05/10/2026
da Pagine esteri
«Il ballottaggio del 25 ottobre è il momento di mostrare la vera immagine del Brasile di oggi e del Brasile che vogliamo», ha affermato il presidente uscente sconfitto a sorpresa al primo turno.
È rimandato al 25 ottobre l’ultimo match politico dell’ottantenne Lula, ex sindacalista, presidente del Partido de los Trabajadores (PT) e referente del progressismo regionale. In quella data, se la dovrà vedere, al secondo turno, con il rappresentante dell’estrema destra brasiliana, Flavio Bolsonaro, in vantaggio su di lui per 47,14 % dei voti contro il 45,3% del presidente uscente nella competizione elettorale che si è svolta domenica: una differenza tra i due di circa 2 milioni e mezzo di voti. Gli altri candidati minori, esclusi dal secondo turno, tutti di centrodestra, hanno raggiunto insieme circa il 12%. Le schede nulle hanno rappresentato il 2,93%, quelle bianche 1,84%. E saranno determinanti per le alleanze dell’estrema destra al secondo turno.
L’affluenza è stata del 79%, in linea con le ultime elezioni. In Brasile, il voto è obbligatorio, anche se la sanzione economica diretta è praticamente simbolica, solitamente intorno ai 3,51 reais per turno elettorale (meno di un euro). Tuttavia, più che il costo della multa, la vera punizione è rappresentata dalle restrizioni burocratiche e civili che scattano per chi non regolarizza la propria posizione con la giustizia elettorale. Chi salta il voto (e non presenta giustificazione o non paga la multa) va incontro a blocchi pesanti, tra cui l’impossibilità di ottenere o rinnovare il passaporto o la carta d’identità in alcune procedure, il divieto di partecipare a concorsi pubblici o di assumere incarichi nello Stato, problemi nell’iscrizione a università pubbliche o nell’ottenimento di prestiti e finanziamenti da banche statali.
Vittoria dinastica per il clan Bolsonaro. Oltre a Flavio, figlio dell’ex presidente golpista Jair – che per aver tentato di sovvertire le istituzioni alla fine del 2022, sta scontando 27 anni e tre mesi di carcere -, altri quattro membri della famiglia hanno vinto nelle elezioni legislative: la moglie dell’ex presidente, Michelle, Carlos figlio di Jair (e fratello di Flávio), Jair Renan, Figlio minore di Jair, e Renato Bolsonaro, fratello di Jair (quindi zio di Flávio) .

Michelle Bolsonaro si è assicurata il seggio al Senato in rappresentanza del Distretto Federale di Brasilia con il 29% dei voti. Sempre al Senato è stato eletto Carlos Bolsonaro, che ha vinto con il 25% dei voti nello stato di Santa Catarina, uno dei grandi bastioni del bolsonarismo. Eletto anche Renato Bolsonaro, che ha ottenuto un seggio come deputato di San Paolo, mentre Jair Renan, consigliere comunale a Balneário Camboriú dal 2024, rappresenterà Santa Catarina, anch’egli alla Camera dei Deputati.
Non ce l’hanno fatta Rogéria Bolsonaro, l’ex moglie di Jair e madre di Flavio, che si era candidata per un seggio alla Camera dei Deputati dello stato di Rio de Janeiro e Marcelo, cugino di Jair, candidato all’assemblea di Rio. Candidata alla stessa assemblea Valéria, moglie di un cugino di secondo grado, deve aspettare il calcolo dei resti per sapere se sarà eletta o meno.
Flávio Bolsonaro ha stravinto nei seggi allestiti in Israele, raccogliendo circa il 74% dei voti. Questo trend di forte radicamento della destra israeliana e della diaspora presente nello Stato ebraico a favore del bolsonarismo non è una novità: già nelle presidenziali del 2022 Jair Bolsonaro aveva vinto nettamente in Israele (attorno al 46% dei voti validi), riflettendo la sintonia politica stretta tra il governo israeliano di quel periodo e la linea ultraconservatrice, filo-atlantica e filo-israeliana della destra brasiliana (simboleggiata anche dall’uso frequente della bandiera di Israele nei raduni bolsonaristi).
