18/05/2026
da Remocontro
«Dalle macerie del capitalismo distrutto, sta emergendo il nuovo borghese, il nuovo commerciante e il nuovo industriale, primitivo come agli esordi del capitalismo». Massimo Nava sul Corriere non fa sconti: ‘Se l’America diventa la Russia’.
Il nuovo borghese russo
«Se volete farvi un’idea del nuovo borghese russo, dovete pensare più o meno ai nostri profittatori del periodo dell’inflazione, mezzo pirata, mezzo mercante. Ormai la nuova borghesia possiede tutte le istituzioni dello Stato… va nella hall del grande albergo e la palma dell’appetito getta la sua ombra su cinquanta costosissimi liquori…».
Giornalista chiaroveggente
Straordinario giornalista narratore, ma in questo caso anche lucido chiaroveggente, lo scrittore austriaco Joseph Roth, nell’estate del 1926, compì un lungo viaggio nella Russia della rivoluzione bolscevica. Inviò straordinari reportage alla Frankfurter Zeitung in cui descrisse con dovizia di particolari e analisi la società russa, ammettendo infine con grande onestà intellettuale di essersi sbagliato sulle prospettive della rivoluzione e dell’applicazione leninista del marxismo. Lui che si era firmato «Roth il Rosso», giorno dopo giorno, maturò i suoi dubbi e finì per raccontare un Paese molto diverso da quanto si aspettavano (e in parte ammiravano) molti intellettuali e politici europei.
La delusione del socialismo russo
Al di là della sua delusione in relazione al «modello rivoluzionario», la lungimiranza di Roth sta nel raccontare – esattamente cento anni prima – un Paese che tanto assomiglia alla Russia di oggi. Fatte le debite proporzioni, pagina dopo pagina, leggiamo infatti ritratti di figure borghesi che ricordano gli oligarchi senza scrupoli usciti dal crollo dell’Urss di Eltsin e Gorbaciov, l’esatto contrario di quella «distruzione della civiltà materiale» teorizzata dal bolscevismo: scrive Roth che «questa idea che dovrebbe liberare il proletariato e creare un’umanità senza classi, là dove viene applicata per la prima volta fa di tutti gli uomini dei piccolo-borghesi».
Borghesi-bolscevichi
«Ed è una delle ironie nate da questa rivoluzione, il fatto che gli unici bolscevichi in senso stretto siano commercianti borghesi… Le mogli dei nuovi ricchi sono inclini a esagerare, con scarso buon gusto e scarsi risultati, ogni novità della moda occidentale… Parlano di nuovi profumi e nuove mode, vorrebbero imparare il charleston… In generale, la donna russa sta cambiando, si industrializza, si civilizza, si americanizza… impara l’indipendenza e la parità di diritti, il fox trot e il charleston…».
‘Roth il rosso’
Joseph Roth (1894-1939) a Parigi nel 1925. Già allora, Roth notava ciò che appare clamorosamente evidente nella società russa di oggi: una sotterranea e persino inconscia «voglia di America» sotto la cappa della burocrazia centralizzata, dei controlli di polizia, della spersonalizzazione culturale che pretendeva di creare l’uomo nuovo. Scrive ancora Roth: «Le strade più antiche delle città russe sembrano quelle di un Paese di nuova fondazione, come le giovani città coloniali dell’Ovest americano, quell’atmosfera di ebbrezza e nascita incessante, di gente senza patria che va a caccia di fortuna… Molte cose sono nuovissime, è roba con in fronte il marchio dell’America… La strada dell’Oriente sonnolento si affretta verso l’Occidente più occidentale, dal mendicante alla pubblicità luminosa, dal, dal mendicante alla pubblicità luminosa, dal vetturino allo chauffeur… Ancora una piccola svolta e questa strada porterà direttamente a New York».
