06/05/2026
da Remocontro
Tattiche che si confondono con le strategie e interessi chiaramente divergenti. Tra Washington e Tel Aviv è crisi di “punti di vista”, su come uscire dal macello geopolitico provocato dalla loro avventura nel Golfo Persico. E mentre si continua a giustificare l’intervento con il rischio nucleare, l’Intelligence americana spiffera i contorni dell’imbroglio.
Si è fatto un buco nell’acqua
In Israele sono furibondi e chiedono conto e ragione a Netanyahu dello sproposito diplomatico, rappresentato dal rinnovato (e questa volta proditorio) attacco all’Iran. Come riporta il quotidiano “liberal” di Tel Aviv, Haaretz, i vertici delle Forze di Difesa dello Stato ebraico hanno rotto il silenzio (dietro le quinte) per dire che finora questa guerra è stata un vero buco nell’acqua. Lasciamo perdere i successi “tattici”, ottenuti bombardando una nazione praticamente senza copertura antiaerea ma, dicono gli “esperti”, i risultati che ci si attendeva di conseguire nel lungo periodo (l’obiettivo “strategico”) appaiono irrealistici. Peggio. Nonostante l’immane sforzo militare (ma soprattutto politico ed economico) profuso, l’Iran resta con la stessa carica di potenziale minaccia nucleare avuta prima dell’attacco. Insomma, dicono sconsolati gli analisti israeliani, avere scatenato un’enorme potenza di fuoco contro gli ayatollah, finora non è servito a niente, perché il problema principale resta irrisolto: in meno di un anno Teheran può fabbricarsi le sue bombe atomiche, sfruttando i 440 kg. di uranio arricchito al 60% che già possiede. È esattamente quello che poteva fare anche prima che Trump e Netanyahu decidessero di sfogare le loro foie belliche. Dunque, ci si chiede, a cosa è servito mettere in moto un’armata, la quale più che riuscire a far rivoltare l’Iran è invece stata capace di mettere sottosopra il pianeta?
Piani sviluppati a casaccio
Chi mastica problemi di programmazione strategica, specie durante questi grami tempi di caos internazionale, sa benissimo che lo sviluppo di piani di medio-lungo periodo è un’impresa pressoché impossibile. Dalla geopolitica all’economia o, per essere più precisi, ai mercati finanziari, elaborare modelli predittivi affidabili è un’impresa. Figurarsi, poi, quando decisioni esiziali vengono prese seguendo logiche altamente incoerenti, come nel caso degli Stati Uniti contemporanei. Comunque sia, l’attuale guerra nel Golfo Persico è un caso-scuola, di come saranno le crisi internazionali da ora in poi. Basta vedere ciò che scrive Haaretz, nel descrivere la sorpresa dei pur sperimentati analisti israeliani. «Alti funzionari della Difesa a Tel Aviv – sostiene il giornale – hanno dichiarato che l’ultima guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran sarà considerata un fallimento a meno che Israele non riesca a ottenere lo smantellamento del programma nucleare iraniano e la rimozione dell’uranio arricchito. Secondo i funzionari, se la guerra si concludesse con un regime stabile a Teheran e il suo programma nucleare intatto, ciò metterebbe in discussione tutti i successi della campagna. Nel frattempo, i funzionari militari hanno affermato che, nonostante i lunghi preparativi dell’aeronautica israeliana per combattere l’Iran – che ne hanno costituito il principale fronte operativo – le azioni preparatorie non erano commisurate alla portata della sfida. I funzionari – aggiunge Haaretz – hanno affermato che, nonostante i successi operativi, tra cui l’eliminazione di alti funzionari iraniani e gli attacchi alle industrie della difesa, i piani per rovesciare il regime sono stati rapidamente abbandonati dopo aver compreso che gli attacchi contro l’apparato repressivo del regime non stavano raggiungendo il loro obiettivo e non stavano spingendo le masse in piazza».
La “sorpresa” americana
Inutile ripeterlo, perché se ne sono accorti tutti: l’attacco israelo-americano non sembra avere avuto uno sviluppo lineare, coerente con le premesse diplomatiche che lo giustificavano. In sostanza, si è partiti dalle rivendicazioni sullo sviluppo del programma nucleare iraniano, per poi allargarsi a molti altri settori, a cominciare dalla missilistica. Che, probabilmente, per Netanyahu avevano un’urgenza strategica perfino superiore a quella rappresentata dai siti di arricchimento dell’uranio. Non solo, ma per gran parte della storia, almeno all’inizio, la narrativa degli attaccanti ha battuto molto sul tasto del “cambiamento di regime”. In definitiva, l’emergenza nucleare degli ayatollah è andata progressivamente sfocandosi. E i risultati sono venuti di conseguenza. Eric Brewer, ex analista senior dell’Intelligence statunitense responsabile del “Dossier Iran”, ha detto che i recenti attacchi americani non hanno dato priorità a obiettivi nucleari. «Per quanto ne sappiamo – ha sostenuto il funzionario – l’Iran possiede ancora tutto il suo materiale nucleare. Questo materiale si trova probabilmente in siti sotterranei molto profondi, inaccessibili alle munizioni statunitensi. -Nelle ultime settimane – avverte Haaretz – i funzionari statunitensi hanno preso in considerazione operazioni pericolose, che ostacolerebbero significativamente il programma nucleare iraniano. Tra queste opzioni figurano incursioni terrestri per recuperare l’uranio altamente arricchito che si ritiene sia immagazzinato nel complesso di tunnel del sito di Isfahan».
- «Secondo tre fonti a conoscenza della questione – sentenzia in conclusione Haaretz – le valutazioni dell’Intelligence statunitense indicano che il tempo necessario all’Iran per costruire un’arma nucleare non è cambiato rispetto all’estate scorsa, quando gli analisti stimavano che un attacco congiunto tra Stati Uniti e Israele avrebbe posticipato i tempi fino a un anno. Le valutazioni sul programma nucleare di Teheran rimangono sostanzialmente invariate anche dopo due mesi di guerra». Appunto, un buco nell’acqua

