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Serbia, gli studenti hanno vinto le elezioni. Ora tocca allo Stato

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Politica estera

27/10/2026

da Pressenza

Miloje Savić, Belgrado

Prima del voto: memoria, paura e speranza

Voždovac, 21 ottobre 2026. L’intero quartiere è sceso in strada, tra fischietti, trombette e clacson assordanti, perché stanno arrivando gli studenti. Dalla sommità di via Ustanička spuntano le prime bandiere: è la colonna partita dalla Serbia orientale, più di 200 chilometri a piedi, tra scarpe da ginnastica e i tradizionali opanci, le calzature contadine di pelle, con le vesciche coperte di cerotti. I fumogeni illuminano l’incrocio, come accade a Voždovac fin dagli anni Novanta. Tra i marciatori c’è Filip, con una šajkača, il berretto tradizionale serbo in testa e un alberello tra le mani, donato agli studenti da un giardiniere di Požarevac “come segno di un nuovo inizio.” Si aspetta di vincere domenica, ma con sobria consapevolezza: sarà una vittoria faticosa, “perché è l’unico modo in cui ce la lasceranno ottenere”. La colonna si ferma, balla un kolo, la danza popolare serba, si accovaccia e attende il ritmo di Freed from Desire di Gala, per poi saltare all’unisono più in alto possibile.

La sera successiva, il 22 ottobre, circa 150-200.000 persone (secondo le stime dell’Archivio dei Raduni Pubblici) hanno riempito piazza Slavija a Belgrado per il comizio conclusivo della Lista degli Studenti. La folla scandiva Gotov je! (È finita! / È caduto!), le stesse parole risuonate nell’ottobre del 2000 alla caduta di Slobodan Milošević. Trovarsi vicini era già di per sé il fine: un rimedio contro l’abitudine nazionale all’oblio, contro la dimenticanza delle 16 vittime schiacciate dal crollo della pensilina di Novi Sad il 1° novembre 2024, dei pestaggi e dei soprusi durati quattordici anni.

Piazza Slavija il 22 ottobre 2026, durante il comizio conclusivo della Lista degli Studenti tre giorni prima del voto. 

Quella memoria affonda le radici lontano. Gli studenti serbi insorsero nel 1968 contro la “borghesia rossa” della Jugoslavia di Tito; nel 1996 e nel 1997 contro i brogli di Milošević alle elezioni locali al grido di “Belgrado è il mondo” e di nuovo nel novembre 2024, occupando le facoltà dopo i fatti di Novi Sad. Ventotto anni esatti separano ogni ciclo di proteste. Come ha sottolineato nel 2025 Aleksandar Baucal, docente dell’Università di Belgrado (oggi candidato nella Lista degli Studenti), a unire queste generazioni non è un interesse materiale, bensì i valori civici: lo stato di diritto, la responsabilità dei funzionari eletti e la salvaguardia di istituzioni che appartengono a tutti. L’amara lezione di questi cicli storici, tuttavia, è che ciascuno ha conquistato un momento epocale, ma nessuno, da solo, è riuscito a conquistare le istituzioni.

Questa volta il regime si è difeso con ogni mezzo. Nel Parco dei Pionieri, di fronte al Parlamento, il Partito Progressista Serbo (SNS) ha mantenuto per oltre un anno una tendopoli di sedicenti “studenti che vogliono studiare”, ribattezzata Ćacilend. Un ex attivista dell’SNS di Novi Sad, Momčilo Marjanović, ha rivelato a BIRN di aver reclutato picchiatori ed emissari a pagamento per il presidio: riceveva 500 euro al giorno, mentre ai suoi uomini andavano 200 euro, rigorosamente in contanti. La Procura per la Criminalità Organizzata ha aperto un’inchiesta sulla vicenda. Durante i mesi di protesta del 2025 sono stati arrestati più di mille cittadini e quattro giorni prima delle elezioni, il settimanale Radar ha pubblicato i messaggi intercettati sull’app Sky ECC in cui il boss del narcotraffico in carcere Darko Šarić confida ai parenti che Oskar è il nome in codice di Aleksandar Vučić — uno pseudonimo individuato per la prima volta dalla rete investigativa KRIK nei fascicoli di polizia sul clan Šarić nel 2024.

