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Sicurezza sul lavoro, dalla destra blitz falliti e soluzioni mancate

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Lavoro

04/01/2026

da Il manifesto

Michele Gambirasi

Lavoro 889 vittime e oltre 400mila infortuni nei primi dieci mesi del 2025 Dal governo niente investimenti, solo premi alle imprese

L’ultimo è stato un elettricista, 56 anni, morto in provincia di Sassari nel pomeriggio del 31 dicembre. Mentre lavorava all’impianto elettrico di un capannone, sospeso su un cestello, è rimasto schiacciato su una trave di cemento armato.

STANDO AI DATI Inail pubblicati a dicembre e riferiti ai primi dieci mesi del 2025, tra gennaio e ottobre gli incidenti mortali sono stati 889, di cui 237 avvenuti «in itinere», ovvero lungo il tragitto per andare o tornare dal posto di lavoro: nello stesso periodo nel 2024 erano stati 877, e a fine anno arrivarono a 1.090. Probabile che la statistica, al momento del prossimo aggiornamento dell’Inail, si ripresenti sostanzialmente simile anche per il 2025. E la situazione è identica anche per quanto riguarda gli infortuni sul lavoro: a ottobre ne sono state registrati 350.849 (82mila quelli in itinere) con uno più 0,2%, il settore con l’aumento più importante è quello delle costruzioni dove sono cresciti del 3%, insieme alle denunce presentate da lavoratori stranieri che hanno fatto registrare un più 3,5%. Ma il dato a essere schizzato più in alto è quello relativo alle malattie professionali, ovvero tutte quelle patologie riconducibili all’attività o all’ambiente di lavoro: l’Inail ne ha registrate 81.494, in aumento del 10,2% rispetto al 2024, i settori più coinvolti sono l’industria e l’agricoltura.

«SE IL 2024 è stato l’anno delle stragi, il 2025 può essere definito l’anno delle occasioni perse. Nel perdurare di un trend drammatico e oramai consolidato, che conta in media tre lavoratori morti accertati al giorno, il governo ha mancato di intervenire in modo incisivo sia nel decreto Sicurezza sul lavoro sia nella legge di bilancio» il commento di Antonio Di Bella, presidente dell’Associazione mutilati e invalidi sul lavoro (Anmil). Le due misure menzionate sono solo una parte degli insuccessi dall’esecutivo in materia, accompagnati da una serie di tentativi, al contrario, per peggiorare le condizioni di lavoro e comprimere i diritti.

PARTENDO DAL PRIMO, il decreto Sicurezza sul lavoro: annunciato in occasione del primo maggio con toni solenni e risorse promesse per oltre un miliardo, alla fine il testo è arrivato solo in autunno e approvato definitivamente dal Parlamento a dicembre. Delle misure promesse non è rimasto molto: incontrando i sindacati a maggio, Giorgia Meloni aveva promesso che sarebbe stato rivisto il codice degli appalti varato dal vicepremier Salvini. Non è avvenuto, il massimo è stato orientare le ispezioni dell’Ispettorato nazionale del lavoro verso i cantieri in subappalto, mentre le risorse aggiuntive promesse sono sparite, con le misure finanziate esclusivamente con i fondi rimanenti dell’Inail, circa 600 milioni.

A parte l’assunzione di un centinaio di ispettori in più, il meccanismo di fondo prediletto dall’esecutivo è rimasto quello degli incentivi: vengono premiate le aziende che investono in sicurezza. È stato introdotto poi il «badge di cantiere», una tessera di riconoscimento digitale che servirebbe a rispettare la regolarità contrattuale. Il decreto è stato definito dai sindacati come «senza soluzioni»: «Le risorse promesse dalla premier non ci sono: vengono semplicemente utilizzati gli stanziamenti Inail, rimodulati dal governo, in grandissima parte a favore delle imprese». A mancare sono stati anche l’allargamento delle prestazioni per le malattie professionali, ferme da 25 anni, e rimosso l’obbligo alla formazione nel settore turistico-alberghiero al momento dell’assunzione.

LA LEGGE DI BILANCIO, al contrario, è stato l’ultimo provvedimento in cui la maggioranza ha cercato il blitz: con un emendamento, poi ritirato ma destinato a ritornare nei prossimi mesi, veniva esclusa la possibilità per il lavoratore di essere risarcito degli stipendi arretrati a seguito di una condanna per l’azienda. A far saltare la norma (che era spuntata anche nel decreto Ilva in estate) non è stato un sussulto di buon cuore ma l’intervento del Quirinale che ha fatto notare i profili di incostituzionalità.

Stessa sorte è toccata a un emendamento al disegno di legge sulle piccole e medie imprese, che avrebbe creato una sorta di «scudo penale» per i grandi committenti, in particolare nel settore della moda dove si moltiplicano le inchieste della procura di Milano per caporalato. Attraverso una certificazione, ottenuta tramite soggetti terzi, le aziende capofila avrebbero giovato di una esclusione di responsabilità amministrativa in caso di illeciti nella filiera. Anche in questo caso il ministro Urso ha lasciato intendere che la norma non è del tutto scomparsa dall’orizzonte: serve solo «un ulteriore approfondimento». «Occasioni perse» per il sindacato, appuntamenti rimandati per il governo.

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