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Silenzio e profilo basso, Meloni ad Ankara spera di evitare Trump

Silenzio e profilo basso, Meloni ad Ankara spera di evitare Trump

Politica estera 

07/07/2026

da Il Manifesto

Andrea Colombo

Le regole del gioco La premier spiazzata dal meme con cui il presidente Usa torna ad attaccarla. E oggi al vertice Nato i due rischiano di incrociarsi

La mazzata di Trump è stata tanto più dolorosa in quanto del tutto inattesa e imprevista. A confronto del meme con Meloni in adorazione e il ruvido commento «restraining order needed» (ordinanza restrittiva necessaria), come dire «levatemela di torno», la famigerata intervista del «mi ha fatto pena» è un buffetto.

A palazzo Chigi masticano amaro, ingoiano il rospo facendo finta di niente e si preparano a un vertice Nato ormai a massimo rischio.

NEI MINISTERI COMPETENTI, agli Esteri, alla Difesa, soprattutto a palazzo Chigi si sforzano di essere ottimisti. Ad Ankara tutto dovrebbe andare abbastanza bene, profetizzano, e poco male se la previsione sa tanto di wishful thinking. Ma alla fine tutti sono costretti ad ammettere sconsolati che «cosa succederà dipende però dal fattore Trump e quello si sa che è imprevedibile». Il viatico certo non è dei migliori. Forse, argomentano a Chigi, a far imbestialire il presidente è stato il tentativo della premier di spingere Erdogan a lasciare il meno spazio possibile agli show di Trump limitandosi alle questioni tecniche. Di certo nulla autorizza a credere che la questione sia finita qui.

ACCOLTA A PORTE CHIUSE con improperi ed epiteti poco ripetibili, la mazzata è rimasta però senza repliche ufficiali e non poteva essere diversamente. La premier si è cucita la bocca. Il ministro degli Esteri Tajani ha fatto passare qualche ora prima di fare il signore: «Sono dichiarazioni che si commentano da sole ma le relazioni transatlantiche vanno ben oltre le dichiarazioni». Crosetto ostenta superiorità: «Le persone passano, i rapporti restano e bisogna mantenere i rapporti con un alleato storico come gli Usa». Solo che gli Usa, oggi, sono Donald Trump e di Trump, è a questo punto chiaro, non ci si potrà mai più fidare. Meloni parte per Ankara con animo tutt’altro che sereno.

    Il tweet di Donald Trump riguardante Meloni

NON SI PUÒ ESCLUDERE il rischio che Trump si abbandoni a qualche sgradevolissima sceneggiata, che probabilmente prenderebbe di mira proprio la premier italiana perché è lei che il furibondo si è scelta per bersaglio. A Evian Meloni aveva cercato in ogni modo di incrociare il presidente. Ad Ankara metterà lo stesso impegno nel cercare di evitarlo. Fortunatamente la disposizione dei posti, nella cena dei premier di stasera, dovrebbe darle una mano. Capita che i due siano seduti dalle parti opposte del tavolo ed è un sospiro di sollievo.

LA VERA NOTA DOLENTE però va molto al di là delle baruffe tra il leader della destra americana e la controparte italiana. Anche senza quei «lievi dissapori» e persino se Meloni fosse ancora nelle grazie del capriccioso miliardario, l’Italia è il Paese più esposto proprio là dove prevedibilmente Trump lancerà il suo attacco all’Europa: sul fronte delle spese militari. L’italiana vanterà risultati che sono tali solo sulla carta. Il passaggio dall’1,6% al 2,8% delle spese per la Nato, nella misura del 2,09% per la difesa e dello 0,71% per la sicurezza, è fumo negli occhi. Quel risultato è stato raggiunto solo riconteggiando alla luce dei nuovi criteri dell’Alleanza spese precedenti e spingendo a forza sotto la voce «difesa» uscite che solo con estrema buona volontà si possono considerare tali. La carta sulla quale conta Meloni per rabbonire l’esoso Trump è promettere un ulteriore 0,55% del Pil, 17 miliardi, entro il 2028. Ma è una cifra sparata a caso: basta sondare i ministeri della la Difesa e dell’Economia per sincerarsene. Senza contare l’improbabilità di lanciarsi davvero in una spesa così impopolare proprio nel pieno della campagna elettorale.

In compenso l’Italia si presenta all’appuntamento senza poter chiarire se accederà o meno al Safe, il prestito agevolato europeo. La questione, pur non rientrando nelle competenze Nato, avrà il suo peso. La premier assicurerà che l’Italia è decisa a mantenere con o senza Safe l’impegno assunto l’anno scorso all’Aja, quello di raggiungere nel 2035 il 3,5% per la difesa e l’1,5% per la sicurezza. Ma è poco probabile che una simile promessa, inevitabilmente vaga, rientri tra i «piani chiari, concreti e credibili» chiesti da Rutte per conto di Trump. Insomma, se si somma il livore personale di Trump alla oggettiva situazione della spesa italiana per la Nato, c’è effettivamente il rischio che il presidente americano cerchi di mettere l’Italia sul banco degli accusati per colpire in realtà tutti gli alleati che si sono sottratti alla sua guerra contro l’Iran.

DOPO L’INTEMERATA di domenica notte, ieri la premier ha incassato la solidarietà anche dell’intera opposizione. Schlein e Conte, con parole quasi uguali, hanno definito «inaccettabile» l’aggressione di Trump, senza però risparmiare critiche per la scelta di civettare con i Maga invece di scegliere l’Europa e la segretaria del Pd ha insistito sulla necessità di puntare sulla difesa comune europea. Ora quella scelta la ha fatta Trump anche per conto di Meloni, che non ha altra strada se non cercare riparo a Bruxelles con la coda tra le gambe.

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