Il voto stesso è stato una scommessa azzardata di Vučić. Ha sciolto il Parlamento il 9 settembre e il 27  si è dimesso da presidente con otto mesi di anticipo rispetto alla scadenza del suo secondo mandato, per guidare la lista Aleksandar Vučić, Serbia Unita come candidato primo ministro. Molti, all’interno del movimento, ricordavano l’occasione sfumata: il 15 marzo 2025, dopo che circa 300.000 persone avevano inondato Belgrado per poi essere disperse tra denunce sull’uso illegale di dispositivi sonici antisommossa, la folla era tornata a casa. Non è stato un nuovo 5 ottobre del 2000, la data che ha segnato la fine del regime di Milošević. Il movimento non era ancora abbastanza maturo per trasformare la piazza in un’intimazione formale di dimissioni verso il presidente, regalando così al regime altri diciotto mesi di sopravvivenza.

La grande sorpresa di questa tornata elettorale è stata la diaspora, a lungo considerata un bancomat silenzioso per le famiglie e per le casse dello Stato. Oltre 110.000 serbi all’estero si sono registrati per votare, quasi il triplo rispetto al 2023. Il Ministero degli Affari Esteri ha risposto allestendo appena 93 seggi: 28 in Bosnia ed Erzegovina, solo due in tutto il Canada, nessuno in Romania, Bulgaria o Slovacchia, e nessuno in almeno 32 città che, stando alle associazioni della diaspora, soddisfacevano la soglia minima di legge di 100 elettori registrati. Tutti i seggi all’estero hanno osservato l’orario di Belgrado, costringendo i residenti in Nord America a votare nel cuore della notte. I volontari hanno risposto lanciando la piattaforma votebnb.rs, offrendo un alloggio a chiunque percorresse migliaia di chilometri pur di raggiungere un’urna. Centomila voti potevano valere da cinque a sette seggi in un testa a testa serrato; cosa ancor più importante, hanno ricordato a chi era rimasto a casa di non essere solo.

Due anni di repressione: cittadini, studenti, giornalisti

L’esito del voto non può essere valutato a prescindere dal biennio che lo ha preceduto. Da novembre 2024 lo Stato ha risposto a un movimento pacifico con la forza, la sorveglianza di massa, il fango mediatico e i licenziamenti, come ampiamente documentato da esperti delle Nazioni Unite, Amnesty International, Human Rights Watch, Reporter Senza Frontiere e dalle associazioni dei giornalisti serbi.

Cittadini e studenti. Nell’agosto 2025 gli esperti di diritti umani dell’ONU hanno esortato la Serbia a fermare la “crescente repressione” contro studenti, docenti, difensori dei diritti umani e comuni cittadini. Dopo l’appello degli studenti a nuove elezioni il 28 giugno 2025, Amnesty International e Civil Rights Defenders hanno raccolto segnalazioni di centinaia di fermi in una sola settimana, compresi studenti delle superiori e di pestaggi tali da richiedere il ricovero ospedaliero. Da metà agosto 2025 le manifestazioni sono degenerate in scontri quotidiani, con la polizia in tenuta antisommossa affiancata da gruppi filogovernativi a volto coperto. Il 14 agosto 2025 la studentessa Nikolina Sinđelić è stata fermata dall’unità di protezione dei funzionari statali (JZO) e, secondo quanto da lei stessa denunciato ai magistrati, picchiata e minacciata di stupro nei sotterranei del palazzo del governo. La risoluzione dell’ottobre 2025 del Parlamento Europeo ha espressamente citato brutalità poliziesche, violenze sessuali contro gli studenti e procedimenti giudiziari per motivi politici. Il bilancio del movimento studentesco contava oltre 3.000 persone arrestate, percosse, trattenute, perseguitate o licenziate entro la fine del 2025, secondo i dati di European Western Balkans.

