02/05/2026
da Remocontro
I governanti americani vivono in piena ‘dissonanza cognitiva’. Nella guerra all’Iran si sono fabbricati una bolla, dove agiscono rovinosamente staccati dalla realtà che li circonda. Eppure, se non si ferma questo gioco al massacro, tutti noi pagheremo costi esorbitanti. E il carrello della spesa potrebbe ‘deragliare’.
Un conflitto che logora tutti
Quando Teheran Times sbatte in prima pagina le dettagliate (e catastrofiche) analisi predittive delle società specializzate come ‘Kpler’, non fa altro che cercare di dimostrare la validità della sua scelta strategica. Per gli ayatollah, la guerra deve provocare danni collaterali devastanti per tutti. Una guerra logorante, che colpisca inesorabilmente le catene di approvvigionamento produttivo, è ciò di cui ha bisogno il regime iraniano per sfiancare Trump (e l’America). O, almeno, questo è ciò che si pensa nei palazzi del potere persiano, dove attualmente gli ‘intransigenti’ dettano legge. Paradossalmente, poi, dal punto di vista dell’immagine internazionale, il ‘doppio blocco’ dello Stretto di Hormuz imposto dalla Casa Bianca può addirittura alleggerire la posizione degli ayatollah. Infatti, Trump, anziché garantire la riapertura del “collo di bottiglia”, indispensabile per l’import-export di energia con il resto del pianeta, si preoccupa addirittura di tapparlo in maniera ermetica. E i contraccolpi negativi non ricadono solo sui mercati del greggio e del gas naturale liquido, ma anche su tutti quei derivati di sintesi che costituiscono materia prima indispensabile per l’agricoltura. Parliamo dei fertilizzanti, un prodotto largamente commercializzato nella regione, che costituisce l’elemento-principe per aumentare le rese per ettaro delle grandi colture. E chiaro che se mancano i fertilizzanti del Golfo Persico, si impenna il prezzo di quelli disponibili e, a catena, l’incremento dei costi viene trasferito su tutta la filiera, fino ai consumatori finali. Che pagano per tutti. E siccome i fertilizzanti agiscono tra la semina e la crescita, ci accorgeremo delle ‘zucchine iraniane’ (visti i prezzi) solo fra un paio di mesi.
Le previsioni di Kpler
Abbiamo accettato prima ai report di Kpler, società di ‘forecasting’ che segue con particolare apprensione le vicende del Golfo Persico, tenendo contemporaneamente d’occhio i mercati delle materie prime. Naturalmente, grande attenzione viene rivolta in primis al continuo effetto yo-yo, cioè ia sali-scendi dei prezzi riguardante il settore dell’energia fossile. Ma, per i non addetti ai lavori, viene anche quotidianamente diffuso, un vitale bollettino sulla situazione riguardante gli altri prodotti di primaria importanza in arrivo dal Golfo. Bene, per dare un’idea della drammaticità della situazione, Kpler ha emesso un bollettino che è tutto un programna. «Oltre 40 navi, con a bordo circa 2 milioni di tonnellate di prodotti fertilizzanti – scrive la società – rimangono fermi nel Golfo Persico. Si raccomanda di monitorare i prezzi dell’urea e del fosfato per un ulteriore rialzo, dato che la carenza di offerta si protrarrà anche nel secondo trimestre». Questa situazione, tuttavia, sta già innervosendo i produttori americani e potrebbe essere politicamente molto costosa per Trump, in tutto il Mid-West. Infatti, come dice ancora Kpler, «con l’aumento dei prezzi dell’urea, molti coltivatori di mais statunitensi stanno valutando la possibilità di ridurre l’uso di fertilizzanti nel tentativo di gestire la redditività. La nostra analisi attuale suggerisce che ciò potrebbe comportare un calo della resa nazionale del mais nel 2026 al di sotto della linea di tendenza. La limitazione dei fertilizzanti rappresenta un ostacolo concreto che il mercato non ha ancora pienamente scontato, sebbene le condizioni meteorologiche rimangano il fattore più influente sul potenziale di resa».
Arriva anche El Nino
A complicare ulteriormente gli scenari per l’agricoltura mondiale, specie per quanto riguarda i raccolti cerealicoli, gli esperti avvisano che bisognerà fare anche i conti con eventi atmosferici eccezionali. In senso classico, diciamo che si aspetta l’arrivo di El Nino, un’oscillazione climatica gigantesca, che nasce nelle acque al largo del Perù e che si trasmette poi a tutto il Pacifico, sconvolgendo il ciclo delle piogge e influenzando temperatura e umidità. Insomma, cambia quelli che sono i parametri fondamentali per la crescita delle piante. Se a questa fibrillazione (naturale), che può durare anche diversi anni, aggiungiamo la scarsa disponibilità di fertilizzanti per colpa dell’insipienza umana, il risultato finale è quello di fabbricare carestie in serie. Ecco perché la guerra all’Iran e l’improvvisa penuria di fertilizzanti, sintonizzandosi con El Nino possono dare un colpo doloroso alle produzioni agricole globali.
Le critiche di Jeffrey Sachs
Dopo aver citato Kpler e le sue fosche previsioni, Teheran Times cambia bersaglio. Il giornale degli ayatollah parla dell’origine della guerra all’Iran e lo fa citando un famoso economista statunitense, ‘scomodo’, abituato a prendere posizioni che spesso hanno sollevato violente polemiche: Jeffrey Sachs. «Sachs – riporta Teheran Times – afferma che il conflitto in corso con l’Iran non è uno sviluppo accidentale, bensì il risultato di una strategia geopolitica a lungo termine, avvertendo che un’ulteriore escalation potrebbe innescare gravi conseguenze economiche a livello globale. In un’intervista podcast con Tucker Carlson – prosegue il giornale – Sachs ha descritto la guerra come ‘una guerra di scelta’, sostenendo che sia motivata da ambizioni di dominio regionale piuttosto che da immediate preoccupazioni di sicurezza. Secondo lui, il conflitto riflette decenni di tentativi di rimodellare il Medio Oriente».
Sachs ha più volte accusato la Nato di essere all’origine del conflitto in Ucraina. È ebreo, ma nemico giurato di Netanyahu. Sostiene uno Stato palestinese e il ritorno ai confini che c’erano prima del 1967.

