02/01/2026
da Remocontro
Uccisi o sfollati, il 2025 dei palestinesi. A causarli in Cisgiordania sono stati soprattutto i coloni israeliani. Per oltre 30mila profughi il ritorno a Jenin e Tulkarem appare escluso. Mentre Netanyahu incontrava Trump, un ordine militare ha rafforzato l’espansione delle colonie. Gaza: da Msf a Oxfam, da mezzanotte 37 Ong fuorilegge.

L’Israele che si racconta
Come sempre la più puntale cronaca è di Michele Giorgio. I media israeliani e l’incontro di lunedì a Mar-a-Lago tra Netanyahu e Trump: «molte convergenze, ma segnato anche da ‘alcune divergenze’». Valutate voi. Nahum Barnea, analista di Yediot Aharonot, ha descritto il faccia a faccia come «un incrocio di interessi, con la Casa Bianca che punta a risultati rapidi e alla stabilità, mentre Israele resta all’uso della forza, la minaccia di guerra all’Iran e l’imposizione delle proprie condizioni a Siria e Libano». Secondo il quotidiano Maariv, Trump è determinato a far avanzare il dossier Gaza «a tutti i costi, aperto a un possibile ruolo turco nella Striscia e intenzionato a provare a evitare uno scontro diretto con Teheran». Poi, il salvataggio politico del premier sempre più a rischio elettorale: «Per Haaretz, il rifiuto di Trump di rispondere alle domande sulla seconda fase dell’accordo di tregua a Gaza, su un eventuale dispiegamento di forze turche e sull’accordo di sicurezza in Siria conferma una divergenza di vedute su nodi cruciali».
Lettura dei fatti oltre Israele
Altre differenze di lettura. Dal sito Axios, sulla Cisgiordania palestinese sotto occupazione israeliana. «Trump avrebbe chiesto a Israele di evitare provocazioni. Lo scetticismo avvolge il peso che Netanyahu darà a questa sollecitazione». Mentre il primo ministro israeliano era in Florida, i palestinesi hanno dovuto fare i conti con l’ultimo ordine militare firmato dal generale Avi Bluth, che raddoppia l’area della colonia di Homesh, già in via di ricostruzione, e rafforza l’espansione di una serie di insediamenti promossa dal ministro delle Finanze Bezalel Smotrich. Alcune comunità palestinesi rimarranno intrappolate nell’area ampliata. I coloni inoltre dovrebbero tornare già durante la prossima festa ebraica di Purim nell’ex insediamento di Sa-Nur, dove è stato approvato un piano edilizio per 126 alloggi. Due settimane fa il governo aveva anche approvato la ricostituzione delle colonie distrutte nel 2005 di Ganim e Kadim denuncia il manifesto.
Le gare d’appalto per le costruzioni coloniali in Cisgiordania hanno raggiunto nel 2025 il record di 5.667 case, rispetto alle 3.808 unità del 2018. Questi alloggi, avverte Peace Now, ospiteranno circa 25.000 coloni una volta completata la costruzione.
Catastrofe da Gaza alla Cisgiordania
Se la situazione catastrofica quotidiana a Gaza. L’ultimo colpo, è la revoca dei permessi a decine di Ong internazionali che operano nella Striscia. Mentre per i palestinesi cisgiordani, l’anno che si chiude è stato segnato dall’offensiva israeliana Muro di Ferro nelle regioni di Jenin, Tulkarem e Nablus e dal continuo sfollamento tra ordini di demolizione e confisca di terreni. Le scorribande dei coloni inoltre sono diventate uno strumento efficace per imporre nuove realtà sul terreno. Per chi è stato cacciato dai campi profughi di Jenin, Tulkarem, Nur Shams e Faraa, la prospettiva di un ritorno resta lontana. Secondo le ultime statistiche dell’Unrwa, 32.449 rifugiati, tra cui 12.000 bambini, sono stati costretti a lasciare i loro campi, dove scuole e centri sanitari dell’agenzia dell’Onu per i profughi restano chiusi. Recenti immagini satellitari mostrano che circa 1.460 edifici sono stati distrutti o gravemente o moderatamente danneggiati nei campi di Jenin (52% del totale), Nur Shams (48%) e Tulkarem (36%).
