13/03/2026
da Il Manifesto
Primi a morire. Dodici dei tredici uccisi per i missili iraniani erano stranieri, costretti a lavorare per paghe misere e a vivere in luoghi insicuri. Reggono intere economie da semi schiavi: manovali, rider, lavoratrici domestiche
Compongono oltre la metà della popolazione totale eppure si muovono come fantasmi dentro le società di cui reggono intere economie. Il modello Golfo, che affascina politici e intellettuali occidentali – il mito dello sviluppo urbanistico e tecnologico che sfida la natura ostile – avanza su due gambe: le risorse energetiche e il lavoro migrante. Un lavoro semi-schiavo e calpestato, manodopera a bassissimo costo che è oggi – come in passato – lo specchio di una questione che sparisce di fronte a guerre globali, collassi economici e suprematismi radicati: quella di classe.
Riemerge, quella questione, a ondate: è successo qualche anno fa quando il Qatar ospitò il suo primo mondiale di calcio dentro stadi costruiti – letteralmente – sui corpi di 7mila migranti ammazzati dal caldo e da condizioni di lavoro insostenibili (gli scoppiava il cuore); e succede di nuovo ora, di fronte a dati implacabili.
Dodici delle tredici persone che hanno perso la vita per i missili e i droni iraniani che cadono sulle monarchie del Golfo erano migranti: come Elna Abdullah Nea, appena undici anni, iraniana uccisa in Kuwait; o Mosharraf Hossain, lavoratore e padre bengalese, ammazzato da una scheggia in Arabia saudita; o Saleh Ahmed, 55 anni bengalese, ucciso mentre consegnava dell’acqua a una famiglia emiratina.
NON È UN CASO: sono costretti a lavorare comunque, all’aperto, nei cantieri o in sella alle bici, e a vivere in piccoli appartamenti sovraffollati o capannoni accanto ai posti di lavoro, senza bunker o uscite d’emergenza in caso di incendio. Il rischio si moltiplica perché non hanno ripari. Succede lo stesso in Palestina, con i missili di Hezbollah o quelli degli anni scorsi di Hamas: se non hai bunker né protezioni, la probabilità di venire ammazzato cresce a dismisura.
All’assenza di rifugi e alla vita all’aperto si aggiunge la matematica: nel Golfo vivono e lavorano oltre 31 milioni di persone di origine straniera. Secondo i dati dell’Organizzazione mondiale per le migrazioni, l’Arabia saudita ne conta 13,5 milioni; gli Emirati 8,7; il Kuwait 3,1; l’Oman 2,3 e il Qatar 2,2. Poco meno di un milione in Bahrain.
Arrivano per lo più dall’Asia centrale e orientale, India, Pakistan, Bangladesh, Nepal, Filippine, decine di milioni di donne e uomini in cerca dei mezzi per costruirsi una vita dignitosa, che diventa però mera sopravvivenza. L’impatto lo si comprende ancora meglio se si scorrono le percentuali sulla popolazione: il 92% degli abitanti degli Emirati sono lavoratori migranti, il 77% in Qatar, il 69% in Kuwait e giù a scendere fino al 37% saudita. Intere economie rette, appunto, sullo sfruttamento di una maggioranza di soggetti subalterni.
ALCUNE DELLE LORO STORIE le hanno raccolte in questi giorni quotidiani arabi e internazionali. Quella di Murib Zaman apre il reportage del New York Times da Abu Dhabi: due decenni trascorsi negli Emirati, una famiglia in Pakistan e una rimessa mensile di appena 300 euro. È stato ucciso dalla scheggia di un missile iraniano intercettato dalla contraerea emiratina.
«Per una settimana – dice al Nyt il 34enne pakistano Majid Ali – quando c’era un’esplosione o l’intercettazione di un missile, correvamo fuori dai campi di lavoro per salvarci ma non sapevamo dove nasconderci o cosa fare».
La discriminazione, spiega Mustafa Qadri della rete Equidem a Middle East Eye, è doppia: i migranti sono esclusi dal flusso ufficiale di comunicazione riguardo mappatura dei rifugi e vie di evacuazione; e sono sottoposti a un razzismo strutturale che si fonde con la differenza di classe. Lavorano, cioè, in settori considerati essenziali – edilizia, sanità, lavoro domestico, logistica – a cui la cittadinanza non intende rinunciare. Una centralità che non si traduce in stipendi e orari di lavoro dignitosi, né tanto meno nella libertà di scegliere o nel sollievo di una protezione.
A DIFFERENZA di imprenditori, influencer, turisti e dipendenti occidentali di compagnie arabe fuggiti dal Golfo davanti alle telecamere, loro sono costretti a restare: tornare indietro non è un’opzione, non hanno denaro a sufficienza, hanno spesso i passaporti confiscati dai datori di lavoro secondo il sistema della kafala e – il ricatto più duro – se non lavorano non mangiano. Lo dice in due parole un ciclofattorino pakistano a Mee: «Se non lavoro, ho fame». Vive a Dubai da quattro anni, turni di 12 ore al giorno. Sotto i missili, sono aumentate solo le mance. Un po’.