Università e scuole. Nel marzo 2025 il governo ha tagliato per decreto i fondi agli atenei, modificato l’orario di lavoro dei docenti, istituito un gruppo di lavoro per riscrivere la Legge sull’Istruzione Superiore escludendo le università e congelato i numeri programmati delle immatricolazioni. Misure che hanno spinto i docenti ad accamparsi davanti alla sede del governo sotto lo striscione “L’Università al bivio”. Presidi vicini al governo hanno fatto intervenire la celere contro i blocchi studenteschi, come accaduto alla Facoltà di Filosofia di Novi Sad nell’agosto 2025. Un attivista per i diritti civili ha dichiarato a Index on Censorship che circa 100 insegnanti delle scuole superiori sono stati sospesi e 25 presidi rimossi dai loro incarichi per aver manifestato solidarietà agli studenti.

Giornalisti e media. L’Associazione Indipendente dei Giornalisti Serbi (NUNS) ha registrato nel 2025 circa 380 tra aggressioni, minacce e pressioni sui cronisti, il picco più alto dall’avvio del monitoraggio nel 2008. RSF ha censito 82 aggressioni fisiche nello stesso anno, rilevando che circa la metà era stata compiuta dalle forze dell’ordine. Amnesty International ha attribuito “con elevato grado di certezza” all’agenzia di sicurezza BIA l’uso dello spyware NoviSpy, installato sui telefoni di attivisti e reporter durante gli interrogatori di polizia; Human Rights Watch ha riferito che due giornalisti di BIRN sono stati presi di mira con lo spyware Pegasus nel febbraio 2025. Le manovre sugli assetti proprietari hanno fatto il resto: l’ODIHR ha segnalato l’oscuramento delle emittenti N1 e Nova S da Total TV e Net TV Plus in seguito all’acquisizione delle piattaforme da parte della compagnia statale Telekom Srbija; nell’ottobre 2026 nove giornalisti di N1 hanno rassegnato le dimissioni contestando la linea editoriale della nuova proprietà, mentre la redazione di Nova.rs è stata costretta ad accettare un direttore responsabile imposto dall’alto.

I numeri delle elezioni: una netta maggioranza, benché provvisoria

La Lista degli Studenti ha ottenuto circa il 52,5% delle preferenze contro il 39% circa della lista di Vučić: un distacco di oltre mezzo milione di voti che dovrebbe garantirle una maggioranza assoluta tra i 136 e i 141 seggi sui 250 dell’Assemblea Nazionale. Vučić ha riconosciuto la sconfitta circa un’ora dopo la chiusura delle urne, prima ancora dell’inizio dello spoglio ufficiale, ammettendo che “la nostra sconfitta in queste era evidente elezioni.”

Nessun’altra formazione politica ha superato lo sbarramento del 3%.

L’affluenza alle urne è stato l’elemento chiave. La Commissione Elettorale della Repubblica (RIK) ha registrato il 68,78% (4.211.957 votanti) sui seggi scrutinati; CeSID ha stimato il 69,3%, a fronte del 58,77% del dicembre 2023: un dato che le rilevazioni RIK delle ore 18:00 collocavano già tra i più alti dal 1992 a oggi. Secondo l’organizzazione di monitoraggio CRTA, il margine di vantaggio della Lista degli Studenti è stato schiacciante a Belgrado (circa 31 punti), seguito dalla Voivodina (13 punti) e dalla Serbia centrale e occidentale (11 punti ciascuna); la lista di Vučić è rimasta in testa soltanto nella Serbia meridionale.

Elezioni abbastanza libere per perdere, non abbastanza corrette per fidarsi

Gli studenti si sono imposti nonostante il contesto viziato in cui si è svolto il voto. CRTA, che ha monitorato un campione rappresentativo di 500 seggi con oltre 2.000 osservatori, ha segnalato entro le 16:00 pressioni su elettori, scrutatori o osservatori nel 29% dei seggi, irregolarità procedurali nel 18% e violazioni dell’integrità del voto nel 17%. Alla chiusura delle operazioni, la fotografia della scheda elettorale — tipico strumento di controllo del voto di scambio — è stata rilevata nel 48% dei seggi su scala nazionale e nel 79% a Belgrado: il tasso più alto mai riscontrato da CRTA.