Il dato di Israele fa spesso da contraltare ad altre piazze estere della diaspora — come avviene ad esempio a Ramallah, in Palestina, dove al contrario Lula e le forze progressiste ottengono storicamente percentuali bulgare (superiori al 90%). Anche questa volta, Lula ha vinto con il 93%, 09% dei voti, mentre Bolsonaro ha ottenuto il 3,97%, su 2.135 aventi diritto di cui 1.202 si sono recati alle urne.
Simili tendenze si sono riflesse altrove: per esempio, il candidato del PT ha raggiunto il 65,7% nei seggi istallati a Pechino, Shanghai e Guangzhou, mentre Flávio Bolsonaro ha ottenuto il 24,0%. Lula si è imposto anche in Oceania, ottenendo 234 voti contro i 64 del candidato del PL in Nuova Zelanda.
Il 4 ottobre, oltre alla presidenza della Repubblica, i cittadini sono stati chiamati a rinnovare una fetta massiccia del potere legislativo federale e statale. Sulla tastiera dell’urna elettronica si è votato anche per eleggere i governatori e i vicegovernatori statali (per tutti i 26 Stati federati e per il Distretto Federale di Brasilia, con eventuale ballottaggio), oltre che per rinnovare i seggi del Senato federale (composto da 81 membri, rinnovati per quote in cicli alternati) e l’intera Camera dei Deputati (513 seggi), insieme ai deputati statali e distrettuali.
Un assetto che ha reso la tornata elettorale un vero e proprio test di forza ramificato in tutto il subcontinente, dove gli equilibri di potere tra le forze progressiste (come il PT) e l’opposizione di destra/estrema destra si giocano pesantemente anche a livello di singoli Stati e di composizione del Congresso.
Dopo questo primo turno, il Partito Liberale (PL), principale forza del campo bolsonarista, si avvia a essere protagonista del rinnovato Senato brasiliano. La formazione è in testa in 20 dei 54 seggi in palio, davanti al Movimento Democratico Brasiliano (MDB), con sette, e al Partito dei Lavoratori (PT) del presidente Luiz Inácio Lula da Silva, con sei. I risultati dovranno essere sommati a quelli dei 27 senatori eletti nel 2022, il cui mandato prosegue fino al 2031.
Tra questi, otto appartengono al PL, cinque a União Brasil, quattro al PT, tre al Partito Progressista (PP), due ciascuno al Partito Socialdemocratico (PSD) e ai Repubblicani, completati da un senatore del Partito Socialista Brasiliano (PSB), uno dell’MDB e uno del Partito Sociale Cristiano (PSC). Con 28 senatori, il Partito Liberale (PL) di Jair Bolsonaro si affermerebbe come il gruppo più numeroso della Camera alta.
Il nuovo equilibrio parlamentare sarà determinante per i rapporti di forza tra governo e opposizione nella prossima legislatura, rafforzando la posizione del campo conservatore nelle battaglie politiche e istituzionali, comprese quelle relative alle richieste di impeachment dei giudici della Corte suprema, al centro di scandali di corruzione.
A fronte dell’arrogante machismo dell’estrema destra e della forte avanzata del clan Bolsonaro, esiste un’altra parte consistente della società brasiliana che si oppone radicalmente a questo progetto di regressione civile e sociale. Nelle urne, questa resistenza ha assunto volti netti, radicati nei movimenti territoriali, nel femminismo intersezionale e nella lotta per i diritti LGBTQI+.
Il Movimento de Trabaladores Rurales Sin Tierra (MST) ha eletto otto rappresentanti per il potere legislativo nelle elezioni, tra cui quattro deputati federali e quattro deputati statali, tutti tra le file del PT in diverse regioni del paese. Per la Camera dei Deputati sono stati scelti Valmir Assunção (BA), Rosa Amorim (PE), Marcon (RS) e João Daniel (SE), tutti con una solida storia di attivismo e difesa della riforma agraria. Rosa Amorim, in particolare, già deputata statale a Pernambuco, è la prima donna sem terra a sbarcare alla Camera dei Deputati. Nata nell’insediamento di Normandía a Caruaru, ha iniziato il suo attivismo da bambina ed è stata esponente del Levante Popular da Juventude e direttrice culturale dell’Unione Nazionale degli Studenti (UNE).
