Chi smussa i termini, chi arrotonda gli editoriali è complice di un genocidio
C’erano le ambulanze, c’erano le divise, c’erano i guanti. Tutto era lì, riconoscibile. Perfino le luci di emergenza hanno continuato a lampeggiare, come un ultimo segnale, come un disperato codice Morse che raccontava l’orrore: qui sotto ci sono soccorritori uccisi. Uccisi mentre correvano verso altri corpi. Uccisi perché facevano ciò che fa chi dovrebbe salvare. A Gaza, l’esercito israeliano ha colpito e sepolto. Letteralmente. I corpi di quindici operatori umanitari – della Mezzaluna Rossa, della Protezione civile, delle Nazioni Unite – sono stati recuperati da una fossa comune insieme ai loro veicoli. Non è un’esagerazione, è una testimonianza documentata dalle Nazioni Unite.
Erano operatori umanitari. Non combattenti. Non “scudi umani”. Non ambiguità semantiche. Eppure sono finiti sotto terra, sotto il peso di ambulanze schiacciate, e sotto un’altra sabbia, forse più pesante: quella del silenzio. Per giorni non è stato concesso l’accesso per recuperarli. E anche adesso che i loro nomi tornano a galla, non muovono le coscienze. Il diritto umanitario internazionale, dicono, è chiarissimo. Ma le bombe, si sa, fanno male anche alla grammatica.
Chi ha ancora il coraggio di usare la parola “errore”, oggi, è parte del problema. Chi ha lo stomaco di parlare di “difesa” è un agevolatore di assassini. Chi smussa i termini, chi arrotonda gli editoriali è complice del genocidio. Perché il crimine più grande, oltre all’assassinio, è la normalizzazione.
01/04/2025
da Left