Nel corso della giornata le violenze si sono spostate all’esterno dei seggi. N1 e Nova hanno riferito che circa trenta persone hanno fatto irruzione in un seggio a Doljevac, dove un membro del comitato elettorale è stato schiaffeggiato; individui a volto coperto hanno aggredito diversi giovani a colpi di spranghe e torce fuori da un seggio a Pančevo; alcuni cronisti sono stati aggrediti a Pavlovac, nei pressi di Vranje (due persone sono state arrestate) e davanti al Parco dei Pionieri a Belgrado; un delegato di lista degli studenti a Kragujevac è stato picchiato dopo aver filmato un presunto episodio di compravendita di voti. Nel pomeriggio, nei dintorni della Presidenza, sono comparsi i mezzi blindati della Gendarmeria per la dispersione della folla.

La competizione elettorale era stata falsata ben prima del giorno del voto. Il rapporto intermedio dell’ODIHR (pubblicato il 9 ottobre) ha puntato il dito contro la profonda polarizzazione, le intimidazioni agli attivisti, episodi isolati di violenza e l’uso indebito di risorse pubbliche, tra cui l’erogazione straordinaria a pioggia di quasi un miliardo di euro a favore di tutti i cittadini maggiorenni, annunciata il 31 agosto 2026. CRTA ha contato 116 episodi violenti nell’ultima settimana di campagna, ha rilevato anomalie o presunti illeciti in un evento elettorale su tre organizzato dall’SNS e ha calcolato che gli esponenti della maggioranza hanno monopolizzato circa tre quarti del tempo di intervento sulle televisioni nazionali nel periodo monitorato a settembre. Oltre 500.000 elettori figurano ancora iscritti nei registri senza un recapito di residenza preciso, stando alle inchieste di Radio Free Europe.

La Commissione Elettorale della Repubblica ha liquidato gli incidenti definendoli in gran parte di lieve entità. Raša Nedeljkov di CRTA è giunto a una conclusione diversa: la tornata elettorale ha dimostrato che in Serbia l’alternanza democratica è ancora possibile attraverso le urne, anzitutto grazie alla presenza nei seggi di scrutatori e rappresentanti dell’opposizione formati per sventare i brogli. Entrambe le letture colgono nel segno: un apparato che genera tuttora un simile livello di coercizione è stato travolto da un distacco numerico troppo ampio persino per essere rubato.

Dal seggio elettorale all’ennesima festa a Belgrado

Fare l’osservatore al seggio è stato il mio modo di dare una mano. A Voždovac (Comune urbano di Belgrado), le code si sono formate molto prima dell’apertura delle urne alle 7:00. Il clima era sereno e la maggior parte degli elettori stringeva la carta d’identità in una mano e la propria matita nell’altra. Nei giorni precedenti al voto, sui social network era circolato l’allarme che il regime potesse distribuire ai seggi penne a inchiostro simpatico. Psicosi o meno, i cittadini non hanno lasciato nulla al caso: si sarebbe quasi potuto pronosticare l’esito dello scrutinio semplicemente contando le matite portate da casa. Attorno agli edifici scolastici stazionavano squadre mobili per vigilare sulle irregolarità: alcune coordinate dagli studenti e dai loro sostenitori, altre nate spontaneamente tra vicini di casa. Come recita un detto serbo, “Non sarebbe passata neppure una mosca.”

Elettori in fila all’esterno di un seggio a Voždovac all’apertura delle urne, alle ore 7:00 del 25 ottobre. 

Nel seggio dove mi trovavo, le maggiori irregolarità riscontrate hanno riguardato il voto domiciliare, quando il comitato elettorale ha portato l’urna a casa di elettori anziani o allettati impossibilitati a muoversi, alcuni dei quali ospitati in case di riposo. È un meccanismo sfruttato sistematicamente in passato per fare pressione su persone fragili affinché votassero “per il verso giusto”. Come osservatore potevo verbalizzare i tentativi di condizionamento, ma non avevo l’autorità legale per impedirli: li abbiamo messi a verbale e siamo andati avanti.