L’America del sogno peccaminoso
E ancora: «Qui si disprezza l’America, il grande capitalismo senz’anima, il Paese in cui l’oro è Dio. Ma si ammira l’America, cioè il progresso, il ferro da stiro elettrico… E la conseguenza diretta di questa aspirazione è un inconscio adeguamento all’America spirituale. E cioè al vuoto spirituale!».
100 anni dopo la Russia attuale
Rileggendo queste pagine, vengono spontanei i paragoni con l’attualità della Russia di oggi, con le arroganti ricchezze mescolate nella gigantesca bellezza degli hotel di Mosca e Pietroburgo e con i circoli del potere che si mantengono nelle alchimie del Cremlino. Ma ripensando alle somiglianze profetizzate da Roth, vengono spontanei anche i riferimenti all’America di oggi, in preda alla rivoluzione/involuzione trumpista. Ed è spontaneo chiedersi che cosa stia diventando, o sia già diventata, la democrazia americana e, in buona sostanza, il sogno americano, ovvero la felice combinazione di libertà economiche e di libertà civili, di diritto al successo e alla ricchezza e di contrappesi istituzionali, il «sistema» raccontato da Tocqueville e costruito da George Washington in poi.
Con Trump la deriva del sistema
Sotto la presidenza Trump assistiamo alla deriva del sistema in tanti ambiti della vita economica, civile e culturale. Una deriva che colpisce la libera stampa, martella le istituzioni, pretende di condizionare la giustizia, stravolge la forma stessa del capitalismo liberale in circoli finanziari speculativi che prosperano in proporzione alla loro vicinanza alla Casa Bianca.
Dagli Usa il contagio occidentale
Quanto avviene negli Usa rischia di essere esportato nel resto del mondo libero. Si determina un circolo vizioso. Più l’autorità s’impone, più è giudicata efficace. Più è efficace, più si arroga il diritto di decidere da sola in nome dell’urgenza (l’immigrazione, la criminalità, la guerra) o secondo misura di un traguardo ideologico superiore, come il primato della patria e la grandezza dell’America. Sono tempi strani, scriverebbe Roth. Un autoritarismo che potremmo considerare più educato, in quanto non manda la polizia a casa dei giornalisti, non ha più confini ideologici, è diventato un modo di governare, una matrice comune, un software installato nelle menti dei governanti.
Prepotenza barbara
«Abbiamo un presidente che se la prende con chiunque non sia d’accordo con lui. Non importa se si tratta di un altro capo di Stato, di un giudice, di un giornalista, di un comico o… del Papa», ha detto l’ex ambasciatrice americana all’Onu Susan Rice nell’intervista data al Corriere.
E le regole assurde portano alla guerra
Come ha spiegato il politologo Yuval Noah Harari, una decisione presa a Pechino, Mosca, Washington o Bruxelles – nel chiuso di una «stanza» indifferentemente autoritaria o democratica – può sconvolgere l’economia mondiale, scatenare un conflitto o soffocare una libertà dall’altra parte del globo. «Quando le regole internazionali diventano prive di significato, i Paesi cercano naturalmente sicurezza negli armamenti e nelle alleanze militari. Purtroppo, l’aumento dei bilanci militari va a scapito dei membri più deboli della società, poiché il denaro viene dirottato da scuole e cliniche a carri armati e missili. Le alleanze militari, inoltre, tendono ad ampliare le disuguaglianze. Gli Stati deboli lasciati fuori dal loro scudo protettivo diventano facili prede».
‘Volga Volga Tatiana Popovna’
- Circolano molte analisi sul dialogo mai davvero interrotto fra Donald Trump e Vladimir Putin, peraltro alle spalle e sulla pelle dell’Ucraina. E anche qualche teoria complottistica su presunti affari in comune. «Quante preziose materie prime giacciono qui inutilizzate, pensi se tutto questo si trovasse nel mondo civile», dice il viaggiatore americano che incontra Roth sulle rive del Volga. La lungimiranza di Roth non arrivò a descrivere l’inimmaginabile: che fosse l’America a diventare un giorno come la Russia.

