27/08/2026
da Il manifesto
Di rito di sciopero La comunità bengalese contro il neo-sindaco Venturini che ha sospeso l’autorizzazione

«Ora basta! Siamo stanchi di essere presi in giro dal Comune. Se non ci consentiranno di costruire la nostra moschea questa volta scenderemo tutti in piazza. E se scioperiamo noi bengalesi, a Venezia, Mestre e Marghera si ferma la Fincantieri e tutto il turismo tra cucine, ristoranti ed alberghi. Volete vedere che lo facciamo?». A lanciare il guanto di sfida all’amministrazione comunale di Venezia e al neo eletto sindaco Simone Venturini, è Prince Howlader, cittadino italiano di 33 anni originario del Bangladesh. Un breve trascorso come impiegato nell’Ulss locale ed oggi proprietario di una sua azienda di servizi e presidente dell’associazione islamica Giovani per l’Umanità che rappresenta una parte considerevole della comunità bengalese del veneziano. Un trascorso politico tutto a destra il suo. «Abbiamo valori in comune, valori conservatori: la famiglia e la sicurezza per prima cosa» dichiarava Howlader entrando nel direttivo del circolo mestrino di Fratelli d’Italia.
La sua candidatura a consigliere comunale nelle ultime elezioni era data pressoché scontata, salvo poi rientrare nei ranghi del partito quando, proprio negli ultimi mesi della campagna elettorale, gli alleati della Lega, messi alle strette, avevano sventolato la bandiera dell’anti islamismo. Muri, autobus, vaporetti, strade di Venezia e della terraferma sono stati tappezzati con grandi cartelloni e la scritta “No Moschea” a firma del Carroccio.
Proprio quella moschea per la quale Prince Howlader aveva trattato per almeno tre anni con l’allora sindaco Luigi Brugnaro che lo aveva messo in contatto con il proprietario di quell’area dismessa in via Giustizia, a ridosso della stazione di Mestre, guidandolo nell’acquisto e dandogli consigli sulla realizzazione e su come rientrare negli standard urbanistici della zona. Non chiamiamola “moschea” però. «Non ci sarà nessuna moschea a Mestre» aveva dichiarato più volte l’ex sindaco, che preferiva l’accezione «centro di preghiera islamica». Dove sta la differenza lo sapeva solo lui.
DOPO UNA CAMPAGNA elettorale basata solo su slogan nazionalisti e islamofobi, il neo sindaco Simone Venturini, considerato da sempre il “delfino” di Brugnaro, si è trovato tra la mani la pesante eredità di dover continuare a gestire la questione della moschea. O del centro di preghiera islamica, se preferite. Col rischio di dover scontentare il suo elettorato di destra, buona parte del quale proveniente proprio dalla comunità islamica dell’entroterra forte di almeno 20 mila persone. E così Venturini ha scelto di non scegliere seguendo la politica del “prendiamo tempo che magari le cose si risolvono da sole”.
«Io sono un sostenitore della libertà religiosa – ha dichiarato il primo cittadino di Venezia – ma oggi non ci sono le condizioni per aprire una moschea. La comunità bengalese deve prima compiere passi importanti sul fronte dell’integrazione». Passi che, sempre secondo Venturini, sarebbero l’abolizione del velo integrale, il rispetto delle leggi italiane, la proprietà delle lingua, la scuola dell’obbligo per i bambini e mantenere pulita e sicura via della Giustizia, oggi in stato di colpevole degrado e certo non per colpa dei bengalesi. Tutte condizioni, a parte il velo integrale utilizzato comunque da una sparuta minoranza di donne, che una amministrazione potrebbe verificare in poco tempo e che comunque avrebbe il dovere di far applicare, come l’obbligo scolastico o il rispetto delle leggi, senza dover far baratti con la realizzazione di una moschea.
L’ATTESA DELLE “CONDIZIONI favorevoli”, proposta dal sindaco, quindi è stata interpretata da Howlader per quello che è: un rimando alle calende greche. Da qui il suo “ora basta!”. «Non vogliamo che le nostre terze generazioni crescano senza valori – ha spiegato -. Vogliamo realizzare un luogo dove i nostri giovani non crescano dispersi come maranza. Un luogo di aggregazione dove la comunità bengalese possa riunirsi. Anche le donne». Howlader ricorda che tutta l’operazione – 15 milioni circa – è integralmente a spese della comunità. «Noi non abbiamo mai creato problemi a Venezia. Anzi, siamo una risorsa economica per tutta la città. Al Comune chiediamo che venga ultimato l’iter burocratico e concessi i permessi per la costruzione o scenderemo in sciopero. Stiamo valutando l’idea di astenerci da tutti i lavori e andare a pregare davanti al Comune, visto che non possiamo farlo in un nostro luogo».
NON È NEMMENO la prima volta che la comunità bangladese di Venezia minaccia lo sciopero. Ci fu un precedente nel 2017 con Venturini allora assessore delle giunta Brugnaro. La comunità protestava contro la chiusura di una moschea in via Fogazzaro chiedono un luogo alternativo dove pregare. Lo ottennero, sia pure provvisorio, nel PalaPlip, senza bisogno di incrociare le braccia. Qui cominciò la ricerca di uno spazio definitivo arrivato oggi in via Giustizia. Se i problemi non li affronti, prima o poi, ritornano.

