30/10/2026
da Il Manifesto
Tutto all'aria Nelle stesse ore in cui la Cassazione conferma lo stop dell’area a caldo dell’ex Ilva, il governo vara una manovra che il problema industriale del paese non lo vede nemmeno. Non è una coincidenza, è l’assenza di direzione
Nelle stesse ore in cui la Corte di Cassazione conferma lo stop dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto, il governo vara una manovra che il problema industriale del paese non lo vede nemmeno. Non è una coincidenza, è l’assenza di direzione.
La Cassazione ha respinto i ricorsi contro lo spegnimento: «L’attività produttiva, per fini superiori, deve essere svolta nel rispetto e a protezione di beni di rango costituzionale», cioè salute e ambiente. La sentenza non arriva certo all’improvviso: chiude anni in cui il governo più longevo della Repubblica non ha messo in campo né un piano di riconversione né risorse per la decarbonizzazione. Si è limitato a rincorrere acquirenti e a rinnovare la cassa integrazione. Ancora martedì, a Palazzo Chigi, ha firmato con i sindacati un verbale di sole intenzioni: forni elettrici e ingresso pubblico da «valutare», nessun cronoprogramma, esodi rinviati alla disponibilità di risorse. Nella manovra, però, non c’è nulla. La Fiom chiede ora uno sforzo straordinario per decarbonizzare e un vero piano industriale: proprio ciò che il governo non ha mai voluto mettere sul tavolo.
Nella manovra, infatti, ci sono ventisei miliardi per dire una cosa sola: questo governo non ha un’idea di sviluppo. Una manovra piccola, modesta rispetto a quelle che hanno preceduto il governo Meloni, e povera di coraggio. Si parla di tutto, tranne che di politica industriale e di modello di crescita.
La misura simbolo è l’aliquota Irpef del 33% estesa fino a 55mila euro: sulla fascia tra 50 e 55mila il prelievo scende di dieci punti. Lo sconto però vale per tutti i redditi sopra i 50mila, ricchi compresi: fino a 500 euro l’anno, che si guadagnino 60mila o 600mila euro. Altro che restituzione del fiscal drag. Si aggiungono il forfettario per gli autonomi esteso fino a 100mila euro e la cedolare secca sugli immobili commerciali. Sommate alle riforme degli anni scorsi, queste misure confermano l’evidente: la progressività sta uscendo dal sistema fiscale italiano. E quando la progressività si riduce, per definizione ci guadagnano di più i redditi alti. Il fisco smette di essere lo strumento con cui tutti concorrono a finanziare la spesa pubblica e diventa un dispensatore di sconti. Il governo si conferma per quello che è: dalla parte dei ricchi.
Agli over 75 con pensione sotto i 28mila euro vanno 300 euro per le spese sanitarie non coperte dal Servizio sanitario nazionale. Sembra un aiuto, è una resa: nessun tentativo di rafforzare una sanità pubblica sottofinanziata, ai più fragili si consegna un buono e li si manda a curarsi altrove. Cioè nel privato, che continua ad allargarsi mentre il pubblico arretra.
Per i giovani, la ricetta è la solita. Agli under 30 un’imposta all’1% sugli incrementi di reddito fino a 2.500 euro, agli under 35 una detrazione per le imprese che li assumono. «Vogliamo che un ragazzo che inizia a lavorare in Italia senta che questa nazione vuole spronarlo», ha detto Meloni. Peccato che lo sprone si riduca a uno sconticino su aumenti che spesso non arriveranno, perché il problema sta a monte: lavoro che non c’è, e che quando c’è è precario, mal pagato, in filiere che si assottigliano. Molte delle assunzioni agevolate, poi, sarebbero avvenute comunque: regalie alle imprese, senza alcuna indicazione su settori, qualità del lavoro, direzione dello sviluppo.
Il lavoro non si crea con gli sconti fiscali, ma con la politica industriale. Appunto quella che manca: le misure per le imprese, dalle Zes al credito d’imposta per i software in cloud, sono incentivi sparsi, orizzontali, senza priorità né obiettivi. La proroga di Transizione 5.0, con tutti i suoi limiti, non ha trovato spazio. E sull’acciaio, sul rapporto tra ambiente e lavoro che Taranto incarna da vent’anni, nemmeno una riga.
Lo stesso schema torna nelle misure minori. Il bollo viene abolito per sempre sulle auto fino a 80 kW, il 70% del parco circolante, che così si cristallizza, alla faccia della sostenibilità ambientale. La proroga dei bonus casa, grande classico, non distingue più gli interventi di efficienza energetica dagli altri.
Una manovra inutile e insieme pericolosa: sposta risorse verso l’alto, non fa nulla per chi il lavoro non ce l’ha e lascia il sistema produttivo in balia degli eventi, mentre l’inverno demografico restringe la base su cui poggia il welfare. Solo tenendo insieme progressività fiscale, politica industriale, ambiente, e creazione di valore si reggono le sfide dei prossimi decenni. A Taranto lo si è visto prima che altrove: l’Ilva non l’hanno chiusa i giudici, ma anni di politica industriale vuota. Il governo Meloni è stato inadeguato e chiude inadeguato, con una manovra così mediocre da non riuscire nemmeno a essere una classica manovra elettorale.

