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Serve ancora questa Nato con questi Stati Uniti?

Serve ancora questa Nato con questi Stati Uniti?

Politica estera

07/05/2026

da Remocontro

Ennio Remondino

La domanda di partenza era «Ci può essere una Nato senza gli Stati Uniti?». Nato e Stati Uniti di fronte alle leadeship più discutibili dalla nascita dell’Alleanza Atlantica. Donald Trump e Mark Rutte sotto esame a Erevan, in Armenia, nell’ottavo vertice della Comunità politica europea (Cpe). Oltre le inutili passarelle a dire ‘io ci sono’. Qualche tentativo di andare oltre il disimpegno annunciato da Trump ossequiato da Rutte.

Ancora il canadese Mark Carney

Tra i protagonisti ancora una volta il premier canadese Mark Carney, teorico di un’alleanza tra ‘medie potenze’. Quando a Davos, l’inverno scorso, fece infuriare l’iracondo Trump sempre ringhiante. «Sembra che ogni giorno ci venga ricordato che viviamo in un’epoca di grande rivalità tra potenze, che l’ordine basato sulle regole sta svanendo, che i forti possono fare ciò che vogliono e i deboli devono subire ciò che devono». Gli europei, chi più e chi meno in termini di impegno e di credibilità, iniziano a capire che qualcosa dobbiamo fare per salvare dignità e futuro.

L’aforisma di Tucidide

Tratto dal ‘Dialogo dei Melii nella Guerra del Peloponneso’, l’Aforisma di Tucidide descrive il realismo politico dove la potenza prevale sul diritto e rappresenta la logica di potere in cui i deboli subiscono le decisioni dei più forti, «un principio spesso rievocato nelle relazioni internazionali contemporanee, presentato come inevitabile, come la logica naturale delle relazioni internazionali che si riafferma. E di fronte a questa logica, c’è una forte tendenza dei paesi ad assecondarla, ad adeguarsi, ad evitare problemi, a sperare che la conformità garantisca la sicurezza». La fotografia perfetta dell’attualità politica esercitata da Stati Uniti e Israele.

Una Nato senza gli Usa

Donald Trump è stato l’elefante nella stanza annota Avvenire. «Non possiamo negare che alcune alleanze su cui abbiamo fatto affidamento in passato siano oggi più tese di quanto dovrebbero», affermato premier britannico Keir Starmer. Anche se le soluzioni ancora divergono. I Volenterosi solo come parte sulle garanzie di sicurezza per l’Ucraina, e ora una concordanza più vasta sulla riapertura di Hormuz. Letture ottimistiche di parte spesso discutibili, più segnale di intenzioni che programmi concreti. «Strategicamente dobbiamo fare di più, uscendo dalla dipendenza vissuta sinora dal continente». Il problema Mark Rutte, segretario della Nato e di Trump?

Zelensky e i miliardi Ue

Volenterosi o velleitari? «Dobbiamo far sì che l’Europa abbia voce in capitolo in qualsiasi negoziato con la Russia». Sul tavolo, in particolare, c’è il maxi-prestito da 90 miliardi di euro approvato definitivamente dall’Ue due settimane fa, la cui prima rata dovrebbe essere sborsata entro giugno e sarà destinata – ha affermato ieri Zelensky – alla produzione congiunta di droni (altro tema di discordia). Dal dossier passa anche una parte del ‘reset post-Brexit’ tra Londra e l’Unione. A Erevan, dopo un lungo faccia a faccia con la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, Starmer ha annunciato l’intenzione di partecipare al prestito, poiché «quando Regno Unito e Ue lavorano assieme tutti ne traiamo beneficio». Non sempre vero, ma una legittima speranza.