Dalla mezzanotte, Gaza ancora più sola
A mezzanotte di oggi, con l’inizio dell’anno nuovo, Gaza diverrà ancora più sola. Alcune tra le più importanti organizzazioni umanitarie internazionali dovranno cominciare a smantellare strutture e programmi, preparandosi ad abbandonare completamente la Striscia entro il 1° marzo 2026, denuncia Eliana Riva. «La pressione internazionale, sempre debole e remissiva quando si tratta di Israele, sembra non sia riuscita a far altro che posticipare di tre mesi il momento dell’addio. Già a gennaio ong e Nazioni unite avevano definito inaccettabili le nuove regole di registrazione imposte da Tel Aviv per operare in Palestina, nei territori occupati da Israele, tra profughi a cui viene negato il ritorno e una popolazione di Gaza ridotta a macerie e povertà».
Norme intollerabili e indegne
Il dictat di Israele violerebbe leggi nazionali e comunitarie e metterebbero in pericolo centinaia di dipendenti palestinesi delle Ong, insieme alle loro famiglie. Israele pretende notizie e informazioni personali su chi per quelle organizzazioni lavora, dati sensibili anche sui loro familiari, senza fornire alcuna garanzia su come quei contenuti riservati verranno utilizzati, conservati o trasmessi. È una richiesta che lede diverse leggi sulla protezione dei dati e mette i singoli a rischio di pressioni, intimidazioni e vendette. Il nuovo sistema di registrazione, rappresenta un grosso rischio per le operazioni umanitarie non solo aGaza ma anche la Cisgiordania e Gerusalemme Est. Gli appelli dei governi si sono moltiplicati ma Tel Aviv non ha cambiato nulla. E ieri sera il Ministero della diaspora si è detto pronto a ufficializzare l’espulsione di 37 organizzazioni umanitarie internazionali.
In quella lista ci sono diverse ong che si sono dichiarate impossibilitate a consegnare i dati richiesti: Medici senza frontiere, Oxfam e ActionAid tra quelle più conosciute. È probabile che tutte si appellino alla decisione.
Gli ostacoli nascosti
«Tra gli ostacoli imposti da Israele si nascondono le reali motivazioni di Tel Aviv», ci ha detto Paolo Pezzati, portavoce per le crisi umanitarie di Oxfam Italia. Perché, anche se si decidesse di violare le leggi sulla protezione dei dati e consegnare quelle informazioni, le organizzazioni potrebbero essere espulse in qualsiasi momento e per una serie di ragioni del tutto arbitrarie». Ad esempio, la «delegittimazione dello Stato d’Israele», gli appelli al boicottaggio (da parte anche di uno solo dei dipendenti), la negazione dell’esistenza di Israele «come Stato ebraico e democratico». Ebraico certamente ma sul democratico con Natanyahu, chi ancora azzarda affermarlo? «Definizioni interpretabili, ampie, vaghe e politiche. Qualunque cosa potrebbe essere definita un’azione di delegittimazione, anche la consegna degli aiuti umanitari».
Governi codardi, opinioni pubbliche e bombe
Medici senza frontiere, una delle più grandi organizzazioni sanitarie che operano a Gaza esclusa, accusando due dei suoi dipendenti di «attività terroristiche», senza fornire prove. Contro questa azione unilaterale, contrari i ministri degli Esteri di Canada, Danimarca, Finlandia, Francia, Islanda, Giappone, Norvegia, Svezia, Svizzera e Regno Unito, in una dichiarazione congiunta». Italia con Farnesina in festa e ministro a sciare. Su Gaza intanto sempre bombe, soprattutto di colpi di artiglieria, sparati per sfollare le persone dalle case al di là della «linea gialla» tracciata da Tel Aviv. Le continue violazioni della tregua, evidentemente, non preoccupano gli Stati uniti, che hanno ieri annunciato l’assegnazione a Boeing di un contratto da 8,6 miliardi di dollari per la fornitura di caccia F-15 a Israele.