Lo spoglio era ancora in corso quando è giunta la notizia che Vučić aveva ammesso la sconfitta. Nella stanza è sceso un attimo di silenzio; poi abbiamo ripreso a contare le schede, con scrupolo e professionalità, fino a mezzanotte. Nel mio seggio la Lista degli Studenti ha sfiorato il 60% dei consensi. Dopo mezzanotte abbiamo consegnato le schede e i registri alla commissione elettorale municipale di Voždovac, dove nel salone centrale regnava un entusiasmo incontenibile mentre continuavano ad arrivare gli ultimi comitati di seggio.

Nella notte tra il 25 e il 26 ottobre, dopo mezzanotte: i comitati elettorali giungono alla commissione municipale di Voždovac per la consegna dei verbali e dei materiali. Con il diffondersi della notizia della vittoria della Lista degli Studenti, tra gli scrutatori esplodono lacrime di gioia e incredulità. 

Poco dopo l’una mi sono unito ai festeggiamenti a Slavija. La piazza vibrava di musica, con una gigantesca kolo che si snodava per tutto lo slargo. Ho concluso la notte sui gradini dell’Assemblea Nazionale, ancora gremita di persone alle 3 del mattino, proprio di fronte alle tende ormai smantellate di Ćacilend. Una nuova mobilitazione festosa è stata convocata per le 19:00 di lunedì 26 ottobre sempre in piazza Slavija.

Notte tra il 25 e il 26 ottobre, davanti all’Assemblea Nazionale: i sostenitori della Lista degli Studenti ballano il tradizionale kolo e festeggiano il responso delle urne. Molti sollevano tre dita, un antico gesto serbo usato durante la campagna elettorale per richiamare il numero 3 assegnato alla lista sulla scheda. 

Maggioranza parlamentare senza controllo dell’apparato statale

La cruda realtà del 26 ottobre è che l’SNS ha perso il controllo del Parlamento, ma mantiene saldamente le redini di gran parte dell’apparato statale. Il capo di Stato facente funzioni è Ana Brnabić, che ha pubblicamente bollato la Lista degli Studenti come una “truffa” e subito dopo il voto ha promesso che l’SNS farà un’opposizione spietata. In base alla Costituzione, spetta a lei proporre il futuro primo ministro dopo aver consultato le forze elette e indire le elezioni presidenziali affinché si svolgano orientativamente entro il 27 dicembre. CRTA ha già intimato alle cariche istituzionali provvisorie di dichiarare apertamente le proprie intenzioni e “non tenere di nuovo in ostaggio l’opinione pubblica”. Il passaggio del potere esecutivo non sarà quindi né automatico né privo di scossoni e la corsa presidenziale rappresenterà il prossimo terreno di scontro.

Al di sotto della presidenza resistono istituzioni modellate da quattordici anni di potere monocolore: le procure e i tribunali, l’agenzia di intelligence BIA, i vertici delle forze di polizia, l’autorità di vigilanza sulle comunicazioni REM, la radiotelevisione pubblica RTS, il Comune di Belgrado e la quasi totalità delle amministrazioni locali, che non erano oggetto di rinnovo elettorale. I tabloid filogovernativi — che durante la campagna hanno diffuso fotomontaggi generati dall’intelligenza artificiale per diffamare il capolista Ilija Srdanović, come verificato dalle testate di fact-checking Istinomer e Raskrikavanje — non hanno certo cambiato proprietà. Nel suo discorso di ammissione della sconfitta, Vučić ha puntato l’indice contro la stampa indipendente, “svariati Paesi europei” e un presunto “deep state americano”, parlando di “rivoluzione”. Un leader sconfitto che liquida il verdetto delle urne come un complotto straniero sta preparando la narrazione per la rivincita, non certo per l’uscita di scena. Con il 39% dei voti e circa 103 seggi, l’SNS resta la seconda forza politica del Paese.

