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Se anche l’America inizia a vivere l’allarme petrolio?

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Politica estera

09/06/2026

da Remocontro

Ennio Remondino

Le notizie che quasi ti scappano da sotto gli occhi: stock petroliferi americani ai minimi dal 2004. Ed ecco che il terno Usa-Iran-Israele fa ancora più paura di prima. Dietro la cautela di Trump anche l’allarme sul petrolio? Una guerra che ha superato i cento giorni ed è bloccata solo da un fragile cessate il fuoco. Mentre la ’Terza guerra del Golfo’, che doveva essere fulminea e vincente, sta generando guai planetari di portata imprevista sul sistema economico globale. Compreso –sorpresa sorpresa-, il crollo delle riserve strategiche di petrolio americane.

Scorte di petrolio Usa ai minimi dal 2004

Il Financial Times ha riferito che le scorte statunitensi di petrolio e raffinati a inizio giugno erano a 1,57 miliardi di barili, il minimo dal 2004. Washington, sostanzialmente, in questa fase sta supplendo al ruolo che tradizionalmente altri Paesi, come l’Arabia Saudita, hanno mantenuto nel mercato mondiale dell’oro nero per decenni. “The Kobeissi Letter” li definisce “prestatori di ultima istanza” chiamati a colmare, in virtù del loro ruolo di primi produttori e primi consumatori al mondo, lo shock di offerta legato al blocco dello Stretto di Hormuz, al danneggiamento degli impianti mediorientali, allo sfilacciamento delle catene del valore. Ma tutto ciò ha un costo.

Trump e Netanyahu sempre meno amici

Trump ha una priorità completamente diversa da Netanyahu: i due discussi personaggi, attesi a voti decisivi per il loro futuro politico in autunno (elezioni politiche in Israele, Midterm negli Usa) dovranno fare i conti con le conseguenze della guerra all’Iran lanciata con troppi errori.. Netanyahu scommette sul rilancio della stagione bellica come via per alzare la posta contro l’Iran e ottenere risultati decisivi che per ora non sono arrivati, mentre Trump rischia invece l’eccesso di guerra per giunta irrisolta se non addirittura perdente rispetto al voto che lo elesse nel 2024. Eletto sull’onda lunga della stanchezza da inflazione e carovita emersa nella popolazione Usa nell’era di Joe Biden, rileva Andrea Muratore, ora è a sua volta sotto pressione sullo stesso fronte.

Guerra ed energia sull’inflazione

Financial Times: “la scorsa settimana il prezzo medio della benzina negli Stati Uniti a 4,44 dollari al gallone, aumento di circa il 50% rispetto al periodo prebellico. Trump prevede un forte calo dei prezzi al termine della guerra”, ma intanto i rincari esistono e l’inflazione sale: 3,3% a marzo e 3,84% a aprile, mentre la Federal Reserve del neo-governatore Kevin Warsh è data potenzialmente chiamata a un rialzo dei tassi entro la fine dell’anno. Il maggior driver della crescita dell’inflazione, chiaramente, è proprio l’elemento energetico. Il calo delle riserve strategiche di prodotti petroliferi unito ai rincari dei beni di consumo, inflazione la sfida rischiosa per degli Stati Uniti non in splendida salute.

Guai seri in vista per Trump

Un’inflazione troppo alta riduce il potere d’acquisto e influenza direttamente il consenso politico. Allo stesso tempo, ridurla troppo rapidamente, ad esempio aumentando i tassi di interesse, rischia di rallentare l’economia e aumentare la disoccupazione. Peggio: nella realtà l’impatto sui cittadini dipende molto da quanta ricchezza finanziaria si possiede. Secondo i dati riportati dall’Università del Michigan, circa il 55% dei consumatori senza investimenti in Borsa indica l’aumento dei prezzi come principale causa del peggioramento della propria situazione economica, il valore più alto degli ultimi dieci anni. Al contrario, tra chi possiede azioni, fondi o altri strumenti legati ai mercati, solo circa il 40% percepisce l’inflazione come un problema centrale.

Esaltazione delle diseguaglianze

I costi che sono cresciuti di più sono quelli di beni e servizi essenziali, come sanità (+281%), università (+196%), asili e assistenza all’infanzia (+158%) e casa (+111%), spese che incidono molto sul bilancio delle famiglie meno abbienti, mentre altri beni come elettronica, software, telefoni e televisori sono diventati molto più economici nel tempo, ma questi prodotti hanno un peso minore nei consumi dei più poveri e più presenti nei consumi dei più ricchi. Anche i salari sono aumentati (+131%), ma meno di molti servizi fondamentali. I lavoratori americani (anche loro), stanno quindi vivendo una crescente perdita di potere d’acquisto e per la prima volta l’inflazione ha superato la crescita dei salari. Le persone, in termini reali, guadagnano meno di un anno fa. I dati di questo genere per l’Italia sembrano Segreto di Stato.

Regno Unito sempre meno ‘volenteroso’

Veloce girò geoeconomico d’Europa. L’altro ‘grande malato atlantico’. Il Governo di Keir Starmer ha concesso le licenze commerciali per l’importazione di gasolio e carburante aereo di origine russa, purché siano raffinati in Paesi terzi, al fine di disinnescare la spirale inflazionistica che rischia prosciugare il portafoglio dei consumatori britannici. Realpolitik contro cui i più strenui paladini della causa ucraina puntano il dito in quanto si tradurrebbe in un alleggerimento sanzionatorio. I prezzi del greggio sono saliti di oltre il 55%. Problema principale le forniture di carburante aereo, di cui il 65% arrivava attraverso il Golfo Persico. Altro tasto dolente è l’importazione di diesel, petrolio da lavorare che transitava da Hormuz e da più di due mesi gli automobilisti stiano spendendo fior di quattrini alla pompa.

Tornando in America, quesito per il brutto personaggio

  • Il problema serio per l’amministrazione Trump in vista delle elezioni del prossimo autunno, l’unica vera domanda da porci con sempre più serietà: «riuscirà The Donald a “distrarre” efficacemente gli americani dal fastidioso aumento dei prezzi e a “salvare” parte dei seggi dei repubblicani al Congresso?».
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