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“Senza consenso è stupro”: da Milano a Napoli e Bari, la protesta di piazza contro il ddl annacquato da Bongiorno

“Senza consenso è stupro”: da Milano a Napoli e Bari, la protesta di piazza contro il ddl annacquato da Bongiorno

Politica italiana

15/02/2026

da Il Fatto Quotidiano

Martina Castigliani

Mobilitazione in tutta Italia contro il disegno di legge snaturato dalla leghista presidente della commissione Giustizia, nonostante un primo asse bipartisan. In piazza anche Schlein e Fico.

Una mobilitazione dal basso contro il ddl Bongiorno nel giorno in cui, trent’anni fa, le donne italiane ottennero il riconoscimento della violenza sessuale come reato contro la persona e non la morale. Da Trieste e Milano fino a Napoli e Bari, passando per Monza, sono decine le manifestazioni organizzate per contestare quello che resta del disegno di legge sugli stupri: se inizialmente – grazie addirittura all’asse bipartisan tra Elly Schlein e Giorgia Meloni – il Parlamento avrebbe dovuto inserire il concetto di consenso nel nostro ordinamento, lo stop dei leghisti ha completamente snaturato il testo rispetto alle intenzioni originarie. Per questo oggi 15 febbraio, associazioni e centri antiviolenza hanno deciso di scendere in piazza: una data scelta perché anniversario della legge approvata nel 1996 dopo lunghe battaglie delle femministe dentro e fuori il Parlamento (e grazie all’impegno dell’allora deputata del Pci Angela Bottari che si dimise nel 1977 di fronte ai tentativi di annacquarla). Trent’anni dopo, le donne hanno scelto di tornare a farsi sentire per un primo appuntamento di piazza che anticipa una più grande manifestazione in programma il 28 febbraio.

Corteo a Milano. Schlein in piazza a Bari. Fico al presidio di Napoli

La presidente della rete dei Centri antiviolenza Critistina Carelli ha sfilato nel corteo di Milano: “Dobbiamo essere una rete di grandi gruppi della società civile che dice no”, ha detto, “La nuova proposta della presidente Bongiorno, attiva meccanismi molto pericolosi per le donne: contro la volontà e con il consenso non sono ovviamente la stessa cosa. Anziché affermare il principio che la libertà di autodeterminazione sessuale è una scelta frutto di una volontà attiva e consapevole, si rischia di approdare a un modello basato sul chi tace acconsente”, afferma DiRe.

Tra le piazze organizzate in mattinata, quella di Bari dove si è vista anche la segretaria dem Elly Schlein insieme al capogruppo in Senato Francesco Boccia, il presidente della Regione Antonio Decaro e il sindaco Vito Leccese. “Per noi il ddl Bongiorno è semplicemente irricevibile, è un passo indietro nella tutela delle donne”, ha detto la leader Pd. “Avevamo fatto un accordo, avevamo approvato all’unanimità una legge che introduce finalmente il consenso come da convenzione di Istanbul, una legge che dice che solo sì è sì e senza consenso è stupro, è violenza. L’utilità di quella legge era fare questa innovazione, mettere il principio del consenso dentro alla legge italiana per sostenere le donne. Invece hanno tolto il consenso dalla legge, l’hanno cambiata in dissenso, non è la stessa cosa. Si rischia di mettere un carico ulteriore sulle spalle delle donne e delle vittime per cui noi ci batteremo duramente. È davvero grave che Giorgia Meloni non sia stata all’accordo che era stato preso. Io chiedo a lei a tutto il centrodestra di tornare sui propri passi e di reinserire il consenso in quella legge”.

A Napoli, oltre ad associazioni e sindacati, ha partecipato anche il presidente della Campania Roberto Fico. “Meglio nessuna legge che questa legge”, è stato il grido di protesta. L’esponente 5 stelle ha anche parlato di “vergogna” per un provvedimento che, a suo avviso, segna un arretramento sui diritti delle donne “proprio quando abbiamo una premier donna”. Fico ha ribadito l’impegno della Regione nel contrasto alla cultura maschilista e prevaricatrice e ha richiamato la Convenzione di Istanbul come riferimento nella tutela delle vittime di violenza. Critico anche lo scrittore Maurizio De Giovanni, che ha definito la proposta “una stortura”, sostenendo che “solo un governo a trazione maschilista e patriarcale poteva immaginare una modifica del genere”, e auspicando una maggiore partecipazione maschile alla mobilitazione. Per la senatrice dem Valeria Valente “saranno le piazze a dire a Giorgia Meloni di fermarsi”.

La lettera dell’ordine degli psicologi

A mobilitarsi, nei giorni scorsi, era stato anche l’ordine degli psicologi. Mentre il tema sembrava piano piano sparire dall’agenda del governo, a scrivere alla leghista Giulia Bongiorno è stato il consiglio nazionale dell’Ordine degli psicologi. In una lettera inviata alla leghista, responsabile della revisione del testo, i professionisti che lavorano in prima linea nella tutela delle vittime di violenza hanno voluto esprimere la loro preoccupazione: “La legge sulla violenza sessuale deve tornare a mettere al centro il concetto di consenso“, si legge. “Il consenso non è un dettaglio linguistico, ma il perno della tutela contro la violenza sessuale e va rimesso esplicitamente al centro della legge”.

E ancora: “Le parole nel diritto orientano la prova e la valutazione dei fatti. Spostare il baricentro sul ‘ha detto no?’ invece che sul ‘c’era un sì libero, attuale e volontario?’ rischia di riportare l’attenzione sulla condotta della vittima”. Nella lettera si richiama la Convenzione di Istanbul che definisce “la violenza sessuale come atto non consensuale e chiarisce che il consenso deve essere dato volontariamente, come libera manifestazione della volontà, valutata nel contesto concreto”. Quindi, scrivono, “rimettere il consenso al centro non significa rovesciare le garanzie costituzionali, ma ricondurre la norma al suo nucleo: gli atti sessuali sono leciti solo se fondati su una volontà libera e volontariamente espressa”. L’appelo degli psicologi è che il Parlamento faccia marcia indietro e inserisca “il riferimento al consenso come criterio cardine“, così da “garantire un impianto coerente con gli standard sovranazionali, senza arretramenti culturali”.

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