02/09/2026
da Il manifesto
Stati uniti Da mesi Dan Driscoll era ai ferri corti corti con Pete Hegseth. Che ora deve affrontare anche la «rivolta» dei generali
Dopo 18 mesi da segretario dell’esercito Usa, Dan Driscoll ha rassegnato le dimissioni e la Casa bianca le ha subito accettate lunedì sera. L’uomo che il Pentagono aveva soprannominato «drone guy» per il suo impegno sulla modernizzazione delle forze armate, ha parlato con Donald Trump riguardo l’attuale stato dell’esercito, e ha comunicato la sua decisione di lasciare. Driscoll dovrebbe abbandonare l’incarico nei prossimi giorni, un addio silenzioso per un funzionario considerato una delle figure in ascesa dell’amministrazione.
DIETRO L’ADDIO c’è la frattura tra Driscoll e il segretario alla difesa Pete Hegseth, allargatasi mese dopo mese ed esacerbata dall’inizio della guerra in Iran. Nella lettera di dimissioni Driscoll ha sollevato «preoccupazioni sulla trasformazione e la prontezza dell’esercito», a suo parere bloccate dalle epurazioni di generali volute da Hegseth. Il caso più clamoroso è il licenziamento senza spiegazioni, avvenuto ad aprile, del capo di stato maggiore Randy George, con cui Driscoll aveva un rapporto di stima. Da allora il suo ruolo è retto ad interim dal generale Christopher LaNeve, fedele a Hegseth.
Driscoll, avvocato ed ex ufficiale, era una delle figure emergenti dell’amministrazione Trump, grazie anche all’amicizia che lo lega al vicepresidente JD Vance, suo compagno di studi a Yale. Proprio quel legame, secondo fonti citate dalla Cnn, avrebbe alimentato la diffidenza di Hegseth, arrivato alla politica estera dalla Guardia nazionale e dagli studi di Fox News, che leggeva quel rapporto tra Driscoll e la vicepresidenza come un modo per scavalcarlo. Alla Casa bianca avrebbero voluto che Driscoll restasse fino a dopo le elezioni di midterm di novembre, ma lui ha fatto sapere di «sentire che era arrivato il momento di lasciare».
LE DIMISSIONI non sono un episodio isolato e arrivano mentre il Pentagono affronta la contestazione più seria dall’inizio del mandato, che arriva direttamente dai vertici militari. Secondo il Washington Post, i comandanti di Europa, Indo-Pacifico e Sud America, insieme al capo delle operazioni navali Daryl Caudle, hanno formalizzato un non concur, il dissenso formale che non esime dall’eseguire gli ordini, nel documento riservato che regola la disponibilità delle forze Usa nel mondo: hanno messo per iscritto il loro dissenso rispetto al piano di prolungare le operazioni militari contro l’Iran, pur restando tenuti a eseguirlo.
La Marina, secondo quanto riportato, è quella che paga il prezzo più alto: appena un quarto della flotta di cacciatorpediniere risulterebbe in grado di essere dispiegato e i ritardi nella manutenzione minano la prontezza operativa del resto delle navi. Da mesi più di 50mila soldati sono in stato di allerta per una guerra che, iniziata a gennaio con l’obiettivo dichiarato di impedire a Teheran di dotarsi di armi nucleari, non mostra segnali di conclusione. Il portavoce del Pentagono Sean Parnell ha respinto le ricostruzioni definendole «un tradimento delle forze armate» e un attacco mosso dalla «Trump Derangement Syndrome» (la sindrome da avversione ossessiva per Trump).
Non è la prima volta che la gestione della guerra in Iran finisce sotto accusa. A luglio a sollevare polemiche erano stati i dati sui caduti, con riclassificazioni di morti e feriti che avevano spinto dodici senatori democratici a chiedere trasparenza al Pentagono. Da allora il bilancio ufficiale parla di 18 militari uccisi e oltre 600 feriti, cifre che diversi analisti ritengono quantomeno sottostimate.
IN QUESTO QUADRO, l’addio di Driscoll non riguarda solo lui e lascia il ramo più numeroso delle forze armate senza una guida civile confermata dal Senato, proprio mentre gli alti comandi militari, quelli che dovrebbero eseguire gli ordini senza discuterli pubblicamente, scelgono di mettere nero su bianco il proprio dissenso. Un funzionario ha riassunto con una sola parola, riportata da Axios, la sensazione diffusa al Pentagono: «Sconforto».