Nelle assemblee legislative statali, il MST ha riconfermato Adão Pretto Filho (RS), Marina do MST (RJ) e Missias (CE), mentre Camilo Daniel (SE) occuperà per la prima volta un seggio nell’Assemblea Legislativa di Sergipe.
Sul fronte dei diritti civili e della rappresentanza arcobaleno e femminista, le urne hanno registrato risultati storici e al contempo segnali di profonda tensione democratica. A San Paolo, Erika Hilton (PSOL) è stata rieletta con quasi 1,6 milioni di voti, diventando la donna più votata nella storia della Camera dei Rappresentanti e superando ogni precedente record nazionale. In un discorso dopo i risultati, Hilton ha rimarcato la portata della sua elezione per le persone transgender e travestis, ricordando che il Brasile resta tragicamente il paese al mondo che più uccide donne come loro, definendo la vittoria un traguardo collettivo.
La deputata è stata tuttavia costretta a denunciare una grave minaccia di morte ricevuta via email la mattina stessa del voto, accompagnata da insulti transfobici e dettagli sulla sua residenza privata, un episodio che ha definito come l’ennesima provocazione di chi non tollera il loro successo. Hilton ha inoltre celebrato l’elezione di Sofia Favero all’Assemblea Legislativa di San Paolo (Alesp), una candidatura da lei sostenuta e costruita senza i classici padrini politici.
Sempre in prima linea, il deputato distrettuale Fábio Félix (PSOL) ha fatto il grande salto alla Camera dei Deputati, risultando il candidato più votato in assoluto nel Distretto Federale con ben 223.000 voti (quasi il doppio del secondo classificato). Assistente sociale, professore e primo uomo apertamente gay eletto nella camera legislativa della capitale,
Félix ha presieduto la Commissione Diritti Umani e si è distinto come relatore nella commissione d’inchiesta sul femminicidio e nella CPI sugli atti antidemocratici dell’8 gennaio, chiedendo la condanna dei collaboratori di Bolsonaro coinvolti nel complotto golpista. Félix si è inoltre legato al nuovo Gruppo della Sinistra Radicale, nato per coordinare le lotte sociali e parlamentari contro il carovita e per blindare legislativamente i diritti civili conquistati al Supremo Tribunale Federale.
Nonostante la mobilitazione di queste importanti avanguardie sociali, il voto ha evidenziato i limiti strutturali delle politiche messe in campo fin qui dal terzo mandato di Lula. Buona parte dell’insoddisfazione popolare e della tenuta della destra risiede proprio nei cambiamenti strutturali mancati da parte dell’esecutivo, che non ha inciso a fondo sulle disuguaglianze sistemiche né sul costo della vita, penalizzato da percezioni negative sul potere d’acquisto e dalle preoccupazioni per la sicurezza pubblica.
Per recuperare il terreno perduto e disinnescare la narrazione reazionaria -dicono i rappresentanti delle forze di alternativa -, il progressismo brasiliano non può limitarsi alla sola difesa dell’esistente, ma deve rimettere al centro un’agenda di profonde riforme strutturali. Tra le urgenze non più eludibili figurano la riduzione dell’orario lavorativo — una battaglia centrale per dare sollievo alla classe lavoratrice —, il controllo deciso sui prezzi dei beni essenziali e degli affitti, e un deciso rafforzamento dei servizi pubblici fondamentali come il Sistema Único de Saúde (SUS) e l’istruzione a tempo pieno, per sottrarre terreno all’egemonia economica e culturale delle destre.
Nel suo primo discorso pronunciato dopo i risultati, Lula ha affermato che la campagna entra in una nuova fase e ha difeso la continuità del suo progetto. Ha ammesso che avrebbe voluto vincere al primo turno, ma ha difeso la continuità delle politiche del suo governo e ha criticato duramente il passato familiare del suo avversario, flagrantemente al centro di scandali morali e finanziari. «Il ballottaggio è il momento di mostrare la vera immagine del Brasile di oggi e del Brasile che vogliamo», ha affermato Lula. Secondo lui, la sfida a due permetterà di presentare in modo più chiaro le differenze tra le rispettive proposte per il Paese.
