crescita della popolazione. Nei decenni successivi il dato si è attestato attorno al 20 per cento. Lo stato ha adottato leggi speciali che danno quasi automaticamente la cittadinanza alle persone ebree che si vogliono trasferire in Israele. Per decenni andarsene da Israele era considerato una specie di tradimento del progetto nazionale: negli anni Settanta l’allora primo ministro Yitzhak Rabin definiva gli israeliani che se ne andavano «deboli e lebbrosi morali» (negli anni Novanta poi ritrattò le dichiarazioni, riporta il Post).

Via via cresce l’uscita

Negli ultimi anni il numero di persone che emigrano da Israele ha cominciato a crescere. Il grosso del fenomeno, dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre del 2023 e le numerose  guerre cominciate dal governo di Netanyahu. In realtà le emigrazioni erano cominciate ad aumentare già nei due anni precedenti, 2021 e 2022. Dfficile capire le ragioni dei movimenti di popolazione, ma molti esperti attribuiscono almeno in parte le cause all’instabilità politica di quegli anni, in cui in Israele si sono succeduti molti governi ed è aumentata la polarizzazione. Nel 2023 cominciarono in Israele enormi proteste contro una riforma della giustizia del governo di Netanyahu, che secondo i critici avrebbe danneggiato lo stato di diritto. Israele come un posto in cui la democrazia era sempre più minacciata dal governo di Netanyahu e fascistume nazionalista attorno, ma soprattutto come un posto in cui la loro vita era potenzialmente in pericolo. 

L’antipalestina sul fronte ebraico

Il numero delle persone israeliane uccise e sfollate è tragicamente molto inferiore rispetto a quelle uccise e ferite dall’esercito israeliano nella Striscia di Gaza e negli altri luoghi che Israele ha invaso e bombardato negli ultimi tre anni (tra questi Libano, Siria, Iran, Yemen). Ma la condizione costante di pericolo ha comunque convinto molti israeliani a trasferirsi all’estero. Tendenza sociale ed anche economica pericolosa. Varie ricerche mostrano che le persone più propense ad andarsene sono le più istruite e quelle che fanno mestieri a maggior reddito, come medici e imprenditori. Il rischio è di impoverire settori importanti per l’economia israeliana. Inoltre la perdita di lavoratori ad alto reddito potrebbe impattare sul gettito fiscale: se la tendenza di emigrazione continuerà, secondo uno studio delle autorità fiscali israeliane lo stato potrebbe perdere fino a un miliardo di euro l’anno nei prossimi cinque anni in tasse non riscosse.

Ultraortodossi: fabbriche e guerre della Torah?

Tutto questo avviene in un contesto demografico in cui continua ad aumentare la popolazione ultraortodossa, che partecipa in misura minore al mercato del lavoro (circa la metà dei maschi ultraortodossi non lavora per dedicarsi agli studi religiosi) e si rifiuta di fare il servizio militare obbligatorio per tutti gli israeliani. Il fenomeno dell’emigrazione, di fatto, sta accelerando un processo già in corso da tempo nella società israeliana: si riduce la quota di popolazione secolare e aumenta quella degli ultraortodossi, che attualmente sono circa 1,4 milioni, il 14 per cento del totale.

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