Dal canto suo, il fronte vincitore presenta fragilità strutturali. La Lista degli Studenti tiene insieme anime che spaziano dal Fronte della Sinistra Verde fino alla destra di Dveri ed è retta da assemblee plenarie studentesche che deliberano per voto diretto e applicano i regolamenti su base consensuale. I suoi candidati sono cardiologi, chimici, magistrati e insegnanti con poca o nessuna esperienza nell’amministrazione pubblica. Il programma in 11 punti punta con forza sull’indipendenza della magistratura, sulla lustration (l’epurazione dei funzionari corrotti del vecchio regime), sulla de-lottizzazione e sulla liberazione dei media, mentre il dossier dell’adesione all’Unione Europea non occupa ancora una posizione centrale. Scegliere un premier e preservare la compattezza dei deputati attraverso compromessi da coalizione, senza disporre di una macchina di partito alle spalle, è un’impresa mai riuscita a nessun movimento di protesta serbo del passato. Pochi altri movimenti al mondo ne sono stati capaci: ci riuscì ad esempio Solidarność in Polonia nel 1989, ma nel quadro di una transizione negoziata, non scontrandosi frontalmente con un partito al potere che controlla tuttora la presidenza, i servizi di sicurezza e gran parte dell’informazione.

L’Europa arriva tardi alla festa. Ursula von der Leyen e la commissaria designata Marta Kos si sono congratulate con i vincitori nel giro di poche ore. Eppure, per due lunghi anni Bruxelles ha attenuato le critiche mentre corteggiava Belgrado come fornitore strategico di litio per il progetto Jadar; solo nell’ottobre 2025 il Parlamento Europeo ha emesso la sua risoluzione più dura contro la Serbia. Gli studenti hanno vinto senza alcun aiuto da parte dell’Europa; capire se l’UE saprà ora essere un vero partner per le riforme dello stato di diritto, anziché limitarsi a considerare la Serbia un mero bacino di materie prime, determinerà quanta strada Belgrado e Bruxelles potranno percorrere insieme.

Infine, il clima politico delle prossime settimane sarà determinante. Nella notte elettorale gruppi di persone hanno fatto irruzione nel Parco dei Pionieri smantellando “Ćacilend”, il degradato presidio-tendopoli paramilitare e mafioso filo-regime. La vera forza del movimento è sempre stata la disciplina e la scelta della nonviolenza di fronte alle provocazioni più sfacciate. L’accertamento delle responsabilità per Novi Sad, per i pestaggi e per gli abusi sistematici dell’apparato statale dovrà passare per aule di tribunale indipendenti e processi equi.

Il compito che ci attende

Il voto del 25 ottobre ha dimostrato che un’autocrazia può essere sconfitta alle urne quando la partecipazione è di massa, quando la diaspora viaggia per tutta la notte e migliaia di cittadini preparati presidiano i seggi. Non ha dimostrato che la Serbia sia libera. Nel 2000 un’intera generazione si illuse che bastasse una sola elezione per archiviare il passato e tornò a casa; dodici anni dopo, il sistema che aveva abbattuto è tornato al potere sotto altre spoglie. Gli studenti hanno insegnato al Paese il dovere di ricordare. La loro prossima lezione dovrà essere la pazienza istituzionale: una procura indipendente, un servizio pubblico radiotelevisivo liberato dal controllo politico, liste elettorali ripulite e un presidente eletto, verosimilmente a dicembre, ad armi pari.

Per due anni gli universitari serbi hanno impartito all’Europa una lezione che sembrava smarrita: la democrazia non è un dono calato dall’alto delle istituzioni, ma una pratica quotidiana dei cittadini. Le loro plenarie — assemblee aperte senza capi in cui ogni scelta viene messa ai voti — hanno trasformato le aule universitarie in palestre di autogoverno; la fermezza mostrata davanti alle provocazioni ha provato che la nonviolenza è una strategia politica a tutti gli effetti, complessa e talvolta dolorosa, ma efficace. Quando l’Unione Europea esitava, sono saliti in sella pedalando fino a Strasburgo e hanno corso un’ultramaratona fino a Bruxelles per recapitare di persona il loro messaggio alle istituzioni comunitarie. Il loro esempio ha già contagiato la regione: dagli studenti delle superiori serbi che hanno espresso solidarietà ai coetanei francesi, agli studenti albanesi scesi in piazza contro il governo di Edi Rama quest’anno, le nuove generazioni dei Balcani guardano oggi a Belgrado e Novi Sad come alla dimostrazione vivente che un movimento pacifico e orizzontale può logorare un regime. La persistenza di questo modello dipenderà da ciò che gli studenti e i cittadini della Serbia sapranno fare del potere conquistato a così caro prezzo.

Foto di Miloje Savić.

 

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