Il presidente uscente ha sottolineato che la campagna si concentrerà sul continuare a investire in istruzione, scienza, tecnologia e sviluppo industriale. E ha perorato l’ampliamento della scolarizzazione a tempo pieno, il rafforzamento delle università e degli istituti federali e l’espansione della capacità produttiva nazionale. «Continueremo a investire nell’università, continueremo a investire nella tecnologia, continueremo a investire nella didattica dell’Istituto Federale», ha dichiarato. Tra le priorità menzionate figurano l’esplorazione delle terre rare e dei minerali critici, le nuove scoperte petrolifere di Petrobras e il rafforzamento dell’industria brasiliana. Lula ha inoltre invocato investimenti nel settore sanitario, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza dall’estero e aumentare la produzione nazionale di medicinali essenziali.
In ambito sociale, il candidato del Partito dei Lavoratori ha promesso di rafforzare il Sistema Unico di Salute (SUS), il programma delle Farmacie Popolari e le politiche di inclusione. Sul fronte economico, ha difeso la responsabilità fiscale, sostenendo però che il pareggio dei conti pubblici non debba avvenire a scapito delle condizioni di vita della popolazione. Il presidente ha anche deplorato i risultati del settore progressista a San Paolo, dove Simone Tebet, Marina Silva e Fernando Haddad non sono stati eletti rispettivamente senatori o governatori. «È lo Stato – ha detto – a uscirne perdente». Quindi, ha concluso la sua dichiarazione con un messaggio di fiducia per la seconda fase della contesa: «Vinceremo queste elezioni», ha affermato.
La polarizzazione che oppone Lula al clan Bolsonaro non si esaurisce nei confini interni del Brasile, ma delinea due progetti antagonisti radicalmente opposti che si ripercuotono con forza sull’intero subcontinente latinoamericano e sullo scenario geopolitico globale, a cominciare dal rapporto con gli Stati Uniti di Donald Trump.
Come sottolineato dal filosofo Vladimir Safatle, il Brasile si trova di fronte a “un lavoro politico colossale” che determinerà il volto del paese per i prossimi dieci o quindici anni. Se la destra radicale di stampo bolsonarista dovesse trionfare, non si tratterebbe di un normale avvicendamento di quattro anni, bensì di un salto di qualità del fascismo continentale che — sulla scia della spinta globale impressa dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca — agirebbe con molta più forza distruttiva e consapevolezza dei propri bersagli, avendo ormai smantellato i freni inibitori istituzionali che in passato avevano parzialmente contenuto le derive golpiste.
La vittoria di Flávio Bolsonaro rappresenterebbe un tassello decisivo per la strategia estera di Washington in America Latina. Da quando Trump è tornato alla presidenza, nessun candidato di sinistra ha vinto elezioni presidenziali nella regione. Washington punta a ottenere in Brasile la sponda decisiva per imporre la propria dottrina unipolare, contenere l’influenza della Cina e minare i progetti di integrazione regionale e multilaterale, a partire dalla tenuta stessa dei BRICS, che un governo bolsonarista rischierebbe di indebolire o boicottare dall’interno, magari uscendo dall’alleanza, di cui è uno dei 5 membri fondatori.
Di fronte a questa tenaglia, la sinistra democratica e radicale internazionale guarda all’esperienza brasiliana come a uno scontro campale. Come mostrano anche le recenti affermazioni delle sinistre alternative in contesti urbani globali — dalle battaglie per il congelamento degli affitti portate avanti da Zohran Mamdani a New York alle vittorie di Die Linke a Berlino —, l’unica via d’uscita per arginare l’estrema destra non è la moderazione subalterna, ma la capacità di occupare lo spazio politico “chiamando le cose con il loro nome”, radicandosi nei bisogni materiali delle classi subalterne e contrapponendo un progetto di radicale giustizia sociale al populismo autoritario e regressivo del bolsonarismo.