Tucidide-Mark Carney per memoria

Per decenni, paesi come il Canada hanno prosperato sotto quello che abbiamo chiamato ‘l’ordine internazionale basato sulle regole’. Abbiamo aderito alle sue istituzioni, ne abbiamo lodato i principi, abbiamo beneficiato della sua prevedibilità. E grazie a ciò, abbiamo potuto perseguire politiche estere basate sui valori sotto la sua protezione. Sapevamo che la storia dell’ordine internazionale basato sulle regole era in parte falsa, che i più forti si sarebbero esentati quando conveniente, che le regole commerciali erano applicate in modo asimmetrico, e sapevamo che il diritto internazionale era applicato con rigore variabile, a seconda dell’identità dell’imputato o della vittima.

Questa finzione era utile e l’egemonia americana, in particolare, contribuiva a fornire beni pubblici, rotte marittime aperte, un sistema finanziario stabile, sicurezza collettiva e sostegno ai meccanismi di risoluzione delle controversie. Così abbiamo messo il cartello in vetrina. Abbiamo partecipato ai rituali e abbiamo evitato in gran parte di sottolineare il divario tra retorica e realtà. Questo patto non funziona più. Sarò diretto. Siamo nel mezzo di una rottura, non di una transizione.

Negli ultimi due decenni, una serie di crisi finanziarie, sanitarie, energetiche e geopolitiche ha messo a nudo i rischi di un’integrazione globale estrema. Ma più recentemente, le grandi potenze hanno iniziato a utilizzare l’integrazione economica come arma, i dazi come leva, le infrastrutture finanziarie come mezzo di coercizione e le catene di approvvigionamento come vulnerabilità da sfruttare. Le istituzioni multilaterali su cui hanno fatto affidamento le potenze medie – l’OMC, l’ONU, la COP, l’architettura stessa della risoluzione collettiva dei problemi – sono minacciate. Di conseguenza, molti paesi stanno giungendo alla stessa conclusione: devono sviluppare una maggiore autonomia strategica in materia di energia, alimentazione, minerali critici, finanza e catene di approvvigionamento.

Al tavolo delle trattative o nel menu

… La nostra opinione è che le potenze medie debbano agire insieme perché, se non siamo al tavolo delle trattative, finiremo nel menu. Ma direi anche che le grandi potenze possono permettersi, per ora, di agire da sole. Hanno le dimensioni di mercato, la capacità militare e il potere necessario per dettare le condizioni. Le potenze medie no. Ma quando negoziamo solo bilateralmente con un egemone, negoziamo da una posizione di debolezza. Accettiamo ciò che ci viene offerto. Competiamo tra noi per essere i più accomodanti.

Questa non è sovranità. È l’esercizio della sovranità accettando la subordinazione. In un mondo di rivalità tra grandi potenze, i paesi intermedi hanno una scelta: competere tra loro per ottenere favori o unirsi per creare una terza via con un impatto. Non dovremmo permettere che l’ascesa del potere forte ci impedisca di vedere che il potere della legittimità, dell’integrità e delle regole rimarrà forte se scegliamo di esercitarlo insieme. Il che mi riporta a Havel. Cosa significa per le potenze medie vivere la verità?

In primo luogo, significa chiamare la realtà con il suo nome. Smettere di invocare un ordine internazionale basato sulle regole come se funzionasse ancora come pubblicizzato. Chiamarlo per quello che è: un sistema che intensifica la rivalità tra le grandi potenze, in cui le più potenti perseguono i propri interessi utilizzando l’integrazione economica come mezzo di coercizione.

Il vecchio ordine non tornerà. Non dovremmo piangerlo.

La nostalgia non è una strategia, ma crediamo che dalla frattura possiamo costruire qualcosa di più grande, migliore, più forte, più giusto. Questo è il compito delle potenze medie, i paesi che hanno più da perdere da un mondo di fortezze e più da guadagnare da una cooperazione autentica. I potenti hanno il loro potere. Ma anche noi abbiamo qualcosa: la capacità di smettere di fingere, di chiamare le cose con il loro nome, di costruire la nostra forza in patria e di agire insieme.

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